Il j'accuse

“Uga e super vini? Non servono". Martin Foradori spiega perché ha lasciato il Consorzio Alto Adige

L'imprenditore non le manda a dire dopo le dimissioni da vicepresidente: "Hanno provato a silenziarmi, ma io non scendo a compromessi". E punta il dito contro il sistema altoatesino delle cooperative

  • 18 Dicembre, 2025
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«Sono sempre stato libero da qualsiasi intreccio tra associazioni, enti e politica nel nostro territorio. Questa indipendenza mi ha permesso di esprimere sempre il mio libero pensiero e – quando necessario – di essere scomodo “al sistema”». Martin Foradori Hofstätter, titolare della tenuta omonima a Termeno (Bolzano), una delle più storiche e prestigiose dell’Alto Adige, si è dimesso a fine agosto dalla carica di vicepresidente del consorzio dell’Alto Adige. Oggi, a qualche mese di distanza, spiega a cuore aperto al Gambero Rosso le ragioni profonde del suo gesto. «Oggi molte iniziative e progetti non nascono tanto per proiettare il territorio nel futuro, quanto piuttosto per sanare situazioni stratificatesi nel tempo e lasciare, per comodità, le cose come stanno». 

La famiglia Foradori Hofstätter

Si riferisce all’introduzione delle Uga, le unità geografiche aggiuntive? 

È un esempio emblematico. In Alto Adige non sono state concepite come strumento di visione futura, per collegare ancora più intensamente i vini al nostro splendido territorio, ma per rimettere ordine in una miriade di etichette e vini che utilizzavano nomi geografici senza alcuna reale legittimazione o prova di appartenenza territoriale. 

Ma lei, da vicepresidente del consorzio, è stato un protagonista di questo percorso… Se ne è già pentito?

Ho voluto fortemente le Uga e ne ho anche accompagnato il percorso: ma se si va oltre la superficie, ho dovuto stringere i denti per accettare numerosi compromessi.

Quali compromessi? 

Mi riferisco in particolare alla possibilità di associare ad ogni singola unità geografica fino a cinque varietà di uve. Certo, passare da oltre venti varietà ammesse a cinque può sembrare un enorme passo avanti. Ma questo genererà una significativa confusione sugli scaffali. In teoria, visto che le Uga sono 86 e ciascuna ammette più di una varietà, in futuro potrebbero nascere oltre 400 nuove etichette che si aggiungeranno ai vini doc già esistenti. Ma come si fa a spiegare al consumatore finale che il nome di una stessa Uga viene declinato in cinque varietà diverse? Stiamo dando un messaggio chiaro?

Qual era la soluzione preferibile?

Sarebbe stato più coerente e comprensibile collegare ogni Uga a una sola varietà predominante, scelta tra quelle storicamente presenti sul territorio e previste dal disciplinare, in base al microclima e al terroir specifico della singola unità.

Come si spiega la deriva delle Uga?

Le Uga alle cantine sociali importano poco: sono state loro le prime a non volerle. Ma dalle Uga non potevamo più scappare: c’erano già troppe etichette con nomi che non potevano esistere. Poi però sono state introdotte le cinque varietà. Così in alcune unità puoi menzionare il pinot nero, il pinot bianco, il sauvignon, lo chardonnay e il pinot grigio: così è troppo. Ma il fenomeno si capisce bene: come fai a dire, da presidente della cantina sociale, che le uve di quel contadino socio sono più pregiate di quell’altro socio che ha il vigneto accanto? Così, però, le cantine sociali stanno facendo del male ai loro soci:  tenendoli anonimi gli stanno svalutando i terreni. Negli ultimi 25-30 anni hanno investito molto sulla struttura delle cantine, non altrettanto nel territorio.

In questo compromesso “multivarietale” c’entrano anche i Super Sudtiroler?

Certo. I kellermeister delle cantine sociali avevano bisogno di dare una collocazione geografica ai cosiddetti Super-Sudtirolesi dell’ultima ora. 

A lei piacciono?

Sono presentati come vini di alta qualità, ma il termine “qualità” è sorpassato: ormai la trovi ovunque. I Super Sudtiroler sono assolutamente vini di altissima qualità, ma potrebbero venire anche dal Cile, dall’Australia o dalla California. Sono vini intercambiabili, non hanno radici, non appartengono a una denominazione né a un vigneto. Le Uga sono un aiuto, ma dobbiamo fare le cose per bene.

Qual è allora il valore aggiunto da dare ai prodotti altoatesini per renderli unici?

Per creare qualcosa di speciale dobbiamo creare dei posti di “pellegrinaggio”. Qualsiasi appassionato di vino che va in Borgogna va nel vigneto della tenuta Romanée-Conti, nella côte de Nuits: tutti vanno a farsi la foto davanti alla croce che campeggia sul vigneto. Non bastano la cantina e il vino: la gente vuole andare nel vigneto. Dobbiamo creare un legame più forte con il territorio e con la vigna. I Super Sudtirolesi sono capolavori di bravi kellermeister, vini impeccabili a livello tecnico, ma da dove provengono? Che storia raccontano?

Quindi i suoi vini di punta, come i pinot nero di Mazon, non si possono definire Super Sudtiroler?

I miei vini di punta sono tutti classificati come “vigna”: siamo in una particella speciale, molto oltre la Uga. Non so se sono dei Super Sudtirolesi: mi sono sempre rifiutato di chiamarli così. Con il nostro ultimo studio sulle differenze di suolo oggi riusciamo a raccontare che nel territorio di Mazon abbiamo tre tipi di terreno che danno tre tipi di vino: è un “gioco” unico che possono fare anche altri produttori.

