Corsi e ricorsi storici

L'espianto russo dei vigneti fu il grande fallimento di Gorbaciov. Ora la storia potrebbe ripetersi (ma in Europa)

Ecco come il segretario generale dell'Urss mosse guerra alle vigne, cancellò i filari e finì per smarrire un impero intero. Per l'Occidente forse è tempo di ripassare la storia

  • 20 Novembre, 2025
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Nella primavera del 1985, nelle colline georgiane del Kakheti e in quelle moldave di Codru, accadde qualcosa che i contadini non avevano ancora mai visto. Camion con funzionari statali, tecnici agronomi arrivati da Mosca, squadre di operai che si muovevano lungo i filari come in una campagna militare. Non si trattava di operazioni agronomiche stagionali, né di campagne fitosanitarie straordinarie: era l’inizio della più vasta estirpazione di vigneti mai condotta in tempo di pace in un grande Stato moderno. Oggi che l’Occidente torna a parlare di estirpazione (nel nuovo Pacchetto vino potrebbe rientrare tra le misure finanziate con i fondi Ocm), è opportuno ripassare la storia per capire a cosa si può andare incontro. 

Commissione Ue - Foto di NakNakNak da Pixabay|

L’estirpazione dei vigneti voluta dalla Russia

La decisione di Mosca arrivò nella primavera del 1985, poche settimane dopo l’elezione di Michail Gorbaciov a segretario generale dell’11 marzo: tra le sue prime iniziative di governo scelse di aprire il cantiere della perestrojka partendo da un fronte simbolicamente e socialmente cruciale, quello dell’alcol.

La società sovietica viveva da anni una crisi profonda, e il consumo incontrollato di vodka e distillati gravava su produttività, salute pubblica e mortalità. Nel 1982 l’economista Vladimir G. Treml pubblicò Alcohol in the Ussr: A Statistical Study, uno dei lavori più accurati nel ricostruire l’impatto dell’alcol sulla popolazione sovietica. Le sue analisi mostravano che l’abuso di bevande ad alta gradazione riduceva in modo significativo l’aspettativa di vita maschile e assorbiva una quota rilevante delle risorse sanitarie, trasformandosi in un ostacolo strutturale allo sviluppo complessivo del Paese. La risposta, nelle intenzioni del Cremlino, doveva essere energica e immediata.

La campagna morale di Gorbaciov

Gorbaciov puntò tutto su una “campagna morale”, convinto che la trasformazione dell’Urss dovesse partire dai comportamenti quotidiani. Nel decreto del maggio 1985, però, non c’erano solo misure sul consumo: c’era un intervento diretto sulla produzione agricola, soprattutto sulle regioni viticole del Sud. La logica era semplice nella sua radicalità: per ridurre drasticamente l’alcol si doveva intervenire alla radice, colpendo il sistema produttivo. Il vino e i distillati che provenivano da Georgia, Armenia, Moldavia e Crimea dovevano diminuire di quantità, e lo strumento individuato era la riduzione fisica della superficie vitata. Per dare il buon esempio, i ricevimenti ufficiali sovietici, sia in patria che all’estero, divennero privi di alcol. Esortando i cittadini sovietici a rispettare queste misure, Gorbaciov divenne noto come il mineral’nyi sekretar’ (segretario del consumo di acqua minerale) anziché il general’nyi sekretar’ (segretario generale).

La drastica riduzione dei vigneti

Le fonti dell’epoca, dai rapporti Cia ai molti materiali oggi raccolti nel progetto Seventeen Moments in Soviet History, documentano la scala dell’operazione. I vigneti furono estirpati per decreto in intere aree rurali. Secondo le ricostruzioni degli economisti Anderson e Pinilla, la superficie vitata sovietica passò da circa 1,4 milioni di ettari all’inizio del 1985 a poco più di 900 mila nel 1988. In Georgia si superò il cinquanta per cento di vigneti distrutti, in Moldavia quasi la metà. Per la popolazione locale fu uno shock: interi paesaggi agrari costruiti in secoli venivano cancellati in pochi mesi.

I devastanti effetti sull’economia 

L’aspetto sorprendente, guardando questa vicenda da una prospettiva geopolitica, è che la campagna anti-alcol assunse immediatamente la forma di un intervento diretto sugli equilibri territoriali dell’Unione. La viticoltura sovietica era infatti concentrata nelle repubbliche meridionali e occidentali, aree con identità culturali profonde, tradizioni religiose autonome e una lunga storia agricola distinta da quella del cuore russo. In quei territori la vite costituiva un dispositivo di territorializzazione: organizzava il lavoro stagionale, strutturava la vita rurale, modellava le colline con filari, terrazze e sistemi irrigui ereditati nei secoli. Agire sulla vite significava quindi agire sui fondamenti stessi della coesione locale, alterando il rapporto fra comunità e spazio e incidendo su identità storiche che il potere centrale aveva sempre faticato a disciplinare.
La campagna anti-alcol assunse così i tratti di un intervento diretto sugli equilibri territoriali dell’Unione, attraverso cui il centro ridefiniva rapporti di forza e spazi produttivi. Il potere centrale, nel tentativo di ristabilire ordine attraverso il doppio programma della ricostruzione economica (perestrojka) e della trasparenza amministrativa (glasnost), intervenne direttamente sulle repubbliche meridionali, riscrivendone la geografia produttiva. L’impatto economico, che probabilmente fu sottovalutato o valutato con eccessiva superficialità dai pianificatori sovietici, si manifestò con una rapidità devastante. Le entrate statali legate all’alcol – una quota che in alcuni anni arrivava al quindici per cento del bilancio complessivo – crollarono, aprendo un vuoto di risorse proprio nel momento in cui l’Urss tentava di sostenere la modernizzazione dell’industria e dei servizi.

