Storie

Esiste un manuale zen che insegna ai cuochi come raggiungere l'illuminazione

Nel Tenzo Kyokun, scritto dal maestro Dogen nel XIII secolo, ogni gesto in cucina diventa una pratica spirituale: dalla pulizia del riso fino al modo di appendere un mestolo

  • 16 Luglio, 2026
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Esiste un libro scritto quasi ottocento anni fa che non insegna ricette, ma spiega come cucinare possa diventare una forma di meditazione. Si intitola Tenzo Kyokun, “Istruzioni per il cuoco”, ed è uno dei testi più celebri del maestro zen Dogen. Destinato ai cuochi dei monasteri buddhisti, descrive con sorprendente precisione ogni gesto della vita in cucina, dal lavaggio del riso al posto esatto in cui appendere un mestolo. Per la tradizione zen, infatti, preparare un pasto significa allenare la mente tanto quanto sedersi in meditazione.

Chi era il Tenzo, il cuoco del monastero

Nel testo di legge: «Lu lavorava duramente. Aveva un solo bastone di bambù ed era senza cappello. I raggi del sole picchiavano tanto che il lastricato ti bruciava i piedi. Lu lavorava sodo ed era madido di sudore: stava mettendo i funghi a seccare su un letto di paglia. La sua schiena era tesa come un arco e le sopracciglia erano bianche come una gru. Pensai che il lavoro fosse troppo faticoso per lui così gli chiesi quanti anni avesse. Sessantotto mi rispose. Gli domandai quindi perché non si servisse mai di assistenti. Rispose: “Gli altri non sono me”».

Chi era Lu? Il Tenzo, ovvero il cuoco del monastero. Una figura che nella tradizione buddhista occupa un ruolo molto più importante di quanto il nome possa far pensare. I primi monaci erano degli asceti che si spostavano in modo erratico per diffondere gli insegnamenti del Buddha e si fermavano solo durante la stagione delle piogge, trovando riparo all’interno delle grotte.

Quando ci fu l’esigenza di trovare una fissa dimora le grotte vennero arredate e scolpite fino a diventare dei veri e propri templi. Con il tempo questi rifugi, chiamati vih?ra, si trasformarono in veri complessi monastici con dormitori, sale di meditazione e biblioteche. Oggi i monasteri buddhisti continuano a esistere in tutta l’Asia e, dal ventesimo secolo, si sono diffusi anche in Europa e nelle Americhe. Oltre alla formazione dei monaci, molti svolgono attività culturali, insegnamento della meditazione e accoglienza dei laici.
In questi monasteri c’è anche chi si occupa dei pasti e ha un nome e un ruolo importante nella vita di tutti i giorni: il Tenzo.

Monastero di Taktsang

Il libro che insegna a meditare cucinando

Lo zen è una forma di buddismo incentrata su una tecnica di meditazione perseguita e affinata con esercizi al fine di raggiungere l’illuminazione, cioè lo stato di assoluta trasparenza di chi si è perfettamente realizzato. Il libro, scritto da un monaco del tredicesimo secolo Dogen Zenji, espone i doveri e lo stile di vita del Tenzo. E accosta il cibo alla pratica zen: se viene fatto con attenzione e cura per ogni dettaglio, anche cucinare può diventare una pratica meditativa. Il Tenzo deve essere scelto fra gli studenti più meticolosi e maturi del monastero e del suo lavoro ne risente l’intera comunità.

Cosa c’è nel libro? Pratiche estatiche o visioni mistiche per raggiungere l’illuminazione? Niente affatto. Dogen non tralascia nulla sulle regole da adottare: dove e come appendere i mestoli in modo esatto, come mondare il riso e come togliere la polvere.

In un paragrafo dice: «In seguito, non dovreste buttar via con noncuranza l’acqua che rimane dopo la pulitura del riso. Nei tempi antichi si utilizzava un sacco di tela per filtrare l’acqua prima di gettarla. Quando avete  lavato il riso, mettetelo nella pentola. State particolarmente attenti che non ci cada per caso un topo. Non permettete assolutamente a chiunque capiti in cucina di frugare o guardare nella pentola».


È proprio attraverso queste esperienze, collegate alla preparazione del cibo e alla sacralità che molti ingredienti hanno nelle culture orientali che si può imparare qualcosa in più sul mondo della meditazione. Se “gli altri non sono me”, significa che la nostra vita è assoluta. Arrivando alla conclusione che tutti in realtà stiamo preparando cibo per altri e che tutto è cibo: leggere un libro, scrivere, occuparci dei bambini o mettere a seccare i funghi.

«Lu continuava a lavorare duramente così gli chiesi perché lavorasse così tanto sotto questo sole ardente. La sua risposta mi colpì nuovamente: “Se non lo faccio ora, quando mai lo potrò fare?”.

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