Lapprodo

La famiglia Preiato non sbaglia un colpo. Così quando ha deciso di arrivare con la ristorazione anche in questo grazioso angolo di Vibo Marina, lo ha fatto con tutti i sentimenti. Materia prima freschissima, lavorazioni rispettose del prodotto, tecnica corretta e un pizzico di creatività, quella a cui all’inizio i nuovi avventori facevano un po’ fatica a lasciarsi andare, ma che poi è diventato un valore aggiunto. Accomodati in un ambiente curato e accogliente, si comincia con delle ostriche Gillardeau scottate nella loro acqua, poi si prosegue con ceviche di baccalà, degli ottimi tagliolini amarelli in salsa di calamaretti, il filetto di dentice con patate e tartufo fresco. Il servizio gira molto bene e la carta dei vini è di livello, come si addice a un ristorante che conquista le Due Forchette nella guida del Gambero Rosso.

Vibo Valentia – via Roma, 22 – 0963572640 – www.lapprodo.com – https://www.facebook.com/ristorantelapprodo

locanda toscano

Locanda Toscano

Cucina di mare basata su materie di qualità (e il mare, qui, può dare davvero ancora molto) ma che non si accontenta della trasmissione, per così dire, diretta dei loro sapori, e interviene, con mano attenta – femminile in questo caso, opera di Caterina Malerba – e molto personale, nella costruzione dei piatti. E così, dalla gustosa pasta al nero si passa disinvoltamente alla tempura di pescatrice con humus di ceci e curry, o a un piatto forte (battezzabile, volendo, “all red”) intreccio di tonno rosso, birra rossa, cipolla rossa. Bel lavoro anche sui dolci, delicati e barocchi insieme. Cantina opportunamente rimessa a punto e tanta cortesia.

Pizzo (VV) – via B. Musolino, 14 – 0963531089

san domenico restaurant pizzo

San Domenico Restaurant

A picco sul mare e con una terrazza con splendida vista panoramica, troviamo questo ristorante dalla vocazione totalmente ittica. In tavola piatti semplici, realizzati con pescato locale di grande freschezza, a partire dal bel percorso di crudi seguendo con piatti classici, ma non solo, e qualche proposta dall’afflato più creativo pur se saldamente ancorato alla tradizione locale, come nella la stroncatura con bottarga di tonno, olio al cedro e mandorle tostate. Carta dei vini non enciclopedica, ma comunque adatta al contesto.

Pizzo (VV) – via Colapesce, 8 – 3275971692

Blu Tropical

Stabilimento, albergo, residence, ristoranti (due, il Blu Shine e la romantica terrazza Blu Marine proprio sulla spiaggia). Tutto insieme, proprio sul mare a un passo da Tropea, sulla spiaggia di Zambrone. Il pesce in tavola gioca la parte del leone, dettando il ritmo di una proposta che non lesina qualche slancio creativo, ben bilanciato ma sa accontentare anche chi punta alla semplicità: primi classici, come la pasta con le vongole, o appena rinnovato, come nelle linguine al nero con battuto di crostacei, e poi polpo e patate, tonno e una antologia di piatti gusto mare.

Hotel Residence Blu Tropical – Zambrone (VV) – via del Mare, 24 – 0963 392898 – http://www.blutropical.it/index.php?lang=it

Pimm’s

Con quel tavolino vista mare che pare quasi un oblò di una nave si è letteralmente immersi nel blu della perla del Tirreno, che al Pimm’s si guarda dall’alto. Il mare, dunque, è una presenza costante fuori e dentro i piatti. La proposta elabora i prodotti del territorio e punta tutto sulla grande materia prima ittica. Dal Riso Acquerello con pistilli di zafferano e gambero rosso agli spaghetti ai ricci, dal tonno con il sesamo e la cipolla di Tropea alla frittura, è un inno al mare e ai suoi migliori doni.

Tropea (VV) – largo Migliarese, 2 – 0963 666105

Non solo ristoranti

Cicciò del Duomo

Doppio binario: dolci classici e della tradizione, ma sempre realizzati con cura e proposti con grande garbo da un personale sempre gentile ed efficiente. Tra le ricette locali segnaliamo in particolare le squisite pitte pie, dolce vibonese del periodo pasquale. Ma anche quando ci si cimenta con specialità extraregionali, pensiamo alla pastiera o alla cassata, il risultato è comunque di buon livello. Tra le torte ben fatti il profiterole, anche nella versione alla nocciola, la zuppa inglese e la torta babà farcita di crema chantilly, tra i cavalli di battaglia della casa. Valida l’offerta di mignon, tra cui spiccano le proposte a base di crema pasticcera, è una delle migliori della zona. Gustosa la biscotteria, che spazia da quella da tè a quella della tradizione calabrese e siciliana. A colazione si può contare su crostatine, fette di torta e buoni lievitati da accompagnare a caffè e cappuccini.

Vibo Valentia – v.le A. De Gasperi, 13 – 096344812 – www.pasticceriavibovalentia.com

cincin bar

Cin Cin Bar

Ampio nelle dimensioni e nella proposta, con un’offerta salata, particolarmente interessante: un’interminabile sequenza di sfizi, mangiari di strada calabresi, siciliani e, più in generale, del Mezzogiorno a cominciare dalle braciole di riso, dalle polpette di tonno e melanzane, dai classici arancini. Buoni pure i pitoni della tradizione siciliana e i calzoni; non mancano vari tipi di panini e tranci di pizza, crocchette di patate (buonissime), calzoni fritti, polpette di carne (eccellenti), mozzarella in carrozza. Squisite pure le polpette di melanzane, classiche o con l’aggiunta di tonno. All’ora di pranzo è attivo un valido servizio di tavola calda, da gustare comodamente seduti in un’ampia sala. Sul versante dolce, dalla pasticceria fresca e secca ai classici prodotti per la prima colazione, da accompagnare a espressi e cappuccini di buon livello. Per chi preferisce qualcosa di diverso, è possibile assaggiare una mini Sacher oppure una crostatina al limone.

