C’era una volta il Brunello. E ci sarà ancora, non c’è alcun dubbio. Ma… “come” sarà in futuro? L’edizione 2025 di Benvenuto Brunello, chiusa pochi giorni fa, è stata segnata da un dibattito sulla evoluzione dello stile dei vini (sul punto è intervenuto anche il presidente del Consorzio Giacomo Bartolommei) che hanno reso celebre il nome di Montalcino nel mondo.

A innescare la miccia è stato un editoriale sul sito web di Doctorwine firmato Daniele Cernilli, critico di vino di lunga fama e tra i fondatori del Gambero Rosso, che bacchetta un “giovane critico” fautore di quella corrente interpretativa enoica che chiede al Brunello di adeguarsi al gusto contemporaneo, esaltando finezza e bevibilità a dispetto, a suo avviso, del territorio e della tradizione. Da questa linea evolutiva sarebbero esclusi in particolare i Brunello della zona meridionale della denominazione, troppo pesanti, alcolici e lontani da un modo moderno di intendere il sangiovese. Viceversa, per Cernilli, i vini del sud di Montalcino «fanno del corpo, della potenza e di un carattere profondamente “territoriale” e “mediterraneo” la loro espressione più autentica e tipica». E vanno apprezzati e letti proprio con questa lente territoriale. Più in generale, secondo il celebre esperto, il parametro oggettivo su cui deve fondarsi una corretta interpretazione della critica, al di là del proprio gusto personale, restano l’origine come fondamento dell’identità e l’annata con la sua capacità di dare un’impronta decisiva al vino.

Dall’altra parte, aumentano i critici che registrano, anche nell’ambito della gastronomia, la rapida e tumultuosa trasformazione del gusto contemporaneo nella direzione della leggerezza. I vini frutto di questo cambiamento sono basati sulla sottrazione, mentre rifiutano gli eccessi di durezza e di calore. Per questi critici anche le zone e le annate più calde oggi possono essere lette dai produttori in modo diverso dal passato, privilegiando quelle caratteristiche – definizione del frutto, leggiadria, accessibilità di beva – che oggi sono più apprezzate dai consumatori, anche quelli più colti, senza con ciò tradire lo spirito del territorio.
Insomma, anche il “partito del Brunello” sembra vivere una versione tutta enoica della divisione tra “dalemiani” e “veltroniani” (o, se vi piace di più, tra “bersaniani” e “renziani”).
I primi appaiono refrattari alla domanda che viene dalla “società civile” del vino (i consumatori), resistono al facile “populismo” della leggerezza, difendono l’ideologia del Brunello come vino strutturato, corposo, tannico, in qualche modo aristocratico, accessibile solo a condizione di accettare una lunga attesa, condannano l’individualismo stirneriano del gusto personale come oltraggio al sacro suolo collettivo della denominazione di origine che richiede una coerenza dottrinale inossidabile, avvertono che le annate cambiano e vanno interpretate, ma la “ditta” resta quella, coriacea e burbera, a dispetto dell’evoluzione dei tempi.
I secondi cavalcano l’onda del cambiamento del gusto che smonta l’ideologia, chiedono a gran voce nuovi affinamenti di stile, l’abbandono delle sovrastrutture inutili e un partito “leggero”, vogliono scardinare il comitato centrale della critica tradizionale rappresentando la domanda di vini fini che viene “dal basso”, riconoscono la supremazia delle leggi di mercato, si avvicinano al vino con un approccio liberale e libertario che legittima la dignità e la centralità al piacere soggettivo, sperano di bere un Brunello appena uscito e subito pronto senza l’attesa solenne di piani quinquennali di invecchiamento e, con qualche eccesso di “rottamazione”, giudicano perfino anacronistici i vini che non rispondono a questo indirizzo.

