Se pensiamo alla Toscana e ai suoi vini, la mente corre subito al Chianti o al Brunello di Montalcino. Più defilata, ma non per questo meno interessante, è invece la zona del Lucchese, un piccolo distretto vitivinicolo che si erge tra il Mar Tirreno e gli Appennini, dove, nel piccolo comune di Montecarlo, ha sede Fattoria del Teso si fa notare per l’attenzione all’ospitalità e per la sua gamma di vini, tra i quali abbiamo scovato una vera chicca: un vermentino macerato

Fattoria del Teso, infatti, oltre a proporre un Vermentino più classico, offre anche un’altra lettura del vitigno, sottoponendo l’uva a una prolungata macerazione sulle bucce e a una maturazione di un anno in barrique. Dopo tre mesi in bottiglia il vino è pronto per essere stappato: è così che si ottiene l’Orange del Teso, un Igt da vermentino in purezza, prodotto in sole 1500 bottiglie.
«L’idea nasce dopo che ho assaggiato, nei primi anni Duemila, degli orange wine in vari ristoranti, quando ancora non andavano di moda. Così, quando ho avuto l’occasione l’ho buttata lì quasi per scherzo, solo al cantiniere, senza nemmeno coinvolgere l’enologo (Francesco Bartoletti ndr)», spiega Gianluca Di Chiappari, amministratore dell’azienda che, insieme alla compagna e proprietaria Cristina Chiomenti, gestisce la cantina.

Fattoria del Teso è un’azienda vitivinicola, ospitata in un edificio storico del XIII sec., che ha messo su le radici in un territorio da sempre vocato alla produzione di vino. Basti pensare che prima ancora di chiamarsi Montecarlo, il piccolo borgo toscano era conosciuto con il nome di Vivinaia e fu poi battezzato nel 1333 con il suo attuale nome, in onore di Carlo IV di Boemia. Acquistata nel 1935 dalla famiglia Chiomenti e inizialmente utilizzata come rifugio per le vacanze, la cantina è stata riorganizzata a partire dal 1970 con i criteri della moderna agricoltura. Oggi dispone di 15 ettari di vigneti.

Da sottolineare è lo spazio dedicato al famoso Vin Santo: Gianluca, proprio nei giorni in cui lo abbiamo raggiunto al telefono, era impegnato nell’imbottigliamento dell’annata 2004. Il vino passito ha un luogo dedicato all’interno dell’azienda: la vinsantaia. Al primo piano dei due in cui è suddivisa, si trova il fruttaio, dove vengono lasciati appassire i grappoli sugli appositi cannicci. Con vista sui vigneti, invece, al secondo piano ci sono gli antichi caratelli di castagno da cento litri, provenienti da una distilleria di whisky degli anni Settanta e tuttora utilizzati. Il Vin Santo, dopo una prima fase di lavorazione al primo piano, viene trasferito nel sottotetto dove riposa almeno 10 anni. Questo luogo è considerato dall’azienda il proprio fiore all’occhiello.

Orange del Teso
Punteggio: 93/100
Tornando al vino su cui ci concentriamo qui, l’Orange del Teso, va detto che appassiona per precisione e originalità, dallo stile antico e un pizzico di modernità allo stesso tempo.«Il primo orange che abbiamo fatto è stato di chardonnay, abbiamo provato a farlo assaggiare per capirne l’impatto ed è andato subito venduto» spiega Gianluca, che continua « l’anno successivo con l’aiuto dell’enologo Francesco Bartoletti abbiamo iniziato a farlo con il vermentino, la prima annata è stata la 2020/2021. Lo lasciamo macerare sulle bucce per trenta giorni e poi circa il 20% viene fatto passare in barrique di quarto passaggio per non far rilasciare troppi sentori. Tutti producono Vermentino e questo vino ci ha fatto uscire dai canoni. Per provare a fare qualcosa di diverso».
Nel calice si presenta con un colore arancio intenso dai riflessi dorati. Al naso emergono note di arancia e albicocca, accompagnate dai profumi della macchia mediterranea. L’assaggio è solare, sapido, ricco e leggermente tannico, caratteristiche che contribuiscono a renderlo un orange wine dalla forte personalità e dal notevole rapporto qualità-prezzo. Per questo lo abbiamo inserito nella guida BereBene 2026 di Gambero Rosso, dedicata ai migliori vini italiani che in enoteca e negli shop on line non costano più di 20 euro.
La produzione aziendale spazia dai vitigni autoctoni a quelli internazionali, riflettendo la storia della Doc Montecarlo, una delle denominazioni più piccole d’Italia con circa 200 ettari vitati. La sua identità nasce nella seconda metà dell’Ottocento grazie al lavoro del viticoltore Giulio Magnani, che dopo un viaggio di studio in Francia introdusse varietà come cabernet franc, merlot, syrah, sauvignon blanc, chardonnay, roussanne e sémillon. Un’intuizione che contribuì a plasmare il volto della denominazione e a favorire il rinnovamento della viticoltura locale anche dopo la crisi della fillossera.
Ancora oggi il disciplinare consente la convivenza di varietà internazionali e vitigni tradizionali come trebbiano, vermentino, sangiovese, canaiolo e colorino. Accanto all’Orange del Teso, la cantina produce un Vermentino in purezza, uno Chardonnay, il Montecarlo Rosso, la Riserva e l’Anfidiamante Igt, etichetta ispirata alla filosofia dei Supertuscan.

Una cosa su cui l’azienda punta molto è l’ospitalità in cantina: «Per noi è importantissima, è diventato un core business. Siamo una cantina piccola, produciamo novanta mila bottiglie. Al di là della vendita Horeca, la maggioranza dei ricavi deriva proprio dalle vendite dirette e dalle degustazioni che facciamo». Oltre alle visite in cantina, vengono organizzati corsi di degustazione e l’originale format “Aperitif Art“, che unisce vino e pittura. Guidati dall’artista Arianna Picerni, i partecipanti degustano i vini della tenuta mentre realizzano una propria tela.
Un’esperienza che racconta bene la filosofia dell’azienda: valorizzare un territorio ancora poco conosciuto rispetto alle grandi mete enologiche toscane, ma capace di sorprendere con vini dalla forte identità.
Le foto sono di www.facebook.com/fattoria.delteso/
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