Vibo Valentia – v.le G. Matteotti, 84 – 096342643 – www.cincinbar.it

Ercole

Pizzo Calabro è famosa per il tartufo, tipica specialità di gelato a base di nocciola e cioccolato. Non c’è gelateria che non lo proponga e il dibattito su quale sia il migliore è sempre aperto e impossibile da chiudere. Noi segnaliamo Ercole, locale che dalla sua ha anche la splendida posizione nella piazza centrale del paese. Qui il tartufo evidenzia la qualità del gelato, e ha nel cuore scioglievole il suo apice goloso. Esistono alcune varianti come quella al pistacchio e quella al cioccolato bianco, che si affiancano ad altre specialità dalla concezione simile (arancino, riccio di mare, nocciola imbottita), a semifreddi e a tranci di torte gelato. Ovviamente non manca la possibilità di coni e coppe, ma rinunciare al tartufo è quasi impossibile.

Pizzo (VV) – p.zza della Repubblica, 18 – 0963531149

Enoteca Russo

Marco Locane è nato nell’enoteca della sua famiglia; entrambi vedono la luce a luglio 1978. Col tempo si appassiona sempre di più al mondo del vino, consegue il diploma di sommelier fino a raccogliere l’eredità dell’esercizio commerciale e della sua storia, appena rinnovato. Oggi Marco ha a che fare con un assortimento che si aggira intorno alle 1600 etichette: la vocazione turistica della zona lo ha portato a prediligere i vini della sua terra; tutta la Calabria è perfettamente rappresentata, dai nomi più conosciuti ai piccoli produttori. Ci si muove su questo binario anche per la produzione nazionale con una selezione frutto di ricerca e non scontata: spazio quindi a produzioni artigianali, vignaioli indipendenti, vini biologici e biodinamici. Sugli scaffali anche qualche etichetta francese, soprattutto Champagne. Altre 600 referenze, invece, sono dedicate ai liquori e ai distillati. Prodotti gastronomici perlopiù territoriali. Periodicamente degustazioni e corsi.

Ricadi (VV) – fraz. Santa Domenica di Ricadi – via Roma, 98 – 0963669051 – www.enotecarusso.com

Pasticceria d’arte Russo

Un piccolo laboratorio artigianale che propone un discreto assortimento di dolci tradizionali, classici e innovativi. Tra questi ultimi si fanno apprezzare le buone torte semifreddo, proposte in vari gusti (limoncello, tre cioccolati, nocciola e cioccolato), ma anche la rivisitazione dello zuccotto è di sicura soddisfazione. Tra i dolci classici, davvero ben realizzato il Saint Honoré. Per quanto riguarda le specialità tradizionali, spazio a una buona versione della pastiera e a una cassata ben presentata, ma a colpire particolarmente sono le pitte pie, dolce tipico calabrese del periodo pasquale. Per cominciare bene la giornata fragranti lieviti e “zavatte” di sfoglia ripiene di confettura o cioccolato. Piuttosto fornito e di buona qualità anche il reparto mignon. Valida selezione di biscotti per il tè.

Vibo Valentia – via Terravecchia Inferiore, 3 – 0963 45577 – www.pasticceriadarte.it

Tonino

Tonino è una sorta di istituzione, nel cuore di Tropea, a pochi passi da una scenografica terrazza che affaccia su una delle più famose spiagge della Calabria. Passione, competenza, cortesia, personale giovane e sorridente, e – soprattutto – un gelato tecnicamente ineccepibile e dal gusto centrato anche se, a volte, che non tema di puntare sulla carta della dolcezza senza incertezze. Oltre ai gusti più classici, particolarmente riuscite sono le specialità che vedono protagoniste materie prime calabresi, sia nel caso delle creme (liquirizia, ricotta) che dei sorbetti (fichi fioroni, more di gelso). Il richiamo al territorio continua nei gelati salati (cipolla, olive, nero di seppia) e nelle granite, tra le quali segnaliamo quelle agli agrumi. Da provare anche il tartufo gelato.

Tropea (VV) – c.so Vittorio Emanuele, 52 – 3403449657

Valgono il viaggio

abbruzzino

Abbruzzino

In una zona periferica della città, locale moderno negli arredi e nella proposta. La cucina di Luca Abruzzino – uno dei più noti esponenti della nouvella vague calabra – è in continua crescita, nasce dal territorio ma poi trae spunto dalla sua formazione culturale. Emblematica la sequenza di apetizer che parla delle sue esperienze: pochi bocconi che portano nelle Langhe, in Giappone, in Francia, in Finlandia. I piatti sono caratterizzati dal contrasto di sapori, da un utilizzo coraggioso delle note dolci, bilanciate correttamente come nel gambero, mandorla, ciliegia e cipolla. In menu prevalgono i piatti di pesce (dal riso, latte di baccalà, liquirizia, limone bruciato a orata olive cetrioli e salsa alle vognole) ma non manca qualche scelta di terra (maiale carota nespola e senape); molto buoni anche i dessert. Cantina curata, con mirabile selezione di etichette calabresi. Servizio di grande professionalità.

loc. San Janni (CZ) – via Fiume Savuto – 0961799008 – www.abbruzzino.it

Villa Rossi vista dal giardino

Qafiz

Alle pendici dell’Aspromonte, il giovane Nino Rossi si conferma chef promettente e portatore di novità in una terra in cui mancava l’alta ristorazione. Si mangia in un elegante locale – un ex frantoio di famiglia – tra soffitti a volta, vecchi arredi e qualche elemento moderno. Il servizio in sala è di livello, curato dalla brava e cortese Rossella Audino. I piatti d’ispirazione mediterranea, calabrese e di territorio si contaminano ogni tanto con spunti nordici e francesi, seguendo le esperienze e i gusti dello chef. La carta dei vini è ampia, articolata e racconta bene e in profondità la Calabria; poi risale l’Italia e fa qualche puntata all’estero (si aprono al calice buona parte delle bottiglie, bollicine escluse). Di livello la cena, a partire dal gelato al riccio di mare, alghe, gel di limone, namelaka al finocchietto marino alla creme bruleè alla ‘nduja e fino all’articolato e composto piccione, melograno, parfait di fegatini, rollè di coscia, pistacchio, curcuma. Da non perdere un passaggio all’attiguo cocktail bar, Aspro, dove è di stanza il barman Umberto Oliva.