«Vogliamo fare un Brunello leggero? C’è già: è il Rosso di Montalcino fatto molto bene. In generale, l’alleggerimento parte già con l’annata 2010: sono già passati 15 anni. Significa maggiore ricerca del frutto, nitidezza dell’olfatto, tannini meno aggressivi. Il Brunello si gioca sull’equilibrio tra l’acidità, i tannini e quella che io definirei la “matericità” di Montalcino: ciò che lo distingue dal Vino Nobile di Montepulciano e dal Chianti Classico». A parlare è Riccardo Viscardi, vicecuratore della Guida Essenziale ai Vini d’Italia di DoctorWine, degustatore da oltre 30 anni, in particolare di sangiovese: “Mr. Brunello” è, non a caso, il suo nickname su Instagram. Per lui, alleggerire troppo significa perdere equilibrio.
«Più levi “matericità” – assicura – più l’alcol ti dà note di secchezza. Ho assaggiato riserve fantastiche: dimostrano che l’alcol non può essere usato come parametro. I 15 gradi di alcol sono standard: non ho mai assaggiato un grande Brunello che ne avesse meno di 14». Viscardi lancia l’allarme sul rischio di omologare i cru provenienti da versanti diversi e sul tema della riconoscibilità, anche all’estero: «Alcuni colleghi inglesi e tedeschi sono perplessi: in certi Brunelli 2021 non trovano le caratteristiche che ne segnalano l’origine. Un’eccessiva ricerca di sottrazione va a scapito dell’armonia delle componenti: così il pubblico abituato non ritrova più ciò che si aspetta da un Brunello».
Di parere molto diverso è Christian Eder, giornalista austriaco del vino da più di 30 anni, specializzato sui grandi vini del Piemonte e della Toscana: «A me piace molto questa versione più leggera e “approcciabile” del Brunello che emerge negli ultimi anni e in particolare dagli assaggi della 2021. Così la denominazione va nella direzione giusta». Responsabile dal 1999 della redazione e della degustazione dei vini italiani per la rivista Vinum, nata a Zurigo e diffusa in Svizzera, Austria, Germania e Francia, Eder non crede che l’evoluzione dello stile possa rappresentare un limite alla riconoscibilità e all’accoglienza del Brunello all’estero: «La ricerca della leggerezza non è una tendenza solo italiana, anche il pubblico di appassionati del vino svizzeri, austriaci e tedeschi è alla ricerca di vini rossi più facilmente accessibili», assicura.

Nella querelle interviene anche Alessandra Piubello, critica enogastronomica per testate italiane e internazionali e curatrice della guida Veronelli: «La tipicità di un vino – dice – non va mai snaturata, altrimenti non potremmo riconoscerlo nella sua identità. Tuttavia può essere interpretata in vigna (in ragione del cambiamento climatico) e in cantina con l’obiettivo di valorizzare una ‘struttura senza peso’. L’annata 2021 restituisce il profilo di un Brunello di Montalcino privo dall’eccessiva impronta dei legni (nulla contro il legno in sé e per sé, ma va usato per migliorare e non per coprire il varietale) e senza sovra estrazioni». Così, continua, gli sforzi dei produttori per interpretare l’annata «sono stati compensati da un vino più approcciabile ma comunque identitario, riconoscibile e coerente. La materia alla base risulta profonda, sana, lo sviluppo è ben articolato e l’eleganza è innegabile».
Conclude Piubello: «Arroccarsi sulle durezze, le estrazioni e i legni è sbagliato: è finito quel tempo. Anche i produttori tradizionalisti hanno capito che si può fare un passo avanti: polpa sì, ma senza estrazione che ti secca la bocca, con maggiore scorrevolezza. Pertanto, la contrapposizione non ha ragione d’essere. D’altra parte, definire “anacronistici” alcuni vini di Montalcino è un’affermazione completamente fuori luogo».
Il dibattito è aperto, dunque. Né dobbiamo per forza scegliere qui – si scherza, ma non troppo – tra “dalemiani” e “veltroniani” a Montalcino. Un plastico esempio del “riformismo” all’opera nella denominazione è il Brunello 2020 di Giodo, l’azienda di Carlo e Bianca Ferrini, non a caso premiato dalla Guida Vini d’Italia 2026 del Gambero come vino rosso dell’anno. Siamo sulla strada di Sesta, nella zona meridionale della denominazione, celebre per esprimere vini caldi, potenti e mediterranei: eppure questo sangiovese vitale ed elegante non esibisce muscoli ipertrofici bensì offre una lettura contemporanea del vitigno, dimostrando che pure il Brunello può esprimersi in modo fresco e approcciabile, a dispetto dei cambiamenti climatici. E sempre in casa Giodo, con l’annata 2021 debutta Prètto, una nuova etichetta di Brunello che, spiega Bianca Ferrini, 35 anni appena compiuti, «rispecchia uno stile attuale e vivace, pensato per chi cerca l’immediatezza. Volevo dare a Giodo una voce più mia, più vicina alla mia generazione». Una novità che promette di alimentare ulteriormente il confronto già serrato sull’evoluzione dello stile della denominazione.

Bianca Ferrini
Non si tratta – è bene dirlo – di un’eccezione isolata. Nello stesso versante, sulla strada di Sesta, proprio di fronte a Giodo ma radicalmente diversa nello stile, c’è Lisini – oggi diretta da Ludovica, Carlo e Lorenzo con il supporto di Francesca, in passato guidata per 50 anni da Donna Elina, una dei 25 fondatori del Consorzio, quindi prima e unica presidentessa – azienda storica che, con i suoi vini, specie Ugolaia, da sempre esprime la ricchezza e la potenza di questo territorio. A Benvenuto Brunello 2025, Lisini arriva con una novità: Poggio Severo 2021, un vino proveniente da vigne a 500 metri di altezza che, pur mantenendo l’origine “sudista” e il rispetto del genius loci, propone uno stile verticale e austero, carico di nerbo e di ritmo. Un’altra prova che la roccaforte di Montalcino non si rifiuta di dialogare con il futuro.
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