Nei primi quattro mesi del 2026 hanno chiuso 88 izakaya, il numero più alto mai registrato nello stesso periodo. Non è soltanto una crisi della ristorazione: è il segnale di un Giappone che sta cambiando il proprio modo di lavorare, bere e socializzare.
Per decenni sono stati il secondo ufficio dei salaryman giapponesi, luoghi dove bere una birra dopo il lavoro, condividere piccoli piatti da mettere al centro del tavolo e, soprattutto, rafforzare legami professionali. Oggi però gli izakaya, tradizionali locali della ristorazione giapponese, stanno attraversando una delle crisi più profonde della loro storia recente.
Il problema economico rimane comunque una parte centrale di questa difficoltà. Le materie prime costano sempre di più, in particolare birra e sakè, prodotti chiave di questi locali. A questo si aggiunge una cronica carenza di personale che affligge il settore della ristorazione giapponese: trovare dipendenti è sempre più difficile e il costo del lavoro continua a crescere, comprimendo ulteriormente margini già ridotti. Ma tutti questi problemi non bastano a spiegare il fenomeno. Per comprendere davvero la crisi degli izakaya bisogna guardare il cambiamento del rapporto tra i giapponesi, il lavoro e il consumo di alcol.

Fin dal dopoguerra, bere insieme dopo il lavoro non è stato soltanto un passatempo, ma una vera e propria estensione della vita professionale. Le cosiddette nomikai, le uscite aziendali organizzate tra colleghi, rappresentavano un momento fondamentale nella vita lavorativa di molti giapponesi.
In una società tradizionalmente molto attenta all’autocontrollo e alla formalità, l’alcol offriva uno spazio di temporanea sospensione delle regole. Non a caso esiste il concetto di nomunication, parola che unisce il verbo giapponese “nomu” (bere) e il termine inglese “communication”: molte conversazioni considerate difficili da affrontare nell’ambito lavorativo trovavano spazio davanti a un boccale di birra o un bicchiere di sakè.
Negli ultimi anni questo modello ha iniziato a mostrare crepe sempre più evidenti. Le nuove generazioni bevono meno rispetto a quelle precedenti e sono meno inclini a considerare le uscite aziendali come un’estensione della giornata lavorativa. Se per anni la partecipazione alle nomikai era quasi implicita nella cultura aziendale giapponese, oggi molti giovani preferiscono dedicare il proprio tempo libero ad attività personali.
Ma il ridotto consumo di alcol da parte dei giovani non è l’unica causa. L’inasprimento delle norme contro la guida in stato di ebbrezza ha contribuito ulteriormente a ridurre la frequentazione di questi locali, soprattutto nelle aree meno servite dai trasporti pubblici. Per una parte della clientela raggiungere gli izakaya è diventato più complicato, scoraggiando le uscite serali legate al consumo di alcol.
L’identità di questi locali è un valore che molti gestori non sono disposti a sacrificare per attirare più turisti. Nonostante molti locali propongano menu in più lingue, e in alcuni casi, anche tablet per rendere l’esperienza più semplice e leggera per i clienti stranieri, ci sono ancora alcune barriere, specialmente quella linguistica, che allontanano sempre di più i turisti dagli izakaya. A differenza di altri segmenti della ristorazione giapponese, molti izakaya non sembrano intenzionati a reinventarsi per intercettare il turismo internazionale. Continuano a proporre una cucina fortemente radicata nelle tradizioni locali. Una scelta che ne preserva l’identità ma che, allo stesso tempo, rende più difficile attirare una clientela straniera abituata a un’immagine più stereotipata della gastronomia giapponese. Un limite non da poco in un Paese che nel 2025 ha registrato 42 milioni di visitatori internazionali. La combinazione di questi fattori ha cambiato profondamente la vita notturna giapponese. Strade che fino a pochi anni fa restavano animate fino alle prime ore del mattino oggi si svuotano molto prima, segno di una trasformazione che va oltre il destino dei singoli locali.

Il vero problema, al di làdella suggestiva immagine delle strette vie giapponesi illuminate da questi locali, è la possibilità di una perdita di piatti nipponici tradizionali, che non siano sushi o ramen. Yakitori, karaage, oden, stufati casalinghi, pesce alla griglia e decine di piccoli piatti regionali. Un patrimonio gastronomico che raramente si vede al di fuori del Giappone e che rappresenta una parte importante della cucina tradizionale che rischia di passare solo per i piatti stereotipati che tutti conoscono.
Non tutti i gestori, però, leggono il fenomeno come l’inizio della fine. Alcuni izakaya stanno cercando di adattarsi alle nuove abitudini dei consumatori, introducendo menu più flessibili, formule rivolte a una clientela più giovane e strategie per attrarre gruppi che tradizionalmente frequentavano meno questi locali.
A beneficiarne sono invece le catene di pub in stile occidentale. Tra queste c’è Hub, che ad aprile ha registrato ricavi per circa 71 milioni di dollari, intercettando una clientela alla ricerca di un ambiente più familiare e meno legato ai codici della tradizione giapponese. In questi locali, oltrea piatti più vicini al concetto di Giappone per i turisti, sono proprio le abitudini che si allontanano maggiormente: partite di calcio su grandi schermi e tipologia di servizio completamente diversa.
Per certi aspetti, le difficoltà degli izakaya ricordano quelle affrontate da molte osterie e trattorie italiane: costi in aumento, difficoltà nel trovare personale e un progressivo cambiamento delle abitudini sociali. Dietro le serrande abbassate si intravedono i cambiamenti di una società che beve meno, vive diversamente il lavoro e frequenta meno i luoghi della tradizione. E mentre nuove formule di intrattenimento conquistano spazio nelle città giapponesi, il rischio è che con gli izakaya scompaia anche un pezzo della cucina tradizionale del Paese, quella parte che non arriva all’estero e che per molti è il vero gusto della quotidianità giapponese.
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