Santa Cristina d’Aspromonte (RC) – loc. Calabretto, 1 – 0966878800 – www.qafiz.it

Ceraudo

Dattilo

Caterina Ceraudo continua con la stessa luce negli occhi il suo percorso nella cucina del ristorante di famiglia. Quello da cui ogni cosa è partita, dallo slancio e la passione che l’hanno portata alla laurea in enologia, alla voglia irrinunciabile di cimentarsi in cucina, con un passaggio al cospetto di Niko Romito. Oggi è padrona delle sue esperienze, cuoca ispirata e concentrata. Nel piatto c’è la Calabria, la tecnica, le suggestioni di Caterina: Pomodoro, mozzarella e dragoncello, spaghettone quadrato, finocchietto e gamberi rossi, spaghettone freddo, pomodoro e frutti di mare; pollo, patate e rosmarino, spigola e limone.Ci sono diversi menu degustazione e in sala troverete una grande disponibilità a sostituire questo o quel piatto secondo le vostre preferenze. Grande attenzione anche a quello che finisce nel bicchiere, pescando da una carta dei vini ampia e interessante.

Strongoli (KR) – Contrada Dattilo – 0962 865613 – https://dattilo.it/

Hyle

Lì accanto a dove c’era Biafora Restaurant (oggi bistrot), oggi c’è Hyle, nuovissima insegna di Antonio Biafora, uno degli altri nomi di spicco dell’ondata calabra. Aperto a gennaio 2020, è un locale perfettamente inserito nel contesto ambientale, artigianale e sociale. Doppio binario, da una parte la strada indicata dal percorso personale dello chef, dall’altro uno che intercetta la “via della pece”: la pece bruzia, una materia prima locale che segue la strada del territorio e dalle colline sul mare arriva fin sulle montagne. Territorio, dunque, ma con lo sguardo di un giovane di grande esperienza. Materia prima e produttori locali, soprattutto della Sila. Due i degustazione: da 7 e 11 portate (70€ e 100€).

 San Giovanni in Fiore (CS) – Località Torre Garga- 0984 970722 – hyleristorante.it

a cura di Antonella De Santis

Piantumazione di una pianta aromatica

L’importanza delle politiche alimentari in città

E anche Colonia si aggiunge ufficialmente alla lista delle città d’Europa e del mondo impegnate per ripensare il rapporto dei propri abitanti col cibo, attraverso politiche alimentari che favoriscano dinamiche produttive e distributive etiche, sostenibili ed eque. Mentre sul versante italiano è Milano – raccolta l’eredità di Expo 2015 –  a tenere alta l’attenzione sul tema, in Germania, ormai quattro anni fa, 30 delle principali città del Paese si sono dotate ciascuna del proprio Consiglio, adibito allo sviluppo di food policy coerenti con gli obiettivi di cui sopra. Quattro anni dopo, nel bel mezzo di una crisi globale che ha dimostrato la necessità di ripensare anche le politiche alimentari che vigono su scala internazionale e locale, è Colonia la prima città tedesca a raggiungere un traguardo importante, che potrà essere d’esempio per molti, anche fuori dai confini nazionali. Il Consiglio locale (l’Ernährungsrat Köln und Umgebung) ha infatti di recente ottenuto il sostegno ufficiale dell’amministrazione cittadina per sviluppare il progetto “essbare stadt”, che mira a fare della storica città affacciata sul fiume Reno, nella Germania Occidentale, una “città commestibile”.

Banco di ortaggi a offerta libera

Cos’è una città commestibile

La formula – coniata nel Regno Unito nel 2008 –  è oggi condivisa da numerose città che nel mondo mirano a fare dell’agricoltura urbana uno strumento per assicurare il diritto al cibo, ma pure un mezzo di educazione alimentare, valorizzazione della biodiversità agricola e ambientale, creazione di nuovi posti di lavoro fondati su un sano rapporto con la terra e con il cibo. Della necessità di scommettere su questo tema, per restituire ai cittadini una città moderna e ospitale, abbiamo parlato qualche tempo fa a proposito delle nuove sfide (opportunità?) che la pandemia ci ha sottoposto. Analizzando luci e ombre del contesto milanese. E abbiamo visto anche come una città come Nantes, per affrontare l’impoverimento della comunità abbia prontamente sviluppato un sistema di orti urbani che dovranno sfamare gli indigenti. Spesso, i buoni propositi si scontrano con la necessità di conciliare interessi opposti, ma anche con la difficoltà di organizzare un piano d’azione efficace in metropoli sconfinate, dove già impostare un dialogo con le periferie – che peraltro possono rivelarsi grande risorsa – è complicato. A Colonia, il documento approvato di recente è frutto di un lungo lavoro di coinvolgimento degli abitanti, tramite forum, seminari, scambi di idee, che hanno avvicinato molte persone all’importanza del tema.

La mappa illustrata della Colonia commestibile

Colonia città commestibile: spazio a frutteti, orti, aiuole per le api

E il sostegno istituzionale, con finanziamento connesso, darà modo di destinare spazi verdi pubblici alla produzione alimentare, con la coltivazione di orti urbani aperti, la costituzione di nuovi progetti di agricoltura partecipativa, l’elaborazione di un programma di giardinaggio ed educazione alimentare per le scuole. In parallelo, la città promuoverà l’autoproduzione, finanziando la realizzazione di orti privati in casa; ma aiuterà anche i piccoli produttori locali a distribuire i propri prodotti in città, favorendone il consumo diffuso e sostenendo la biodiversità agricola contro le dinamiche della grande distribuzione. E i volontari che finora hanno lavorato – con pochi mezzi e molto impegno – alla costituzione di una infrastruttura locale tale da poter alimentare un sistema di produzione cittadino e partecipato ora esprimono soddisfazione per le prospettive aperte dall’arrivo dei finanziamenti. Per la piena realizzazione di una città commestibile, tutte le attività di produzione e valorizzazione agricola promosse a Colonia dovranno avere carattere aperto e partecipativo; mentre impegno educativo e sociale costituiranno sempre un traguardo da perseguire.

bambini al lavoro per le strade di Colonia per piantare ortaggi

Progetti realizzati e futuri

E il sito del Comune ha già aperto una finestra interattiva per informare i cittadini in tempo reale sulla partenza di nuovi progetti di agricoltura urbana, cui tutti potranno contribuire. Ma gli abitanti di Colonia sono anche invitati a suggerire idee incentrate sull’innovazione agricola, che saranno passate al vaglio del Consiglio. Negli anni passati l’attività degli orticoltori urbani ha già portato alla nascita di un frutteto libero in Rathenauplatz, nel centro della città, ma anche all’allestimento di aiuole per favorire l’impollinazione e alla piantumazione di cespugli di bacche che attirano fauna avicola in città.

