Le Petit skieur a La Thuile

Courmayeur

Courmayeur sorge in una conca ai piedi del Monte Bianco, la montagna più alta d’Europa, e grazie alla sua inimitabile atmosfera raffinata e cosmopolita è la regina delle Alpi occidentali. La sua popolarità nasce già nel XVII secolo, ma le prime famiglie nobili – i La Tour, i De Curia Majori (Courmayeur deriverebbe dal latino Curia maior, cioè sede della parrocchia) e i Conti di Savoia – si affermarono prima. Il turismo termale a Courmayeur e La Thuile costituì a lungo la grande attrattiva dell’aristocrazia piemontese e savoiarda, e nel XVIII secolo iniziò il pionierismo alpino. La conquista del Monte Bianco, dal versante della Savoia con le guide di Chamonix-Mont-Blanc, risale al 1786; mentre nel 1850 nasce la prima compagnia di guide alpine d’Italia, la Società Guide Alpine di Courmayeur. È solo nel dopoguerra, tuttavia, che Courmayeur si trasformerà in stazione di soggiorno estivo con l’apertura, nel 1965, del traforo del Monte Bianco a migliorare il sistema viario e a favorire i viaggi con l’estero.

Per l’estate 2020 Courmayeur è la località ideale dove ritrovare il proprio equilibrio, in un ambiente alpino caratterizzato da natura incontaminata, panorami mozzafiato e attività all’aria aperta. Un luogo perfetto per riscoprire le gioie della vita di montagna en plein air, comprese quella della buona tavola (e del buon bere, ça va sans dire).

Mangiare a Courmayeur

La sala del ristorante dell'hotel Petit Royal vista dalla piscina

Petit Royal

È Paolo Griffa l’anima di questo ristorante bomboniera recentemente rinnovato all’interno di uno degli storici alberghi del paese. Considerato tra i più talentuosi giovani chef italiani, Griffa propone una cucina visionaria e tecnicamente raffinata, ricca di gusto e sensazioni, un vero e proprio viaggio tra i sapori che caratterizzano il territorio.

Paolo Griffa termina un piatto

Appena fuori dall’hotel, la Champagnerie Royale, invece, propone piatti più tipici in abbinamento a ricercati vini locali e internazionali; mentre il Lounge Bar, con ampio e lussureggiante giardino esterno affacciato sulla piscina scoperta e sulla pedonale via Roma, offre aperitivi selezionati e un servizio di livello.

Courmayeur – Grand Hotel Royal & Golf, via Roma 87 – 0165 831611 –  www.hotelroyalegolf.com

In cucina al Pierre Alexis

Pierre Alexis 1877

Nel cuore di Courmayeur, ma lontano dai percorsi consueti, il Pierre Alexis è il regno di Stefano Marchetto, chef esperto, creativo e competente, molto apprezzato da turisti e habitué. Attivo dal 1877, prende il nome da un’antica strada nei pressi del centro e offre un menu di stagione che viene sovente aggiornato per offrire varietà di gusti e di sapori. È il luogo ideale anche per feste private, celebrazioni e ricorrenze, e vanta un delizioso dehors esterno antistante l’ingresso.

Courmayeur – via Marconi 50/a – 0165 846700 –  www.pierrealexiscourmayeur.it

Sushiball

Sushi e bollicine ai piedi del Monte Bianco? Certo, perché no, se l’idea del titolare Marco Salvato – chirurgo odontoiatra milanese, valdostano d’adozione – è quella di unire eccellenze di territori diversi, quello dei vicini vini francesi a quello del giapponese tradizionale. La filosofia del locale è una: in cucina si rispetta la materia prima per lavorarla poco e valorizzarla al meglio. Il risultato è un menu in cui il pesce crudo tipico del Sol Levante incontra prodotti di eccellenza nazionali e del territorio, come nel caso degli Uramaki Special Skyway (salmone norvegese raw e stracchino di produzione Panizzi). La carta dei vini varia ogni sei mesi, e contempla prevalentemente etichette francesi selezionate personalmente dal titolare. Su prenotazione (basta un WhatsApp) anche take away e delivery.

Courmayeur – strada Regionale 10 – 3495522464 –  www.sushiball.it

Tanina

Prosegue con successo l’avventura di Tanina e Florian (madre e figlio), che all’interno di una minuscola e deliziosa boutique del gusto coccolano giorno dopo giorno l’affezionata clientela. Novità per l’estate 2020 anche i panini gourmet, d’asporto o da gustare nel grazioso dehors esterno decorato con fiori, piante e un caratteristico murales. Sono farciti con ingredienti locali e realizzati con pane semi integrale fatto in casa. Non mancano, poi, le celebri insalate di Tanina – di trota, riso, farro, orzo – i piatti freddi e qualche specialità fusion come il riso alla cantonese o i bocconcini di pollo piccanti.

