Quella dello yakiniku è una tecnica di cucina tipicamente giapponese dove i cibi si grigliano direttamente al tavolo dai commensali. Un format semplice solo in apparenza, che mette insieme tecnica, scelta degli ingredienti e gestione del calore. Nato in Corea e trasportato nel Giappone del dopoguerra, oggi è una pratica diffusa e molto apprezzata in tutto il mondo. Come funziona davvero, chi gestisce la brace, quanto contano le salse e perché si mangia quasi sempre fuori casa.

Il yakiniku è tra le esperienze più immediate e condivise della cucina giapponese contemporanea, ma la sua storia è meno lineare di quanto si pensi. La tecnica è infatti una evoluzione del barbecue coreano, noto come gogigui. Una tradizione che ha origini antiche e nasce anche come tecnica di conservazione della carne, e che poi con il tempo diventa un’esperienza conviviale, costruita attorno alla griglia condivisa. Dopo la Seconda guerra mondiale, il Giappone vede un grande afflusso di immigrati coreani, i cosiddetti Zainichi, residenti a Osaka, Fukuoka e Tokyo. Molti di essi portano con sé le proprie tradizioni culinarie, tra le quali la pratica del jinjisukan la grigliata di carne di montone.

L’evoluzione dello yakiniku in Giappone inizia con un attento adattamento ai gusti locali e all’utilizzo di ingredienti giapponesi al posto di quelli d’origine coreani. Nel tempo si definisce infatti una forma ibrida nippo-coreana, con la sostituzione della piccante pasta di peperoncino rosso gochujang con salse a base di miso. Invece della pasta di soia doenjang, in Giappone si sostituisce l’intingolo con salsa ponzu agli agrumi. Le marinature coreane all’olio al sesamo e soia, in Giappone spariscono lasciando spazio al sapore della carne condito con solo sale, pepe e aglio. Parallelamente si consolida la dimensione conviviale: lo yakiniku diventa pasto condiviso, in cui sono i commensali a gestire direttamente la griglia.

Il termine yakiniku significa letteralmente “carne alla griglia”, ma l’uso attuale prevede un braciere portatile con griglia metallica al centro del tavolo dove oltre alle sottili fette di carne, si cucinano anche pesce e verdure. Oggi lo yakiniku è presente in tutto il Paese, una consumazione che avviene soprattutto fuori casa, in locali specializzati. Non è una proposta che si trova ovunque, e raramente compare nei sushi bar più generici. Esiste anche una pratica domestica, con piastre elettriche o piccoli grill, ma resta molto meno diffusa. I ristoranti yakiniku sono riconoscibili: tavoli tondi con la griglia metallica integrata al centro, alimentata a brace di carbone, e potenti sistemi di aspirazione. Il menu ruota attorno ai diversi tagli di carne.

I tagli raccontano molto di questa pratica di cucina. Il manzo è centrale, seguito da agnello e maiale. Nei menu compaiono parti meno nobili, come lingua (gy?tan), diaframma (harami) o interiora (horumon), retaggio di un consumo integrale dell’animale, anche questo ereditato in parte dalla cucina coreana. Nei locali più specializzati si indica la provenienza della carne, e il wagy? rappresenta una categoria pregiata, ma non necessariamente la più frequente. Sulla griglia al tavolo si cuociono anche pesci come lo hokke (sgombro), aburako e tara (due varietà di merluzzo) ma anche orata, salmone, trota, capesante, vongole, sardelle e anguilla, nonché ortaggi come germogli di soia, funghi e kimchi.
Il servizio è semplice ma codificato. La griglia al tavolo è già accesa e regolata dal personale, che talvolta dà indicazioni di base. Poi il controllo passa al cliente. Il cuoco, di fatto, è chi mangia.

La carne, pesce e gli ortaggi arrivano crudi, tagliati sottili o sfilettati, a volte già leggermente conditi o accompagnati da intongoli. La cottura è rapida: pochi secondi per lato, variabili a seconda del taglio. Il punto di cottura si valuta a vista, più che con regole rigide: il colore cambia, la superficie si asciuga, la reazione Maillard conferisce sapore, soprattutto per il manzo. La cottura veloce definisce il ritmo del pasto, un’alternanza continua tra cottura e consumazione che ricorda in parte la fondue bourguignonne per la dinamica conviviale, ma con la differenza sostanziale che qui il calore è diretto e immediato, senza passaggi in olio bollente. Curioso è il rapporto con il fumo e gli odori: molti ristoranti si attrezzano con sistemi di aspirazione molto efficaci, mentre altri accettano l’idea che il yakiniku lasci tracce sui vestiti, quasi fosse parte dell’esperienza. Le salse accompagnano, ma non coprono. La più diffusa è una miscela base di soia, sakè, mirin e zucchero, usata come intingolo dopo la cottura.

La pratica di cucina yakiniku è ormai uscita dai confini giapponesi e si diffonde a livello globale, restando però un esempio chiaro di come nel tempo la cultura alimentare del Sol Levante abbia rielaborato influenze esterne, trasformandole in qualcosa di riconoscibile e proprio.
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