«Mio padre? Un genio. Senza alcun dubbio». Wolfango Soldati non ha mezzi termini per definire suo padre, Mario Soldati, un grande intellettuale che ha modellato la sua vita a immagine e somiglianza di una passione fatta di cibo, vino, storie, persone, cultura, contadini, di umili, di popolo. Uno che non ha rivoluzionato il mondo del cibo, ma l’ha codificato, lasciando una grande eredità a chi di cibo se ne occupa oggi.
Mario Soldati (quest’anno si festeggia il 120esimo anno dalla nascita) è stato un grande storyteller che, al netto di un premio Strega, un premio Calvino, film, un programma tv di successo, “Viaggio nella Valle del po’ – Alla ricerca dei cibi genuini” – e altri riconoscimenti, ha tenuto sempre i piedi per terra, trasmettendo l’essenza della vita che viene dalle persone comuni.
«Non era un gastronomo, è uno sbaglio dire che era un gastronomo. Era un uomo quasi di trascendenza, un poeta, lui credeva e diceva sempre: “Non importa in cosa, ma l’importante è credere”», racconta il figlio Wolfango, «Per lui il cibo era un sistema che univa la gente, il mondo. Per conoscere com’era fatta un certo tipo di gente, una nazione, bisognava partire dal cibo».
E Mario Soldati credeva nelle storie che partivano dal basso soprattutto quando si parlava di cibo. Nel 1957 è pioniere del racconto gastronomico in televisione. A soli tre anni dalla prima tv sperimentale della Rai, va in onda “Viaggio nella Valle del Po” – condotto e pensato da Soldati – che va in giro per la valle a piedi, in bici a cercare la verità enogastronomica nelle trattorie, nei caseifici, nei laboratori mangerecci per far parlare chi la terra e il cibo li maneggia dal basso: si conosce com’è fatto davvero un grissino, un peperone di Carmagnola, come si cucina la vera salama da sugo. «Ricordo tutto di quel programma, ero bambino, avevo circa 12 anni», racconta Wolfango, ora ultraottantenne. «Erano tutti incollati alla prima tv in bianco e nero a vedere questa cosa straordinaria. È stato un successo assoluto».

Mario Soldati in una puntata di Viaggio nella Valle del Po
Eppure, nonostante questo lavoro certosino dietro il cibo, Soldati sapeva mangiare ma non cucinare. Wolfango ricorda: «Lui faceva al massimo un caffè a sé stesso, ma da anziano”. In effetti, a casa cucinava la cuoca: «Ne abbiamo cambiate alcune: a Roma c’era Lidia, negli anni Cinquanta, una toscana credo di Viareggio, era molto brava, sai quelle donne veloci? Mi ha insegnato le prime cose con il cibo. Poi c’è stata Luisa». A decidere il menu di casa Soldati erano le donne: «La cuoca o mia mamma che sapeva cosa piaceva a tutti, anche agli ospiti: attori, scrittori».
In casa Soldati i pranzi erano sicuramente luculliani: gente seduta in modo garbato a tavola, servita da cameriere, grandi discorsi intellettuali in cui si parlava di letteratura e stranamente mai di cibo, quello buono si mangiava: «C’era di tutto: carne, prosciutto, cose normali, ovviamente nella migliore delle possibilità, non c’erano ancora i supermercati», ricorda il figlio di Soldati. E poi, tanta convivialità a tavola, ma sempre con rigore: «C’era una regola a casa mia a tavola, mai tagliare il pesce con il coltello», imponeva Mario Soldati, come ricorda il figlio, «Gli dava fastidio, era sgarbato tagliare con una lama un pesce quando si poteva fare benissimo con una forchetta. Mio padre era un po’ snob su queste cose, ma aveva ragione: si taglia benissimo con la forchetta senza offendere il pesce».

La qualità e la ricercatezza erano sempre al primo posto: «Era un uomo dell’Ottocento, girava con l’autista», dice Wolfango, questo lascia intendere che anche per il cibo la qualità contava e non si badava a spese. Sulla tavola di casa Soldati «le ricette erano tutte particolari, non c’era nulla di dozzinale». Non si è mai intravisto un piatto popolare della tradizione: «Mai una puttanesca o spaghetti al pomodoro. Mio padre non l’ho mai visto mangiare la pasta, l’unica era quella con il pesto genovese, e la pasta non era quella che mangiamo noi, magari sceglieva le losanghe, cose particolari». Mario aveva un’alimentazione altamente proteica: «Mangiava bistecche, prosciutto, formaggi, pesce. Per dire, la mattina non faceva colazione, al massimo un caffè, ma a mezzogiorno mangiava una bistecca di carne da due etti, poi tirava fino a cena e mangiava un’altra bistecca da due etti».
Non è nostalgico Wolfango, quando chiude il racconto su suo padre che ricorda come un uomo: «Gentile, allegro e molto generoso». È consapevole di essere stato un figlio che ha imparato tutto sul cibo, che ha imparato a dare un valore diverso alle materie prime incamerando in sé la convinzione che quella di Mario è stata una missione, più che un semplice storytelling: «Fino a novant’anni, ha pensato di unire l’Italia, prima l’aveva pensata con il cibo con la “Valle del Po”, e poi con il libro «Vino al Vino», in questo viaggio sentimentale che ho avuto la fortuna di fare con lui contribuendo con le mie foto. È stata una cosa meravigliosa».
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