I fuoriusciti

"Pronti a rientrare nel Consorzio se saremo ascoltati". Parla Fabio Altariva dei Custodi del Lambrusco

Il nome solo per la doc, la creazione di sottozone, lo stop agli sfusi imbottigliati all'estero, un diverso sistema di voto sul modello Oltrepò: ecco le proposte dei fuoriusciti

  • 06 Novembre, 2025
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Ad un anno dalla nascita e dalla separazione dal Consorzio, i Custodi del Lambrusco rilanciano i loro obiettivi – in primis far sentire la voce dei piccoli produttori (sebbene tra di loro ci sia anche un nome di peso come Chiarli) – ma aprono alla possibilità di rientrare nell’ente di tutela. A condizioni ben precise. L’associazione, composta da una trentina di produttori è guidata da Fabio Altariva (titolare di Fattoria Moretto): «Noi valiamo appena il 10% del totale delle aziende del consorzio – dice al Gambero Rosso – ma se sei socio vuoi essere ascoltato a prescindere dai numeri. Qui le cantine cooperative gestiscono tutto, ma il mercato ha bisogno di profondi cambiamenti».

Me ne dica uno…

In primo luogo, bisognerebbe dividere le igp dalla doc. Oggi è tutto Lambrusco ma non va bene: bisognava differenziare perché i prezzi sono nettamente diversi e così, con questa confusione, il prezzo più alto viene penalizzato.

E poi?

Visto che i nomi dei vitigni non ci appartengono aiuterebbe creare delle sottozone: Castelvetro per il Grasparossa, Sorbara, Santacroce per il Salamino, Reggiano. Il nome Lambrusco andrebbe usato per lEmilia con la doc, ma eliminando ligp. Ma su queste cose devono scegliere i grandi produttori: oggi abbiamo ben 40 milioni di bottiglie per le doc e 130 milioni di bottiglie per le igp. Con quel che ne deriva sulle differenze di prezzo e di qualità sullo scaffale.

Insomma, quantità importanti che possono creare confusione?

Un disagio acuito dal fatto che molti imbottigliatori lavorano fuori dallEmilia. Nel caso del vino igp puoi spedire le cisterne frizzante allestero, ma poi non sai cosa fanno lì. In questo modo però perdi il controllo del profitto e dei prezzi. Con questo sistema ci facciamo autogol da soli perché ci faranno concorrenza. Noi diciamo no all’igp imbottigliato fuori zona: dovrebbe essere fatto qui.

Non si è fatto nulla per impedire l’invio degli sfusi allestero?

Di recente, il consorzio ha imposto la fascetta sulligp per contrastare quelli che portano il vino allestero e impedire che siano imbottigliate più bottiglie del dovuto. Ma chi davvero può controllare cosa accade allestero? Guardiamo il problema anche dal punto di vista delle aziende piccole che producono piccole quantità e hanno una filiera controllata dei loro vini: mettere la fascetta finisce per essere una nuova oppressione burocratica.

Ad ogni modo voi non avete i numeri per imporvi… Per questo nasce l’associazione?

Certo, dentro il consorzio le cantine sociali più grandi dettano le condizioni e sono indifferenti ai problemi che poniamo. Custodi del Lambrusco è un’associazione fatta solo da aziende private di filiera, tutte fuoriuscite dal consorzio (a parte VentiVenti), alcune erano uscite anche prima. Ma noi il consorzio lo vogliamo: bisognerebbe rivedere lo statuto, ma dopo un anno non abbiamo ancora ricevuto nessuna proposta interessante.

Quindi sareste anche disposti a rientrare se il consorzio ascoltasse le vostre esigenze?

Certo, saremmo disponibili a rientrare. Le nostre iniziative servono per creare un consorzio che funzioni meglio. Sia chiaro: se anche partiamo domani con le modifiche dello statuto necessarie servirebbero un paio di anni, quindi il percorso resta lungo. Resta il fatto che il consorzio serve: ha delle spalle più larghe e può accedere alle risorse. Noi non avremmo la forza che avrebbe un ente di tutela. Ma è necessario che qualcosa cambi, dobbiamo essere ascoltati.

Fino ad ora ci sono state reazioni da parte del consorzio?

Poche. A un certo punto è venuta fuori una polemica sull’uso del nome Lambrusco da parte della nostra associazione ispirata alla questione delle famiglie storiche dell’Amarone: ma lAmarone è un vino non è un vitigno, quindi non c’è spazio per iniziative legali nel nostro caso. Nell’ordinario, se c’è bisogno di qualcosa ci sentiamo, ma non c’è un vero dialogo.

Ma siate sinceri: il dialogo voi lo cercate?

Certo, bisogna intavolare un dialogo, trovare una via mediana. Ma bisogna affrontare le questioni che abbiamo posto.

Chiedete anche un cambio del sistema di voto?

Sì, ci interessa anche cambiare il sistema di voto, oggi le cantine sociali hanno un peso preponderante anche perché ricevono la delega dai conferitori. Dobbiamo sederci a un tavolo per trovare una buona idea: serve più fiducia e rispetto per i piccoli. Devo ancora studiare il nuovo statuto dell’Oltrepò Pavese, ma in quel caso le grosse cantine sono uscite, qui invece è il contrario. In ogni caso, servono dei passi in avanti da parte del consorzio e uno statuto rimodulato.

Ma voi chiedete anche iniziative sul fronte del mercato…

Sarebbe una bella cosa se si potesse imporre un minimo di prezzo per un prodotto che oggi è venduto spesso a pochissimo. Noi piccoli produttori ci rimettiamo direttamente, le cantine no. Eppure oggi anche le grandi realtà sono in sofferenza: motivo in più per cambiare rotta.

La crisi ha un impatto sui conferitori?

Le cantine sociali ti dicono il prezzo dopo, ma il conferitore è obbligato a dare luva a loro. Le uve sono pagate troppo poco, così i conferitori nemmeno protestano, fanno rendite con rese molto elevate a discapito della qualità o espiantano direttamente le vigne. Alla fine, le cantine sociali che erano nate per sostenere le famiglie contadine finiscono per danneggiarle.

Insomma, c’è un po’ di confusione in Emilia…

C’è confusione, ma nulla è perduto. Cerchiamo di trovare una soluzione buona per tutti e recuperare il tempo perso. Si potrebbe creare un canale della qualità con le sottozone e mantenere una linea della grande distribuzione dove la cantina sociale ha più potere. Ma tutto nello stesso pentolone non va bene. Sono convinto che un consorzio serva, ma così stiamo solo perdendo del tempo. Serve intelligenza da parte di tutti per pensare al bene comune.

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