«Diminuire le rese produttive e controllare l’offerta di vino è quanto mai doveroso, in questo difficile contesto economico». Parola di Luca Rigotti, presidente del settore vino di Confcooperative che, dal settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso, interviene nel dibattito sul futuro del vino italiano e sul rischio sovrapproduzione, alla vigilia della vendemmia 2026. Secondo il rappresentante del mondo del vino cooperativo, che conta oggi ben 100mila viticoltori, 266 cantine e consorzi cooperativi per un giro d’affari di 5,2 miliardi di euro (1,8 mld all’export), il settore sta vivendo una fase molto complicata. «Non possiamo parlare di riduzione dell’offerta in modo generalizzato, ma occorre studiare caso per caso», sottolinea Rigotti che definisce «una misura opportuna» il blocco delle autorizzazioni per i nuovi impianti viticoli, attualmente pari all’1% della superficie nazionale. Uno stop da attivare «per un periodo di almeno due o tre anni».
L’idea è caldeggiata dall’anima industriale del vino italiano che, con Unione italiana vini, ha proposto recentemente un patto di filiera al cui interno è incluso proprio lo stop temporaneo ai nuovi impianti viticoli, nell’ambito di una più ampia riforma del comparto nazionale. Una proposta, ovviamente, da condividere con le altre associazioni di categoria, in sede di Tavolo vino del Masaf. Ma se industria e cooperazione parlano la stessa lingua è già un buon viatico. Dal 2016, anno dell’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo, il Masaf concede oltre 6mila ettari l’anno di superfici vitate. Troppi alla luce di stock molto alti, export negativo anche nel primo trimestre 2026 e consumi interni in difficoltà. L’apertura del mondo coop potrebbe stimolare una nuova fase. E se il Tavolo vino troverà la quadra, l’Italia potrebbe percorrere la stessa via prudente della Spagna che anche nel 2026 ha confermato l’intenzione di concedere appena lo 0,1% di nuove superfici.

La parola d’ordine della vendemmia 2026 è contenimento delle produzioni. I Consorzi si stanno già muovendo a ridurre i volumi mentre l’Italia ha 50 milioni di ettolitri in giacenza. Che fare?
Siamo in una fase molto complicata. Tutta l’economia è in crisi e lo è anche il vino. In momenti come questo, parlare di diminuzione delle rese e di controllo dell’offerta è quanto mai doveroso. Tuttavia, non in modo generalizzato, perché ogni zona ha determinate caratteristiche per aspetti produttivi, specificità territoriali, categorie vinicole.
I problemi sono soprattutto nel Centro-Sud Italia?
No. Anche al Sud ci sono realtà competitive importanti, così come anche al Nord ci sono realtà che faticano e scontano gli effetti della crisi generale e della crisi dei vini rossi, in particolare. Da un lato, osserviamo situazioni in cui strutture organizzate e dimensionalmente adeguate, con masse critiche importanti, hanno consentito alle imprese di raggiungere negli anni i mercati internazionali. Dall’altro, aree in cui la massa critica aziendale non è più adeguata alle necessità di dinamicità e capacità di vendita richieste oggi.
L’Uiv ha chiesto un patto di filiera con misure condivise, compreso lo stop alle nuove autorizzazioni. L’Italia dovrebbe evitare di crescere di quell’1% che equivale a oltre 6mila ettari. Cosa risponde la cooperazione?
Sicuramente, il blocco della possibilità di aumentare dell’1% annuo la superficie vitata nazionale è una buona iniziativa.
Quindi, è giusto fermare i nuovi impianti a livello nazionale?
Oggi, il blocco è opportuno. Ma occorre che la proposta sia condivisa al Tavolo di filiera del Masaf e coi territori.
Per quanto tempo dovrebbe durare questo stop?
Sono convinto che la cooperazione vitivinicola sia d’accordo per uno stop di almeno due o tre anni, in base all’andamento del mercato.

