In una conversazione con Maria Teresa Mascarello, nata a margine della vendemmia appena trascorsa, si è finiti a parlare non solo di vino, ma anche di come oggi viene spesso visto chi lo produce. In quel contesto mi è tornata alla mente una maglietta che Axl Rose indossò al Freddie Mercury Tribute, a Wembley, nel 1992. C’era scritto: Kill your idols.
Un messaggio apparentemente fuori luogo in un contesto celebrativo, quasi irriverente. Eppure lucidissimo. Non un invito alla distruzione, ma una presa di distanza dall’idolatria. Un modo per ricordare che l’ammirazione, quando diventa fede, smette di essere pensiero.
Nel vino, negli ultimi anni, quel motto suona sorprendentemente attuale. Non per le bottiglie, non per le annate, ma per le persone. I produttori — piccoli o grandi, artigiani o titolari di aziende strutturate — sempre più spesso non sono più soltanto figure legate al lavoro: diventano personaggi pubblici, nomi intoccabili, narrazioni ripetute fino a trasformarsi in identità da seguire.

Come accade in molte altre passioni contemporanee, che sia calcio, cucina o musica, anche il vino sembra aver bisogno di idoli. Non più solo di vini da bere, ma di visioni da abbracciare, di storie in cui credere, di figure da legittimare prima ancora di assaggiare. Il rischio, però, non sta nell’ammirazione in sé, ma nella delega: quando il giudizio viene sospeso e il rispetto sfocia in riverenza, fino a trasformarsi in sudditanza, in nome di un nome, di un’aura, di un ruolo.
Il punto, va chiarito, non sono i produttori: il cortocircuito nasce nelle aspettative che proiettiamo su di loro.
Oggi non basta più fare grandi vini. A molti si chiede anche di essere disponibili, empatici, presenti, comunicativi, allineati. Di incarnare un personaggio riconoscibile, rassicurante, possibilmente simpatico. Come se il valore del vino dovesse essere confermato dal carattere di chi lo produce, dal suo atteggiamento pubblico, dalla sua capacità di rispondere alle attese.
Il punto è che dietro ogni vino c’è una persona, ed è proprio qui che spesso si annida l’equivoco. Alla qualità del vino si finisce per associare, automaticamente, l’idea di una personalità straordinaria, come se l’intensità o la complessità del calice dovessero trovare una corrispondenza nel carattere di chi lo ha prodotto.
Ma fare un grande vino non implica affatto che chi lo produce debba essere colto, brillante o interessante come persona o personaggio.
Da qui nasce un’aspettativa insensata ma diffusa: che chi fa vino, oltre a farlo bene, deve essere sempre disponibile, sempre presente, sempre pronto a soddisfare ogni richiesta. Anche quando il lavoro impone dei limiti, delle scelte, delle rinunce che nulla hanno a che fare con la volontà di escludere o compiacere.
Un meccanismo non troppo diverso da quello con cui molti appassionati si avvicinano ai grandi vini: pretendendo che siano sempre eccezionali, sempre all’altezza del mito, sempre pronti a confermare l’idea che ci siamo fatti di loro.

Lo si è visto chiaramente anche di recente, in occasione della scomparsa di Emmanuel Reynaud, figura centrale di Château Rayas e Chateau des Tours. Accanto ai tributi — comprensibili e dovuti — per vini considerati tra i più grandi al mondo, sono emerse anche critiche che nulla avevano a che fare con il calice. Non osservazioni sull’opera, ma sulla persona. Sul carattere, sulla presunta distanza, sulla mancanza di disponibilità. Come se, oltre a fare grandi vini, si dovesse rispondere a un’idea preconfezionata di cordialità, di accessibilità.
Eppure la legittimità di chi fa vino non dovrebbe dipendere da questo. La qualità del vino non comporta alcun obbligo di esposizione pubblica, di affabilità o di adesione a un ruolo. Pretendere il contrario significa spostare il giudizio dal vino a un’aspettativa che con il vino ha poco a che fare. Ovviamente distinguere il vino dalla persona non significa concedere impunità, ma evitare di confondere il lavoro con l’etica e la responsabilità.
Forse è qui che Kill your idols, nel vino, trova il suo senso più concreto. Non come rifiuto dell’eccellenza, ma come rifiuto della confusione dei ruoli. Separare il vino dalla pretesa di una santificazione personale non è un atto di cinismo, ma di maturità. Il vino non ha bisogno di messia, né di personaggi chiamati a incarnare qualcosa che vada oltre il loro lavoro.
Accettare che un grande vino non debba essere accompagnato da una grande personalità è l’unico modo per rimettere il fuoco dove dovrebbe stare: sul vino. Su ciò che c’è nel calice, non sull’idea che ci siamo fatti di chi lo ha riempito.
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