Vino a colori

Siamo sicuri che il vino italiano si sia emancipato dalla Francia? Forse ha solo cambiato modello

La Master of wine Sarah Heller si interroga sul concetto di fine wine applicato alla produzione italiana e sulla difficoltร  di superare l'influenza ora di Bordeaux ora della Borgogna

  • 12 Marzo, 2026
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Quando ho iniziato a recensire vini italiani per una rivista inglese, il mandato era individuare regioni e vini riconducibili al โ€œfine wine.โ€ Il โ€œfine wineโ€ โ€” che segnala scarsitร , valore e tenuta nel tempo โ€” puรฒ attrarre o irritare, a seconda del rapporto con la gerarchia (nella mia esperienza, molti collezionisti asiatici lo trovano naturale, mentre molti americani lo respingono, $500 Cabernet permettendo).

Come nasce il concetto di fine wine

Il termine risale al XVIII secolo, quando la Gran Bretagna iniziรฒ a dominare il commercio internazionale del vino. Il concetto, invece, รจ millenario e risale ai primi commerci marittimi del vino, soprattutto nel Mediterraneo. La chiave della commerciabilitร , allora come oggi, era la longevitร : un fattore che ha penalizzato i vini italiani moderni fino a decenni recenti, in parte perchรฉ pochi operatori commerciali potevano permettersi una conservazione di lungo periodo.

Il fine wine รจ una categoria commerciale, ma sotto cโ€™รจ un sistema estetico con unโ€™implicita pretesa di universalitร . Avendo amato prima il vino italiano e conosciuto solo in seguito il commercio del fine wine, mi sono chiesta quanto quelle estetiche โ€” sviluppate in gran parte nella cultura inglese del claret โ€” si adattino al vino italiano. Ho accolto lโ€™idea di ripensare il fine wine in chiave italiana. Il grande Bordeaux รจ sinonimo di armonia e continuitร . Sassicaia e Tignanello ne sono lโ€™esempio. Altrove il discorso si complica, soprattutto perchรฉ negli anni โ€˜90 e โ€˜00 una parte dei produttori italiani orientati allโ€™export adottavano ideali americani di maturitร  e rotonditร , arrivando talvolta a vini meno Monica Bellucci che Battista Sforza con iniezioni.

L’emancipazione del vino italiano

Da ottimista, vedo affermarsi a livello internazionale le estetiche e i valori endogeni italiani (inclusa la messa in discussione del โ€œfine wineโ€ come sistema). Pur nella loro vasta biodiversitร , i grandi rossi autoctoni โ€“ con i bianchi ancora ingiustamente marginali โ€“ condividono unโ€™estetica a trazione piรน tensiva che armonica. Sono vini diafani, piรน acquerello che gouache, piรน scarlatto che porpora, piรน erbario che natura morta. Da giovani espongono la struttura acida-tannica, ma i migliori paiono inesauribili, si dispiegano invece di assottigliarsi.

Una sequenza di immagini che descrivono la pinositร , il vino italiano in gioventรน e il vino italiano nel tempo – illustrazione di Sarah Heller

Almeno cosรฌ mi ricordo i vini migliori di una quindicina dโ€™anni fa, quando ho iniziato ad assaggiare in Italia. Sentire ancora che โ€œX รจ la Borgogna dโ€™Italiaโ€ e ritrovare tannini levigati in una pinositร  fine mi fa chiedere se il vino italiano si sia davvero emancipato, o se abbia semplicemente sostituito Bordeaux con la Borgogna. Lโ€™Italia รจ unโ€™autoritร  estetica in molti ambiti: lโ€™affermazione di un proprio ideale richiederร  tempo, ma soprattutto la convinzione che i vini lo meritino.

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