Gran parte delle attività di un professore universitario o di un comunicatore sono rappresentate dal contatto con gli studenti o con il pubblico. Sono stati preparati per farlo? No, come dice egregiamente Flavia Trupia nel suo “Viva la retorica, sempre! Il superpotere della parola” (2024), insegnare e comunicare è un lavoro che esige una preparazione specifica, che non viene data. Prima di essere un insegnante è necessario essere un retore. Chi sa parlare, vende meglio un prodotto, fa carriera da studente o professore, conquista il pubblico in un incontro. La retorica è quindi uno strumento di persuasione. Purtroppo, in Italia non la insegna nessuno, solo nelle Università americane è materia di studio e la chiamano rhetoric.

Della parola “retorica” abbiamo una cattiva immagine, essa viene evocata quando non si ha nulla da dire e si vuole perdere tempo con giri di parole, come spesso fanno i politici. Chi è un buon retore? Colui che è in grado di uscire da sé stesso, concentrandosi sull’auditorio e su quello che vuole ottenere grazie alle parole. Per far questo cerca lo sguardo dell’oratorio, ne scruta i movimenti per interpretane le emozioni, i desideri ed anche le paure. È forse arrivato il momento storico per riconsiderare la retorica del vino: linguaggi e narrazioni oggi usano molto frequentemente le stesse parole, ad omologarsi fino ad appiattire la percezione di prodotti molto differenti per qualità e reputazione, in un mondo del consumo profondamente cambiato (generazioni, gusti, accesso e diffusione). Lavorare sul linguaggio, per diversificare.

Chi parla in pubblico non sfugge all’ansia di prestazione. Uno degli espedienti per superarla è la excusatio propter infirmatatem, una dichiarazione esplicita d’inferiorità del locutore. Nella condivisione del disagio con il pubblico, si trasforma il sentimento di inferiorità in un’occasione per apparire simpatici. Per fare questo l’oratore dichiara di essere a disagio nel proprio ruolo. Questa excusatio è stata usata dagli oratori di ogni tempo per evitare l’autocelebrazione che spesso viene usata nella speranza di convincere gli altri di quanto sono bravi ed invece ottengono l’effetto contrario. Questo atteggiamento umile è una sorta di captatio benevolentiae, un modo per catturare le simpatie dell’auditorio.
La metafora è la sostituzione di un termine con un altro termine figurato, che ne migliora la comprensione nel linguaggio specialistico. Spesso questo linguaggio usato nella comunicazione, fatto di termini tecnici è compreso solo in un ambiente ristretto. Il linguaggio per iniziati ha la funzione di aggregare le persone che lo comprendono ma ha anche un effetto respingente per quelle persone che si avvicinano ad una nuova disciplina. I giovani, ad esempio, si sentono esclusi da una comunicazione del vino fatta di parole e concetti “difficili” dei quali non conoscono bene il significato. Il linguaggio deve essere “comune ma preciso”, la metafora può aiutare.
Nel Simposio (chiamato anche dell’amore) Platone nel suo colloquio con Agatone, ricco discepolo ateniese, usa una metafora, quella della curiosità e del bicchiere mezzo pieno, per indicarne il ruolo pedagogico fondamentale. Nello storytelling del vino, le metafore più utilizzate per sviluppare e rendere comprensibile la narrazione sono la metafora dell’eroe, del confine, del viaggio e dell’angoscia. Con queste metafore si possono narrare rispettivamente la storia delle tante viticolture italiane, l’origine dei vitigni coltivati e l’inquietudine per il cambiamento climatico.
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