La strada de vino dell'alto adige

Insomma, il “sistema Alto Adige” l’ha delusa…

Il “sistema Alto Adige” è tanto complesso quanto semplice: alla base di tutto vi è la presenza massiccia delle cooperative in tutti i settori agricoli, così come nel Consorzio Vini Alto Adige. In più, c’è la Coldiretti che esprime il politico di turno dalle sue file. A tutto ciò poi sono collegati direttamente ed indirettamente enti pubblici e non, nonché ovviamente la politica. Alla fine nessuno pesta i piedi dell’altro.

In questo scenario come funziona l’economia vitivinicola?

È caratterizzata da una logica del “dalla mano alla bocca”. Massimizziamo tutto per pagare il più possibile le uve, così qualsiasi progetto per il futuro che ha un minimo di rischio viene accantonato. Il reddito degli agricoltori è senza dubbio importante, ma il rischio concreto è quello di perdere — e in parte lo abbiamo già perso — qualsiasi slancio, forse anche azzardato, talvolta anche rivoluzionario, necessario per proiettare un settore nel futuro. Sei un bravo presidente di cooperativa quando hai una visione o quando paghi le uve più del tuo predecessore? Sono importanti entrambe le cose, certo, ma una visione ha bisogno anche di coraggio. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra la remunerazione economica e gli interessi del territorio per essere competitivo.

Invece?

Mancano sia la volontà di guardare oltre la propria “mangiatoia” (e i voti da prendere nelle elezioni…) che la capacità intellettuale di concepire idee in grado di rispondere a un futuro che chiede soluzioni innovative. I giovani funzionari della cooperazione di oggi sono nati e cresciuti nel benessere creato dalle generazioni precedenti, in anni dove tutto era possibile e facile, senza tanti sforzi.

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Si è dimesso dal consorzio per questo? Ci racconta come è andata?

Quando si tratta di portare avanti, anche attraverso azioni scomode per il “sistema”, una visione che tuteli davvero il mondo vitivinicolo non scendo a compromessi. Questo atteggiamento spaventa chi è abituato a navigare solo sotto cieli azzurri ed è sempre attento a non calpestare i piedi altrui. Mesi fa ho inviato una lettera aperta al cda del consorzio, all’assessore dell’agricoltura e all’ente agricolo consulente dei contadini criticando lo scarso impegno per la lotta alla flavescenza che ci stava ammazzando le vigne e che in Borgogna sanno tenere sotto controllo. Era già l’ennesima lettera, non avevo mai avuto risposte da nessuno. “Ma come puoi dire una cosa del genere?”: assessore, cantine sociali e consulenti hanno sentito calpestati i loro piedi e si sono tutti offesi.

E il presidente del Consorzio? 

Ha tentato di mettermi la museruola appellandosi allo statuto del consorzio. «Il vicepresidente è presente solo quando il presidente non c’è», mi ha detto. Insomma, l’unico ruolo di un vicepresidente è quello di sostituire il presidente quando è impegnato. L’ho affrontato a muso duro, ha sbagliato persona. Mi ha promesso un incontro con il direttore del consorzio, ma li sto ancora aspettando. La cosa è diventata comica quando anche i singoli funzionari del consorzio, che non avrebbero mai preso l’iniziativa singolarmente, mi hanno riversato addosso tutta la “forza di gruppo”. Morale finale: è inutile investire ancora del tempo in un ente in cui non vedo alcuna prospettiva.

In una recente intervista per il Gambero Rosso, il presidente Andreas Kofler ha criticato anche la scelta di produrre dealcolati, ritenendola poco territoriale… Si è sentito chiamato in causa?

Una persona furba nella posizione che ricopre non dovrebbe impuntarsi su certe cose. Lui non ha la sfera di cristallo: e se i dealcolati fossero il futuro? Al suo posto, mi terrei aperte tutte le opzioni disponibili per poter soddisfare il mercato, senza sindacare su un prodotto. Lo capirei solo se dicesse che i terreni dell’Alto Adige sono pochi, quindi non ha senso dealcolare i prodotti locali. Ma se lui crede nel succo di uva perché non fa un passo in avanti per portarlo, anche a livello nazionale, a un livello superiore con una collocazione geografica e varietale? Ben vengano i succhi di uva: sono una alternativa, così come i dealcolati. Anche in quel caso abbiamo bisogno di denominazioni, più ancora che nei dealcolati. Le faccio un altro esempio…

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Prego.

Il bag in box può non piacerti, ma nei paesi scandinavi è una cosa normalissima. E allora che fai? Chiudi un mercato importante come quello scandinavo? Se hai visione e se conosci bene il mercato raduni i vertici e fai un cambio del disciplinare. Devi avere sempre uno sguardo rivolto al futuro, specie se sei in una posizione ufficiale. Oggi mi sento più libero che mai: forse avrei dovuto capire già molto tempo fa che in Alto Adige il tempo delle grandi visioni è finito, soffocato dalla paura di disturbare equilibri comodi.

Il futuro della regione è tutto nero?

Negli ultimi trent’anni si è costruito. Ma sul futuro ho forti perplessità. Non è una mancanza di mezzi, bensì di idee e visioni chiare. I soldi — ce ne sono molti, concentrati nei soliti circuiti tra consorzi ed enti satelliti — non generano progresso se non sono guidati dal coraggio. Senza visione, il capitale diventa solo paralizzante.

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