Non ritiene che, per ridurre il potenziale, si debbano ridurre anche le rese dei vini comuni?
Non è il caso di generalizzare o di usare l’accetta. Ricordo che, attualmente, i vini comuni registrano meno giacenze rispetto ad altre categorie. Pertanto, eventuali problemi di determinate aree vanno presi singolarmente, zona per zona, attraverso i Consorzi o le Regioni. Ci sono tipologie di vino che stanno resistendo alla crisi.
La distillazione di crisi è un’altra misura importante da utilizzare.
Probabilmente, ci sono aree in cui questa misura sarebbe un toccasana.
Per esempio, in Piemonte o in Sicilia?
So che se ne sta parlando. Ma, al di là di questo, anche la distillazione deve essere una soluzione se accompagnata a progetti e scelte strutturali.
A cosa si riferisce, in particolare?
Dove ci sono realtà piccole, è interessante valutare programmi di accorpamento di imprese. Non necessariamente delle fusioni, ma anche progetti di commercializzazione o progetti di promozione dei vini che coinvolgano attivamente i Consorzi. Se, poi, la viticoltura non diventa più remunerativa, anche a causa della siccità e degli effetti della crisi climatica, in quei casi bisogna fare ragionamenti più profondi.
L’estirpazione dei vigneti, per esempio. Ne ha parlato anche Federdoc. Come vedrebbe in Italia un premio di 4mila euro a ettaro a chi rinuncia a coltivare, come sta accadendo in Francia?
Considero il patrimonio varietale italiano una ricchezza. E una volta che hai estirpato in via definitiva il vigneto e hai perso i diritti di impianto non li puoi più riavere indietro.

Sarebbe possibile un estirpo definitivo in casi di estrema difficoltà?
Solo in casi estremi, ma valutando bene se sia l’unica misura indispensabile per determinate aree produttive.
L’Italia non ha un piano strategico nazionale sul vino. La Francia lo sta mettendo in piedi attraverso il Ministero dell’Agricoltura. Non è che ancora una volta i francesi ci vedono più lungo di noi?
Dipende dal punto di vista da cui si osserva. Posso dire che probabilmente, in Francia, si è arrivati a estremi rimedi perché si è arrivati prima ai mali estremi.
Però, l’Italia resta, tuttavia, orfana di una strategia generale.
Penso che il Tavolo vino debba supportare il Masaf nell’elaborazione di un progetto chiaro in vista di un piano nazionale sul vino. Progetto nel quale devono essere lasciate in un angolo le specificità delle varie sigle associative e dove tutti dobbiamo concentrarci su una visione più ampia, che consenta a quelle specificità di esprimersi al meglio.
Intanto, dal Masaf non vediamo particolari pressioni in tal senso. Come mai?
Partecipo personalmente al Tavolo vino. I problemi sono discussi in modo serio. C’è condivisione sui temi, come abbiamo visto con la campagna Masaf di comunicazione e promozione. Come settore vino, non possiamo pretendere che questo piano strategico lo decida il Masaf. Il ministero è disponibile ma va costruito assieme, con proposte e soluzioni percorribili. Inoltre, il Tavolo vino dovrà occuparsi anche di altre tematiche.
Si riferisce alla Pac?
Sì. La nuova Pac, le misure del Pacchetto vino da portare dentro la nuova Politica agricola per non vanificare il lavoro del Gruppo di alto livello vino. C’è, poi, tutta la questione dei finanziamenti al settore, nel senso che il vino deve disporre in Ue di bilanci dedicati. Il legislatore Ue deve essere consapevole dell’importanza del vino sull’economia del territorio anche in chiave enoturistica. Inoltre, al Tavolo vino si dovranno discutere anche gli emendamenti ai regolamenti europei per il riconoscimento del vino a basso grado naturale.

Si riferisce alle richieste della Doc delle Venezie Pinot grigio, Consorzio di cui lei è presidente?
Il Pacchetto vino ha stabilito la riconoscibilità del vino dealcolato, ma ora bisogna fare altrettanto col vino a basso grado naturale, che ha necessità di essere distinto in etichetta. Siamo sulla buona strada, stiamo discutendo anche di quello. Non dimentichiamo che la nuova Pac darà l’impostazione generale per i prossimi sette anni.
Secondo lei, promozione e comunicazione sono sufficienti a rilanciare i consumi?
Non esiste una unica misura che risolve i problemi. Affermare i vini italiani all’estero con la promozione è il principale strumento per migliorare le vendite. La comunicazione va di pari passo, perché dobbiamo comunicare salubrità, tipicità, tradizione, una cultura del bere consapevole, coi produttori in prima fila. Senza questo non si riesce. L’importante è garantire al vino il sostegno europeo, poi spetta al Masaf e alla filiera trovare i modi. Per questo, mi auguro che campagna Masaf non sia stata uno spot, ma il primo passo per un percorso di collaborazione.
Insomma, per ora, per contenere le produzioni dobbiamo augurarci una vendemmia 2026 sotto le medie storiche?
Sono un produttore, ho un’azienda agricola e cerco sempre di contemperare una buona produzione col massimo della qualità. Certamente, gli anni delle stra-produzioni sono finiti, parlando di vini a denominazione. Ma da produttore non riesco ad augurarmi una produzione bassa. Ricordo che le imprese agricole stanno in piedi anche in base ai volumi. E – si badi bene – se la vendemmia fosse troppo scarsa non starebbero in piedi.
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