La domanda sociale di alcol non diminuì, ma si spostò nei circuiti clandestini: il mercato nero esplose, alimentato dalla produzione domestica di vodka e distillati, sottraendo ulteriore controllo e gettito allo Stato. Le comunità rurali delle regioni viticole, improvvisamente private della loro infrastruttura produttiva fondamentale, entrarono in una spirale di crisi che investì reddito, occupazione e coesione sociale.

 

manifesto della campagna anti alcol russa

Il vuoto culturale e le tensioni geopolitiche

Le conseguenze più profonde si rivelarono nel paesaggio e nella cultura, cioè nelle strutture lente del territorio. L’estirpazione dei vigneti cancellò un patrimonio costruito in secoli di adattamento tra comunità e ambiente; interi sistemi colturali modellati su climi, suoli e microambienti specifici svanirono in pochi anni. Questo processo mostrò con rara evidenza come il vigneto sia molto più di una superficie agricola: rappresenta una forma di territorializzazione, nel senso indicato dalla geografia critica, una trama storica che tiene insieme persone, istituzioni e paesaggi. La sua distruzione non generò, quindi, soltanto un “vuoto produttivo”, ma aprì un vuoto culturale e simbolico che si era stratificato nei decenni, erodendo la memoria dei luoghi e la continuità delle comunità che li abitavano. La distruzione dei vigneti va letta come una manovra di territorializzazione al contrario del senso proposto dal geografo Angelo Turco: un processo che disfa relazioni storiche tra comunità, pratiche e luoghi. E appena quel legame territoriale fu indebolito, si indebolì anche l’autorità politica che lo regolava. Non stupisce che proprio le repubbliche più colpite dagli espianti – Georgia, Moldavia, Armenia – diventarono negli anni successivi focolai di proteste, rivendicazioni nazionali e movimenti indipendentisti. La perestrojka voleva rafforzare lo Stato combattendo l’alcolismo, ma l’intervento violento sul paesaggio vitato contribuì invece a frantumare equilibri politici delicati. La grande riforma morale produsse una trasformazione geografica non prevista, e in quella trasformazione si inserirono tensioni che avrebbero poi catastroficamente accelerato la dissoluzione dell’Unione.



Manifesto di propaganda anti alcol: Socialmente dannoso

La nuova politica degli espianti in Europa

Oggi, a distanza di quarant’anni, la questione degli espianti torna nelle politiche agricole e nel dibattito globale sul vino, ma per ragioni differenti. L’Occidente non affronta una crisi di eccesso di consumo: affronta un calo strutturale della domanda, un commercio in forte competizione, margini ridotti e superfici che in alcune regioni appaiono eccedenti. Anche in Italia si parla così di rimuovere vigneti per riequilibrare il mercato, come già avviene in Francia, in Australia, in alcuni stati americani. Le logiche economiche che sostengono queste proposte sono chiare: meno produzione, meno costi, prezzi più sostenibili.

Il rischio di adottare misure irreversibili

Il parallelo con l’Urss è imperfetto per motivi evidenti, ma utile sul piano analitico. La storia sovietica insegna che toccare il vigneto significa toccare un sistema territoriale. Gli espianti possono sembrare una soluzione tecnica, quando invece comportano modifiche profonde nelle comunità rurali, nei paesaggi, nella cultura materiale e immateriale. Il vino è un settore che vive di lunga durata, di stratificazioni lente, di relazioni tra territorio e società che non si ricostruiscono rapidamente. Rimuovere vigneti può essere, in alcuni casi, una scelta giustificata da problemi reali del mercato, ma prima di imboccare quella strada è necessario interrogarsi su ciò che si mette a rischio.

Il confronto tra vecchi e nuovi estirpi

Il caso sovietico mostra che quando lo Stato interviene sulla vite per risolvere una crisi, gli effetti possono divergere molto dalle intenzioni. La perestrojka cercava ordine e disciplina, ma il suo impatto sociale, economico e geografico contribuì a destabilizzare lo Stato. Nel contesto contemporaneo, gli espianti del vigneto possono quindi rispondere a esigenze immediate, ma rischiano di generare effetti collaterali sul paesaggio, sulle reti rurali e sulle economie locali. Come nel 1985, si potrebbe scoprire che ciò che sembra una soluzione semplice a un problema complesso modifica qualcosa di più grande: la geografia stessa del vino.

Il punto oggi, allora, non è respingere gli espianti in modo aprioristico, né accoglierli come unica risposta possibile. Il punto riconoscere, alla luce della storia, che il vigneto non è una semplice infrastruttura produttiva: è una struttura territoriale complessa, nella quale si intrecciano economie, paesaggi, identità e istituzioni. Intervenire su una struttura di questo tipo senza valutarne tutte le implicazioni significa esporsi al rischio già sperimentato dall’Urss degli anni Ottanta: provare a correggere un problema agendo proprio sull’elemento che garantiva coesione e continuità al sistema.

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