Quando ho iniziato a recensire vini italiani per una rivista inglese, il mandato era individuare regioni e vini riconducibili al โfine wine.โ Il โfine wineโ โ che segnala scarsitร , valore e tenuta nel tempo โ puรฒ attrarre o irritare, a seconda del rapporto con la gerarchia (nella mia esperienza, molti collezionisti asiatici lo trovano naturale, mentre molti americani lo respingono, $500 Cabernet permettendo).

Il termine risale al XVIII secolo, quando la Gran Bretagna iniziรฒ a dominare il commercio internazionale del vino. Il concetto, invece, รจ millenario e risale ai primi commerci marittimi del vino, soprattutto nel Mediterraneo. La chiave della commerciabilitร , allora come oggi, era la longevitร : un fattore che ha penalizzato i vini italiani moderni fino a decenni recenti, in parte perchรฉ pochi operatori commerciali potevano permettersi una conservazione di lungo periodo.
Il fine wine รจ una categoria commerciale, ma sotto cโรจ un sistema estetico con unโimplicita pretesa di universalitร . Avendo amato prima il vino italiano e conosciuto solo in seguito il commercio del fine wine, mi sono chiesta quanto quelle estetiche โ sviluppate in gran parte nella cultura inglese del claret โ si adattino al vino italiano. Ho accolto lโidea di ripensare il fine wine in chiave italiana. Il grande Bordeaux รจ sinonimo di armonia e continuitร . Sassicaia e Tignanello ne sono lโesempio. Altrove il discorso si complica, soprattutto perchรฉ negli anni โ90 e โ00 una parte dei produttori italiani orientati allโexport adottavano ideali americani di maturitร e rotonditร , arrivando talvolta a vini meno Monica Bellucci che Battista Sforza con iniezioni.
Da ottimista, vedo affermarsi a livello internazionale le estetiche e i valori endogeni italiani (inclusa la messa in discussione del โfine wineโ come sistema). Pur nella loro vasta biodiversitร , i grandi rossi autoctoni โ con i bianchi ancora ingiustamente marginali โ condividono unโestetica a trazione piรน tensiva che armonica. Sono vini diafani, piรน acquerello che gouache, piรน scarlatto che porpora, piรน erbario che natura morta. Da giovani espongono la struttura acida-tannica, ma i migliori paiono inesauribili, si dispiegano invece di assottigliarsi.

Una sequenza di immagini che descrivono la pinositร , il vino italiano in gioventรน e il vino italiano nel tempo – illustrazione di Sarah Heller
Almeno cosรฌ mi ricordo i vini migliori di una quindicina dโanni fa, quando ho iniziato ad assaggiare in Italia. Sentire ancora che โX รจ la Borgogna dโItaliaโ e ritrovare tannini levigati in una pinositร fine mi fa chiedere se il vino italiano si sia davvero emancipato, o se abbia semplicemente sostituito Bordeaux con la Borgogna. LโItalia รจ unโautoritร estetica in molti ambiti: lโaffermazione di un proprio ideale richiederร tempo, ma soprattutto la convinzione che i vini lo meritino.
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