Visita didattica all'orto

Tutto finalizzato al ripristino di un ecosistema sostenibile, che porta vantaggi per tutti, e tutti possono supportare: zappando la terra in un orto urbano, piantando fiori in balcone, partecipando ai tour guidati, procurando un contatto con aziende di irrigazione che vogliano sposare la causa della città commestibile.

a cura di Livia Montagnoli

panino

Con i suoi 120 chilometri di piste, Cortina D’Ampezzo è da sempre il paradiso indiscusso degli amanti degli sport invernali. Ma la regina delle Dolomiti merita una visita anche in estate, quando diventa uno dei centri più animati per il lavoro dei galleristi richiamati qui da tutta Italia, e una meta suggestiva, ideale per gli amanti di musica, letteratura e teatro, oltre che della natura, che possono godere di paesaggi mozzafiato e gite all’aperto, come quella al lago di Misurina, bacino naturale a 1754 metri sul livello del mare, nella frazione di Auronzo. Qui si parla ancora il ladino, una lingua retroromanza dalle radici antiche che ha forti legami con la cultura mitteleuropea, e a tavola si trova una cucina di confine, frutto della gastronomia tirolese, quella asburgica e quella tradizione delle montagne venete. Ecco dove mangiare bene a Cortina d’Ampezzo.

Mangiare a Cortina d’Ampezzo: i ristoranti da non perdere

Baita Fraina

Baita Fraina

La star del locale è la carta dei vini, con eccellenze bordolesi ed etichette toscane più blasonate: infatti, oltre a questa bella baita, le due generazioni di Menardi gestiscono anche un’enoteca (con formula gastronomica veloce e curata) in pieno centro. Per quanto riguarda la cucina, i piatti sono semplici, tradizionali e spaziano dalla trota agli spatzle, fino ad arrivare al cervo, in una sintesi della pietanze classiche presentate bene e servite con professionalità dallo staff attento e garbato.

Baita Fraina – loc. Fraita, 1 – baitafraina.it/

Leone e Anna

Una piccola oasi felice per gli amanti dei prodotti ittici che non vogliono rinunciare a un piatto di pesce anche in montagna: qui è la cucina sarda a farla da padrona, quella tradizionale e autentica, fatta di sapori intensi, netti, ricette semplici e concrete. Si trovano quindi bottarga, gnocchetti e ravioli tipici dell’isola, e anche una carta di vini del luogo: insomma, un angolo di Sardegna nel cuore delle Dolomiti.

Leone e Anna – loc. Alverà, 112 – leoneanna.it/

San Brite

San Brite

Lo chef Riccardo Gaspari ha realizzato il suo ristorante nell’ex fienile di famiglia: un ambiente arredato con gusto, con pezzi di design e oggetti antichi, da cui godere di un panorama mozzafiato. La cucina esalta le materie prime locali, tutte eccellenti, prediligendo quelle dell’azienda agricola di proprietà, che fornisce carni, latticini e verdure. Nascono così piatti come gli gnocchi ripieni di Latteria stravecchio mantecati al burro di malga o la guancia di manzo brasata con verdure e purè di patate. Interessante anche la cantina, in continuo sviluppo, e ottimo il servizio condotto da Ludovica Rubbini.

San Brite – loc. Alverà, 32043 – sanbrite.it/

Masi Wine Bar

Masi Wine Bar Al Druscié

Ha riaperto lo scorso 4 luglio il locale della Masi Wine Experience, gestito in collaborazione con Tofana S.r.l.. Situato a Col Druscié, alla prima fermata della nuova cabinovia Freccia nel Cielo, il ristorante è ormai una tappa irrinunciabile per gli amanti della montagna e del turismo enogastronomico, grazie ai suoi vini pregiati e i suoi piatti di cucina tipica veneta. Gli spazi sono stati ampliati e rinnovati e sono state create quattro terrazze, dove fermarsi per gustare un buon piatto con vista panoramica.

Masi Wine Bar Al Druscié – Col Druscié, 1778 m – facebook.com/MasiWineBarCortina/

Tivoli

Partito dall’Alpago, Graziano Prest è giunto a Cortina nel 2000 dopo importanti esperienze nel veneziano, in Trentino e stage ai più alti livelli. I suoi sono piatti di grande equilibrio, attenti alla stagionalità dei prodotti di terra e di mare, e dal tocco raffinato (la tartare d’astice con avocado, pomodoro candito e crema tiepida al riesling, per esempio, oppure il piccione in due cotture, petto in olio aromatico e coscia confit con scaloppa di foie gras). La sala è ben arredata nel tipico stile ampezzano, e in stagione c’è la terrazza, con incantevole affaccio sulle vette dolomitiche. Ricca selezione di vini regionali, nazionali e internazionali, con tante etichette pregiate.

Tivoli – loc. Lacedel, 34 – ristorantetivolicortina.it/

pizza Padoan, Cristallo

Cristallo, a Luxury Collection Resort&Spa

È Marco Pinelli lo chef del Cristallo, che porta in tavola il meglio della produzione locale, dai formaggi di malga alle erbe spontanee, dai funghi ai germogli di campo. Materie prime stagionali e del territorio, che danno vita a piatti originali come la Trota di tre modi, accompagnata da pastinaca, crema di latte di malga, crumble di ribes e rosa canina, oppure l’Esplosione di porcini, con un brodetto di speck, o ancora le tagliatelle di segale con ragù di agnello di Alpago, gel di lamponi, finocchietto e cumino. E non finisce qui: nell’hotel di lusso c’è anche la pizza gourmet di Simone Padoan, presente con un pop-up in scena fino al prossimo 13 settembre, dal martedì alla domenica.

Cristallo, a Luxuy Collection Resort&Spa – via Rinaldo Menardi, 42 – ristorantetivolicortina.it/

pizza Chalet Tofane

Chalet Tofane

Oltre a lavorare fiano a fianco al Tivoli da 15 anni, Graziano Prest e Kristian Casanova nel 2018 hanno inaugurato questo locale dall’atmosfera accogliente ed elegante, dove gustare diverse proposte gastronomiche, prima fra tutte la pizza. Un impasto realizzato con farine bio semintegrali macinate a pietra e lievitato a lungo, croccante sui bordi e più morbido al centro. Ad arricchire i dischi, topping capaci di valorizzare le materie prime regionali, come nella Cortina 2021 (dedicata ai futuri mondiali di sci) con patate all’ampezzana, olio affumicato e formaggio fodom.

