L’area dei Campi Flegrei costituisce un sistema vulcanico tuttora pienamente attivo, come confermano l’intensificarsi degli eventi sismici e i fenomeni di deformazione del suolo registrati negli ultimi anni. Pozzuoli rappresenta il fulcro geomorfologico e geodinamico di questa vasta caldera, che si estende dal territorio di Bacoli fino a Posillipo, prolungandosi inoltre verso l’entroterra settentrionale fino alle aree di Quarto e Marano di Napoli. È qui che va in scena la vicenda vitivinicola dei Loffredo.

Le radici della famiglia Loffredo affondano alla metà dell’Ottocento, quando la terra veniva ancora coltivata in modo promiscuo e la vite, nei campi, faceva compagnia agli ortaggi e agli agrumi. Ce lo racconta Gennaro, attualmente alla guida dell’azienda: «Il vero punto di partenza del percorso vitivinicolo moderno risale al 1946, quando mio nonno Gennaro impianta le prime vigne accanto alla casa colonica, dando avvio a un’attività agricola strutturata. Sarà poi mio padre, Castrese, nel 2001, a dare la svolta decisiva, togliendo le altre coltivazioni e dedicandosi esclusivamente alla vigna, creando anche i terrazzamenti che tuttora coltiviamo».

Alle particolarità della zona abbiamo già accennato, ma vale la pena ripetere alcuni punti salienti che ci permettono di leggere un territorio nel vino prodotto. I terreni vulcanici dei Campi Flegrei si caratterizzano per una struttura estremamente drenante e povera di sostanza organica, condizioni che obbligano la vite a sviluppare l’apparato radicale in profondità, favorendo così una maggiore concentrazione aromatica e una forte identità territoriale delle uve. «Determinante però è anche la vicinanza al Mar Tirreno», spiega Gennaro, «perché garantisce brezze costanti capaci di mantenere i vigneti asciutti e salubri, moderando al tempo stesso le escursioni termiche e apportando una significativa componente salmastra». Questi fattori si riflettono direttamente nei vini, conferendo freschezza, spiccata sapidità e caratteristiche sfumature iodate.

I vigneti della Tenuta Loffredo, spesso disposti su terrazzamenti e pendii scoscesi, richiedono lavorazioni esclusivamente manuali, basse rese produttive e un’attenta selezione dei grappoli, il tutto effettuato con un approccio completamente artigianale. Il luogo, quindi, è sì affascinante, ma questo fascino paga il pegno alle difficoltà che si hanno nel lavoro quotidiano: «non a caso la nostra viticoltura è definita eroica» ci dice Gennaro.

«Gli spazi sulle terrazze sono ristretti e complessi da gestire. Gran parte delle operazioni agronomiche — dalla potatura ai trattamenti fino alla vendemmia — deve necessariamente essere svolta a mano, con un notevole incremento dei tempi di lavoro e dei costi di produzione». «Un ulteriore elemento di criticità», continua Gennaro, «è rappresentato dalla forte pressione urbanistica: il territorio appare frammentato, con vigneti spesso di piccole dimensioni e circondati da aree abitate, fattore che limita l’espansione produttiva».

Tra i vitigni maggiormente coltivati dai Loffredo spiccano la falanghina, da cui nascono vini freschi, agrumati e marcatamente minerali, e il piedirosso, più delicato rispetto ad altri rossi regionali, caratterizzato da profumi di piccoli frutti rossi, leggere speziature e una notevole agilità di beva; presente, seppur in misura minore, anche l’aglianico.
Nei vini di Tenuta Loffredo emergono con chiarezza tutti gli elementi distintivi del territorio flegreo: la marcata mineralità dei suoli vulcanici, la vivace acidità favorita dal clima ventilato, la sapidità di matrice marina.

Lo abbiamo notato soprattutto nella Falanghina Terrazze sui Campi ’23, che abbiamo premiato per il vantaggioso rapporto qualità prezzo sulla guida Berebene 2026 del Gambero Rosso, ma ha ottenuto anche i Due Bicchieri Rossi, essendo arrivata alle degustazioni finali per la guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso. Con questa etichetta Gennaro ci ha stupito per l’approccio minimalista, rispettoso della materia prima, che si concretizza in una gamma di particolare trasparenza. Proprio come questo bianco che punta tutto su toni di spezie e affumicatura, poi prezzemolo e basilico, con qualche rusticità, ma anche tanta energia salina che lo rende trascinante.
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