La cantina si racconta

Conte Collalto, quando il vino è una questione di famiglia da oltre mille anni

Undici secoli di vino senza interruzioni. Nelle colline del Conegliano Valdobbiadene c’è chi non ha mai smesso di coltivare vite. Storia di un'azienda millenaria che continua a innovare tra sostenibilità e biodiversità

  • 04 Dicembre, 2025
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In collaborazione con Conte Collalto

Mille e sessantasette anni. È il tempo che separa Conte Collalto dalla pergamena con cui, il 25 ottobre 958, il re d’Italia Berengario II affidò a Rambaldo I di Collalto la curia di Lovadina e il bosco del Montello. Da quel giorno, vite e vino non si sono mai fermati.

Del resto, la longevità non è mai solo questione di fortuna. Lo dimostra la storia del conte Ottaviano Antonio che a fine Ottocento capì prima di altri dove stava andando il mondo del vino. Sedeva già nel consiglio della scuola enologica di Conegliano, era socio di maggioranza del primo Comizio Agrario, acquistava macchinari tecnologici quando la maggior parte dei produttori lavorava ancora secondo tradizione di famiglia.

Nel 1904 la scelta decisiva: spostare la cantina dal Castello San Salvatore, dove era stata sin dal 1245 – a un complesso moderno per applicare nuovi principi della scienza enologica e dell’architettura industriale. Un luogo in cui il conte sperimentò le prime spumantizzazioni del Prosecco, intuendo come quella bolla potesse diventare qualcosa di più di un fenomeno locale.

La svolta sostenibile

Oggi quella cantina produce circa 650mila bottiglie l’anno, di cui oltre 500mila di Prosecco Superiore Docg. La tenuta si estende per 250 ettari nel cuore delle Colline del Conegliano Valdobbiadene, Patrimonio Unesco, con 150 ettari vitati e 40 a bosco. Un equilibrio voluto, non casuale. A guidare l’azienda dal 2007 c’è la principessa Isabella Collalto de Croÿ, che ha impresso un’accelerazione decisa sulla sostenibilità: certificazione Sqnpi, impianto fotovoltaico, centrale idroelettrica, caldaie a cippato, pozzi e colonnine meteo per un’agricoltura di precisione. Scelte che richiedono investimenti importanti ma coerenti con il controllo totale della filiera. L’azienda lavora esclusivamente uve proprie – niente acquisti esterni – puntando su cura meticolosa della vigna, rispetto del suolo e valorizzazione delle varietà autoctone.

Le varietà dimenticate

Ed è proprio sulle varietà che Conte Collalto gioca una partita speciale. È l’unica azienda a produrre ancora oggi i quattro Incroci Manzoni storici, ossia quella famiglia di vitigni messi a punto dal professor Luigi Manzoni. Vanta la più vasta superficie vitata di verdiso e bianchetta, varietà autoctone che altrove stanno progressivamente scomparendo. E poi c’è il wildbacher, uva rossa importata dall’Austria dagli antenati della famiglia oltre due secoli fa, che ha trovato nel clima di Susegana una seconda patria. Una scelta controcorrente in un territorio dove la glera – l’uva del Prosecco – la fa da padrona. Ma è proprio questa biodiversità a permettere una gamma di etichette che va ben oltre la bolla.

Ogni vigneto la sua voce

«In una bottiglia si può imitare qualunque cosa: la varietà, la lavorazione, le tecnologie. L’unica cosa che non si può riprodurre è il terroir», spiegano in azienda. Nessuno slogan, solo la sintesi di un lavoro meticoloso di mappatura in cui ogni vigneto viene vinificato separatamente per esaltarne le caratteristiche specifiche quali pendenze, esposizioni, composizione del terreno e età delle piante.

Ne sono un esempio l‘Ottaviano, un Valdobbiadene Docg sui lieviti rifermentato in bottiglia. L’Isabella, un Rive di Collalto Brut che riposa circa sette mesi in autoclave. O il Ponte Rosso, extra brut che nasce da terreni argillosi ricchi di ossido di ferro. E poi il Vinciguerra, rosso strutturato che assembla cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e marzemino. E lo Schenella, un manzoni bianco affinato in legno presentato a Vinitaly 2025, ultimo nato in cantina.

Bottiglie che raccontano storia, passione e autenticità di una famiglia. Perché Conte Collalto è molto più di una cantina. È una vinificazione che attraversa oltre mille anni di storia, senza mai perdere di vista il futuro.

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