Chalet Tofane – loc. Lacedel, 1 – chalet-tofane.it/

Alverà

Maestro pasticcere che ha raccolto il testimone del panificio di famiglia aperto più di un secolo fa, Massimo Alverà guida con passione questa attività che si conferma sempre più un punto di riferimento per gli amanti del buon cibo. Uno spazio moderno dove fermarsi per una sosta golosa, con dolci artigianali squisiti – dai lieviti alle praline, dai biscotti alle monoporzioni – oppure per un pranzo sfizioso, con bagel, Caesar’s salad e focacce a lievitazione naturale. Ottimo anche il reparto caffetteria.

Pasticceria Alverà – Piazza Pittori Fratelli Ghedina, 14 – pasticceriaalvera.com

Embassy

Embassy Café

Sono molte le carte vincenti di questo bar amato da locali e turisti, a cominciare dalla collocazione strategica in pieno centro, senza dimenticare il bel dehors sul corso e gli accoglienti interni tutto legno. Ma oltre alla forma c’è anche una sostanza di qualità, varia e articolata. Dal laboratorio arrivano ottimi lieviti per la colazione (da provare la brioche al cioccolato), deliziose fette di torta, golosi pasticcini e biscotti. Soddisfazioni assicurate anche sul fronte salato, con croissant, tramezzini, toast, insalate e piatti unici.

Embassy Café – Corso Italia, 44 – pasticceria-embassy.business.site/?utm_source=gmb&utm_medium=referral

Lovat

È da sempre il luogo d’incontro dopo una passeggiata in centro, un autentico pezzo di storia locale. Una pasticceria con bar e gelateria, classica nello stile così come nella proposta, tradizionale e rassicurante. Torte, brioche, biscotti, qualche spuntino salato: l’offerta gastronomica è semplice e ben studiata, come anche quella delle bevande, che alterna cioccolata calda, infusi, caffè e bibite fresche. Da non perdere la Sacher, cavallo di battaglia del locale, e poi la millefoglie, friabile e golosa.

Lovat – Corso Italia, 65 – lovatcortina.it/

La Suite

Piccolo locale accanto alla Basilica dei Santi Filippo e Giacomo divenuto famoso per il suo aperitivo, con stuzzichini sfiziosi, taglieri e buoni calici di vino italiani e stranieri, oltre a cocktail ben miscelati perlopiù a base di gin. Ma La Suite è l’insegna ideale anche per la colazione, grazie a un comparto caffetteria ben rodato, oltre che per la pausa pranzo, con piatti gustosi che spaziano dalle lasagne alle tartare, dalle insalate ai panini.

La Suite – Piazza Angelo Dibona, 6 – facebook.com/barlasuitecortina

a cura di Michela Becchi

Vino e volantini Rosa Valtènesi

Rosa Valtènesi: il progetto per promuovere il Lago di Garda e i suoi vini

Affaccia sulla sponda bresciana del lago di Garda la Doc Valtènesi, territorio da sempre vocato alla viticoltura, che già in epoca pre-romana dava ampio spazio alla coltivazione della vite. Qui ha trovato terreno fertile il Groppello, vitigno autoctono che rappresenta il principale patrimonio enoico dell’area, una zona che per tutto il mese di agosto si tinge di rosa grazie al progetto voluto dal Consorzio di tutela per promuovere il territorio e tutti gli operatori turistici del lago, oltre al vino tipico locale. Si chiama Rosa Valtènesi ed è un’iniziativa partita il 3 agosto 2020 con l’obiettivo di coinvolgere più di mille esercizi commerciali e “illuminare di rosa” la riviera del più grande lago d’Italia con 6mila bottiglie di Doc Riviera e Valtènesi.

Come funziona Rosa Valtènesi

Lo scopo è quello di creare sinergie e rafforzare le collaborazioni tra ristoratori, albergatori e commercianti, per solidificare così l’identità della Doc, ma anche e soprattutto per valorizzare i prodotti del luogo e incentivare l’economia locale, operazione più che mai significativa in un periodo storico simile. Sono ben 43 le cantine del Consorzio Valtènesi coinvolte nel progetto, che hanno fornito le loro bottiglie per i box Rosa Valtènesi: un pacco con 6 vini di chiaretto brandizzati appositamente per l’evento e consegnati dal Consorzio a oltre un migliaio di attività commerciali del posto. Oltre alle bottiglie, nel kit sono presenti anche un totem, la brochure, i volantini e le vetrofanie per l’allestimento del corner dedicato all’interno del locale, così ogni attività diventerà una vetrina preziosa per l’iniziativa.

Valorizzare il territorio dopo la quarantena

Un evento che proseguirà fino a settembre e che si propone di fare luce sulla bellezza del Lago di Garda, meta turistica d’eccezione che merita di essere visitata anche in questa insolita estate con gioia e curiosità. Come ha ricordato il presidente del Consorzio Valtènesi Alessandro Luzzago, “l’emergenza Covid-19 ha stravolto ogni strategia progettuale per il 2020, con l’annullamento di tutte le più importanti iniziative che abitualmente ci vedono impegnati nella prima metà dell’anno, dall’Anteprima del Chiaretto al festival di Italia in Rosa che ogni giugno si tiene a Moniga”. Per questo, durante la quarantena è nata la necessità di creare una nuova idea promozionale, “compatibile con la situazione venutasi a creare: così è nato l’evento inedito con il quale le aziende si mobilitano per ricordare ai turisti che anche in quest’estate particolare il Lago di Garda è meta d’eccellenza e simbolo i dolce vita nel segno del rosé”.

I comuni di Rosa Valtènesi e la campagna social

Si parte da Sirmione per arrivare nell’alto Garda a Limone, coinvolgendo anche l’entroterra e le sue colline con paesi come Calvagese, Bedizzole, Muscoline, Pozzolengo e altri comuni (19 in tutto). Un evento che sarà promosso anche sui social attraverso la campagna #trovarosavaltènesi, con la quale i canali del Consorzio segnaleranno pubblicamente tutti gli esercizi commerciali che hanno aderito all’iniziativa. Ma non finisce qui: ci sarà anche la possibilità per hotel e ristoranti di organizzare degustazioni guidate per gli ospiti, oltre a un concorso social che premierà la miglior vetrina fra i negozi coinvolti.

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La zona bistrot del Giardino di Lipari

Il recupero di un vecchio agrumeto

Il Giardino di Lipari si presenta a chi passeggia tra i vicoli del centro storico del borgo eoliano proprio per quello che è: un’oasi verde strappata all’incuria, nel luogo che un tempo ospitava un agrumeto e oggi accoglie gli ospiti che vogliono rilassarsi all’ombra di un albero di mandarino o limone, fermarsi per pranzo o godere di buona musica in una sera d’estate. Il merito spetta a Luca Cutrufelli, artista siciliano con il pallino per l’accoglienza f&b, che qualche anno fa si è innamorato a prima vista di questo angolo di mondo eoliano, quand’era ancora infestato dai rovi e abbandonato a se stesso. Così – dopo un paziente lavoro di recupero, che ha preservato il legame con l’agrumeto di un tempo, realizzando però le strutture necessarie per servire piatti e drink –  è nato il Giardino di Lipari, che è cocktail bar, bistrot rilassato a pranzo e ritrovo serale animato, con musica e dj set che scandiscono il ritmo durante la cena e nel dopocena, quando le sdraio colorate che vivacizzano il cortile si popolano di persone. Specie in una località turistica come Lipari, l’estate 2020 sarà diversa, ma non per questo meno interessante.

Sdraio nel giardino di Lipari

L’estate al Giardino di Lipari

Anzi, la posta in gioco si alza, e il Giardino ha scelto di ripensare la squadra e diversificare l’offerta per esaudire esigenze diverse. Nel mese di agosto, per esempio, inizierà il programma degli Healthy Brunch, per lezioni mattutine di pilates all’aperto seguite da un brunch sano, ma generoso di sapori; e presto sarà disponibile anche il servizio take away di cestini da picnic, ideale per chi ha in mente di uscire in barca. L’evoluzione, però, risiede soprattutto nel talento delle persone selezionate per potenziare la squadra. A capo della cucina, da qualche settimana, è arrivato Raimondo Di Cataldo, cuoco romano già in brigata al ristorante Imago, con Francesco Apreda, ormai molti anni fa (2007-2010), nel periodo in cui il ristorante capitolino iniziava a farsi notare.

Bouganville in fiore al Giardino di Lipari

Giardino di Lipari. La cucina del bistrot

Influenzato da diverse esperienze in giro per il mondo, a Lipari porta una particolare sensibilità per il trattamento delle materie prime, che sull’isola significa innanzitutto valorizzare il pescato fresco, e le erbe spontanee come la nepitella, o i capperi che crescono rigogliosi, senza però rinunciare a qualche contaminazione più ardita. La proposta del bistrot, quindi, resta semplice, e ben definita nel gusto: ricotta del pastore di Vulcano con tempura di verdure, alici marinate con scarola ripassata e burrata, eliche di Gragnano al ragù di polpo e zenzero, frittura di gamberi e totani in farina di ceci e semola, polpo arrosto su battuto di patate viola, coltivate sull’isola (ma chi preferisce può optare per un poke di polpo con maionese al pompelmo). E un gelato siciliano con base Malvasia, frutta secca, uva passa e scorza di agrumi per finire.

Un cocktail al Giardino di Lipari

Giardino di Lipari. Il cocktail bar

La carta dei cocktail, invece, si propone di viaggiare nel mondo: i due giovani bartender al lavoro dietro al bancone utilizzano erbe spontanee e spezie – dal ginepro alla genziana, al quassio – per giocare con drink creativi (come il Rosalia, ispirato alla santa protettrice di Palermo e alla sua corona di rose), ma presentano anche una sezione “World” che spazia dalla Michelada messicana al Pisco, al Punch indiano, meglio se in abbinamento con una manciata di capperi fritti e qualche panella per l’aperitivo.

Serata musicale al Giardino di Lipari

L’obiettivo dell’estate 2020, infatti, sarà “portare il mondo al Giardino, visto che al momento il mondo è meno accessibile”, spiega Cutrufelli. Non a caso, le colorate divise dello staff sono realizzate da Giocherenda, impresa sociale nata a Palermo per dare una voce (e un lavoro) a giovani arrivati in città da Guinea, Gambia, Mali, Burkina Faso, e Marocco, fuggiti in cerca di un futuro migliore, che oggi si esprime con la creatività. Il Giardino di Lipari è aperto, è sufficiente varcare il bel portale in pietra, oltre il quale si svela il vecchio agrumeto.

Il Giardino di Lipari – Lipari (ME) – via Nuova – 339 329 9029 – pagina Fb

Pistacchi in maturazione sull'albero

La pasticceria dei fratelli Bonfissuto a Canicattì

Un passato nella ristorazione, dal 2011 i fratelli Giulio e Vincenzo Bonfissuto hanno concentrato le energie nella pasticceria. Così, applicando la voglia di fare e l’ingegno allo studio di tecniche e tradizioni dell’arte dolciaria siciliana, inaugurano la pasticceria di famiglia nella loro città, Canicattì, nell’Agrigentino. E da subito, oltre che alla produzione di classici della tradizione locale, dai cannoli alla cassata, scelgono di dedicarsi all’arte dei grandi lievitati, panettoni e colombe in testa, oltre a perfezionare una linea di creme spalmabili in barattolo, con i profumi dell’isola (pistacchi, mandorle, arance…). Proprio con i grandi lievitati ottengono la fama e i riconoscimenti in ambito nazionale e internazionale. Ma l’ultimo progetto dei fratelli Bonfissuto punta a tutelare proprio uno dei prodotti più conosciuti e abusati di Sicilia: il pistacchio.

I panettoni al pistacchio di Bonfissuto

Lungi dall’appellarsi all’onnipresente (e disponibile in quantità smodate?) pistacchio di Bronte, Vincenzo e Giulio – che pure fanno ampio uso del frutto nel loro laboratorio, specie per la produzione del panettone al pistacchio – hanno deciso di impiantare un pistacchieto nella campagna di Canicattì, a partire dal recupero di un ecotipo autoctono di pistacchio rinvenuto nell’agrigentino, e oggi non più coltivato.

Un albero di pistacchio

Il pistacchieto di Fustuq. Adotta un albero di pistacchio

Il pistacchieto avrà a disposizione 800 metri quadri di terreno in aperta campagna, tra mandorleti e vigneti, rifornirà direttamente il laboratorio di produzione della pasticceria, e ospiterà una settantina di piante. Ma i costi di impianto e coltivazione saranno sostenuti attraverso una campagna di crowdfunding,  attiva sulla piattaforma Kickstarter a partire dal 1 agosto: chi sceglierà di finanziare il progetto, potrà farlo con una donazione libera (con 27 euro si riceve a casa un panettone al pistacchio, e via a salire, con “ricompense” che annoverano anche tavolette di cioccolato, pasticcini, croccanti, box completi del valore di 150 euro), ma anche adottando una pianta di pistacchio, con versamento di 1000 euro, che garantirà al “tutore” dell’albero una targhetta di riconoscimento con il proprio nome sulla pianta. Inoltre, chi adotta potrà seguire i progressi in campo tramite documentazione a distanza costante, dal momento dell’impianto dell’albero alla prima fioritura, fino alla raccolta dei frutti e alla testimonianza del lavoro in laboratorio. L’adozione, infatti, dà diritto anche a una fornitura omaggio di dodici panettoni al pistacchio e offre l’opportunità di trascorrere una giornata in azienda per visitare il proprio albero e il laboratorio, con pernottamento e degustazioni in compagnia dei fratelli Bonfissuto.

Pistacchi tostati

La riscoperta di una filiera del territorio

Fustuq – come è stato ribattezzato il progetto a partire dal termine arabo che ha dato origine al dialettale “fastuca”, con cui i siciliani indicano il pistacchio – è certamente un intelligente progetto di marketing, ma alimenta un’interessante idea di filiera chiusa, che valorizza l’agricoltura e l’artigianalità siciliana. Di recente i fratelli Bonfissuto hanno trasferito il proprio laboratorio in collina, su un terreno calcareo che ancora un secolo fa era conosciuto come la “fastuchera di contrada Giuliano”, zona vocata per la coltivazione di pistacchio. Poi, soppiantata dalla più redditizia produzione di uva da tavola, la tradizione si è persa. L’obiettivo è quello di riattivare la filiera, con il patrocinio dei Comuni di Canicattì, Delia e Naro. E anche la tempistica non è casuale: “Vogliamo dire a tutti i giovani imprenditori siciliani di non abbattersi, nonostante le evidenti difficoltà dovute al Covid”.

maggiorana

Non è raro confondere l’origano con la maggiorana (il suo nome botanico è proprio Origanum majorana): le foglioline sono piuttosto simili, ma quest’ultima si distingue per il suo sapore intenso, balsamico, più deciso e tendente all’amaro. Facile da coltivare, una volta finita l’estate perde tutte le sue foglie per rigenerarsi la primavera successiva. Al contrario dell’origano, è consigliabile consumarla solo fresca, perché mantiene più intatte le proprietà ma soprattutto il suo profumo inebriante. Scopriamo qualcosa in più su questa erba aromatica, protagonista della prossima puntata de L’erba del Barone, programma condotto da Andrea Lo Cicero in onda ogni martedì alle 21.30 sui canali 132 e 412 di Sky.

Origine della maggiorana

A denominare ufficialmente la maggiorana è stato il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort nel Seicento: mentre la prima parte del nome – origanum – ha un’etimologia chiara e semplice (dal greco òros: monte e ganào: splendore, a significare la “ricchezza della montagna”), la seconda ha origini più incerte, anche se molto probabilmente deriva dalla parola latina amaracus che si significa “che ha odore”, in riferimento proprio alla sua profumazione intensa. In qualsiasi caso, si tratta di una pianta di origine mediorientale, più precisamente persiana: in alcune zone d’Italia come la Toscana o la Liguria è infatti chiamata anche erba persia.

Proprietà e caratteristiche della maggiorana

In passato considerata simbolo di felicità, veniva utilizzata in cucina già dai romani, che conoscevano anche le sue proprietà antisettiche, digestive e calmanti, e per questo la impiegavano nella preparazione di distillati per eliminare il mal d’orecchio. Ricca di vitamina C, un tempo veniva proposta come rimedio naturale contro la stanchezza e l’affaticamento, ma anche come soluzione ai dolori di stomaco e quelli articolari. Oggi è provato che l’infuso di maggiorana può avere effetti calmanti sulle pareti uterine (utile, quindi, in caso di dolori mestruali) e sullo stomaco. Basta far bollire un bicchiere d’acqua e aggiungere un cucchiaino di foglie da lasciare in infusione per circa dieci minuti ed è pronta (come sempre, ricordiamo che si tratta di rimedi casalinghi e non vere terapie).

Usi in cucina della maggiorana

Come abbiamo già ripetuto più volte, è il profumo la caratteristica principale di questa erba, per questo è consigliabile aggiungerla ai piatti a crudo o a cottura ultimata, per preservarne tutte le componenti aromatiche. Versatile e adatta un po’ a tutte le pietanze, si presta bene ai prodotti della stagione estiva che la vede protagonista: fagioli borlotti freschi, verdure grigliate, ma anche insalate crude da arricchire con qualche fogliolina. Come la maggior parte delle erbe, è perfetta per insaporire una semplice frittata o conferire più gusto a carne e pesce alla piastra. Inoltre, la si può provare al posto dell’origano sui pomodori freschi o la pizza Marinara, o ancora sulle patate al forno o all’interno dei ripieni di torte rustiche e specialità salate. Per un condimento dal sapore deciso e originale, provate anche a preparare un pesto di maggiorana!


L’Erba del Barone va in onda ogni martedì alle 21.30 solo su Gambero Rosso HD, canale 132 e 412 di Sky

a cura di Michela Becchi

Tre Bottiglie Tour. Cena degustazione alla Rimessa Roscioli di Roma

La Rimessa è una delle costole dell’universo Roscioli che ne mettono in pratica l’amore e la passione per le cose buone. A partire dal vino, con una carta così ben strutturata e che pesca nei luoghi giusti, un servizio a sua volta sempre capace di raccontarla e trovare al suo interno l’etichetta più giusta per ogni occasione. Stesso discorso per ciò che arriva nel piatto, con una selezione degli ingredienti e un’esecuzione dei classici che non smentiscono mai gli standard a cui i Roscioli ci hanno abituati.

 

Menu della serata

Millefoglie di pane, burrata e crudo di gamberi rossi
In abbinamento: Moratti Cuvèe ‘More Pàs dosè  SA

Uovo pochè, crema di patate e funghi shitake
In abbinamento: Moratti Cuvèe ‘More Brut SA
***
Fettuccine all’uovo con ragù di pollo
In abbinamento: Moratti Cuvèe dell’Angelo 2013

Cacio e pepe
In abbinamento: La Maga Barbera  2013 
***
Petto d’anatra con pere al vino rosso, caprino e foie gras
In abbinamento: Per Papà  Nebbiolo 2015  
***
Semifreddo di burrata olio e arancia
In abbinamento: Moratti Rosè 2013
***
Tiramisù

Prezzo della cena a persona: Euro 50

NB. Per partecipare è necessario prenotare direttamente ai recapiti del locale. I posti sono limitati.

Rimessa Roscioli | Via del Conservatorio, 58 | Roma | tel. 066880 3914 | email: winetastingrome.com

Scopri le altre cene del tour Tre Bottiglie

Frico e polenta su tagliere ai Sette Nani di Fusine

Il frico friulano. Una ricetta storica

Di cucina friulana di confine raccontavamo un anno fa, in un viaggio tra malghe di montagna e grandi ristoranti, alla scoperta dell’area nord-orientale del Friuli Venezia Giulia, incastonata tra Austria e Slovenia. Di questo territorio è espressione una cucina di montagna fondata su pochi prodotti locali, forniti dalla terra o abilmente trasformati da malgari e artigiani del gusto. E il frico (che appena oltrepassato il confine con la Slovenia passa al genere femminile, ribattezzato frika), che nasce proprio in queste zone, è probabilmente il piatto più celebre del ricettario regionale friulano. Le sue origini si rintracciano nel Tarvisiano, tra le malghe di produzione del Montasio, formaggio Dop di latte vaccino a pasta semi-dura, che è l’ingrediente principe del frico (in origine la ricetta era legata alla necessità di riutilizzare i ritagli di formaggio fresco, gli strissulis, avanzati in fase di formatura nelle latterie, e la cottura avveniva sulla stufa a legna), e regala l’aspetto filante a questa golosa “frittata” di patate, servita calda, con la sua crosticina dorata, e in numerose varianti (con pancetta, cipolle, mele, speck, erbe aromatiche…). La prima menzione del frico, non a caso, è molto antica, e risale al De Arte Coquinaria di Maestro Martino da Como, cuoco del patriarca di Aquileia nel XV secolo, che cita la specialità come “caso in patellecte” (cacio in pastelletta), ideale “dopo pasto e caldo caldo”.

Stefano prepara il frico nella cucina dei Sette Nani

Il frico del bar Ai Sette Nani

Ma oggi bisogna incamminarsi alla volta dei Laghi di Fusine –  suggestivo sistema lacustre di origine glaciale circondato dai boschi che coprono il monte Mangart – per gustare un frico fatto a regola d’arte, a partire dalla cottura tradizionale su una cucina economica alimentata a legna, come si faceva un tempo. Siamo a un quarto d’ora appena di macchina da Tarvisio, e lo scenario è degno della più classica delle cartoline di montagna, che stordisce con infinite tonalità di verde e azzurro. Qui, il ristoro Ai Sette Nani, sulle sponde del Lago Superiore, è un rifugio sicuro per chi è in cerca di sapori genuini.

Tavoli all'aperto ai Sette Nani di Fusine

Si tratta di un piccolo bar, la caratteristica edilizia turistica montana che riduce gli spazi al minimo, ma può contare su diversi tavoli in legno all’aria aperta, proprio al limitare del bosco di abeti. Si apre solo con la bella stagione, è il piatto forte della casa è proprio il frico, eventualmente servito con polenta, che Stefano Vuerich ci racconta nel video che vedete qui sotto. Svelandoci qualche segreto della sua bontà: la cottura lenta e il riposo di un giorno (fondamentale), la scelta degli ingredienti – le patate devono essere vecchie, e il Montasio abbondante, in più stagionature, dallo stravecchio al primosale – la possibilità di attingere a una vecchia ricetta tipica della comunità di Studena Alta per accompagnare la pietanza con una salsa molto particolare. Lasciamo alle sue parole il resto del racconto.


Ai Sette Nani – Fusine in Valromana (UD) – via Laghi, 10 – pagina Fb

gnocchi alla romana

Per l’avvento della patata in Europa bisogna attendere secoli di storia, ma già nell’antichità i romani erano soliti mescolare acqua e farina per formare delle palline che venivano poi cotte in acqua bollente: una versione primordiale degli gnocchi, il cui nome deriva dal termine longobardo di epoca medioevale knohha, ovvero “nodo”, utilizzato per indicare qualsiasi impasto di forma tonda. Le origini di questo formato sono contese fra diverse regioni, ma la variante al semolino – prodotto della macinazione dei cereali, di granelli più piccoli e colore giallo – è solo romana.

gnocchi alla romana

Gli gnocchi alla romana, a base di semolino

Giovedì gnocchi, venerdì pesce oppure ceci e baccalà, sabato trippa”, così recita il calendario della cucina romanesca: ancora oggi, infatti, in molte osterie tradizionali capita di trovare gli gnocchi in carta proprio il giovedì, sia nella versione classica che nella versione regionale al semolino. Un impasto preparato versando il semolino a pioggia nel latte caldo e cuocendolo senza formare grumi. Una volta pronto, si stende il composto con uno spessore di circa un centimetro su una teglia, e lo si lascia rapprendere per un’oretta. Dopo che la base si è solidificata, la si taglia a rondelle, che vengono cotte in forno, poi condite con burro e formaggio. Il risultato è una sorta di timballo grigliato, da gustare caldo con una generosa spolverata di parmigiano (alle volte è possibile trovare gli gnocchi alla romana anche nella variante al sugo).

Gli gnocchi di semolino, uno dei 7 piatti dichiaratamente romani

L’utilizzo del burro e del parmigiano ha spesso creato confusione circa l’origine del piatto: si tratta, infatti, di due elementi poco diffusi alla cucina laziale, che predilige l’olio extravergine di oliva e il pecorino. Alcuni gastronomi ritengono che si possa trattare di una ricetta di origine piemontese, ma è un’ipotesi poco plausibile, considerando che gli gnocchi vengono citati anche da Pellegrino Artusi nel suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” come “uno dei 7 piatti dichiaratamente romani”. Anche Ada Boni nel volume “La Cucina Romana” fa riferimento a questa specialità come a una tradizione antica, da custodire e salvaguardare, “la tradizione di una Roma sparita”, il piatto che i romani “solevano accompagnare a ogni riunione che avesse lo scopo di festeggiare qualche cosa”.

La ricetta degli gnocchi alla romana

a cura di Michela Becchi

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