Courmayeur – via degli Anziani 18 – 3409290930

Savasandir

C’era una volta la celebre “Armandina” di La Palud, uno dei ristoranti più antichi della Valdigne, nascosto all’ombra del Dente del Gigante in una storica viuzza all’imbocco della Val Ferret; e c’è ancora, solo che da Natale – dopo essersi chiamato per alcuni anni “Dandelion” – è stato rilevato da Daniela Bergamaschi, che l’ha ribattezzato “Savasandir”. Nuovo nome e nuova impostazione, quindi, perché adesso il Savasandir è un bistrot moderno e accattivante, caratterizzato da arredi freschi e candidi e impreziosito da un caratteristico spazio esterno. Qui si assaggia una cucina di stagione moderatamente creativa, e da dopo l’estate sarà anche possibile fare shopping gourmet all’interno della nuova Bakery.

Courmayeur Loc. La Palud – via San Bernardo 3 – 3389622937 – www.savasandir.com

Armadillo – Cibo, vino e musica

Un locale che è dedicato proprio all’armadillo, l’animaletto di origini texane che – così narra la leggenda – emigrò fino in Val Ferret, dove trovò riparo tra i ghiacci perenni delle Alpi.

Caldo e accogliente, l’Armadillo Cibo-Vino-Musica dispone di una graziosa saletta e di un bancone con sgabelli; le pareti sono completamente ricoperte di bottiglie (oltre 300 etichette) che spaziano dalla Vallée al resto del mondo e che sono sapientemente consigliate e raccontate dal titolare, Luciano Angelini, sommelier professionista. La carta dei vini è intelligentemente suddivisa tra vini d’asporto e bottiglie che si possono consumare in loco o al calice. Da provare le loro “Tapadillos”, specialità del territorio che variano periodicamente, a base di prodotti valdostani al 100%.

Courmayeur Loc. La Palud – strada La Palud 27 – 3494059820

Capitain des Alpes

Vale la pena di arrivare fino in fondo alla Val Vény dove in località La Zerotta, ai piedi dell’omonima seggiovia, si scopre questo locale a conduzione familiare caratterizzato da un ampio dehors esterno, circondato da prati e boschi. Il Capitain des Alpes deve il suo nome a “El Capitan”, una cima italiana scalata a metà degli anni ’70 nello Yosemite da Renzino Cosson, celebre guida alpina di Courmayeur e padre della titolare Ilaria. Punto di forza del Capitain un ricco menu che contempla piatti d’ispirazione valdostana e savoiarda, carni alla brace, pizze e dolci maison. Servizi dedicati anche alle famiglie con bambini.

Courmayeur Loc. Zerotta – Val Vény – 3478556206 –  www.capitaindesalpes.it

Bere

I cocktail in bottiglia di La Bouche

La Bouche

È il tempio del buon bere miscelato, un locale giovane e alla moda a metà tra cocktail bar newyorkese e café parigino. Piace per l’atmosfera intrigante e suggestiva e per gli arredi di design; conquista grazie alla passione, competenza e professionalità della titolare Valentina Bianco, che propone drink homemade e a km zero, o worldwide, come nel caso di “Apotheke”, un mix di culture a base di Cognac francese, Fernet italiano e crema alla menta olandese. Da non perdere i vivaci aperitivi con finger food di stagione – anche accomodati nel caratteristico dehors – le serate a tema e la possibilità di festeggiare un’occasione speciale.

Courmayeur – via Regionale 12 – 3286725420

Tavoli all'aperto a Le Massif

Bar del Gigante

È il nuovo albergo di lusso Le Massif, recentemente inaugurato a Courmayeur, a custodire questo bar di design e di tendenza, regno del Bar Manager Bernardo Ferro, noto in tutta la Vallée per gli estrosi abbinamenti proposti nei cocktail e ideatore della celebre Skyway Cocktail Competition, la gara di drink più alta d’Europa che si disputa a Skyway. Tra le specialità da provare, il tea time personalizzato e gli sparkling con prodotti tipici locali, come ad esempio il “Sabina”, a base di génépy, sciroppo di fragola, succo di mela valdostana e spumante. Da stuzzicare c’è un menu piccolo ma non banale, studiato ad hoc anche per la clientela più internazionale che frequenta l’albergo.

Courmayeur – Hotel Le Massif, via Regionale 38 – 0165 1897100 –  www.lemassifcourmayeur.com

La Thuile

Pensi a La Thuile e subito la mente vola verso le vette più alte d’Europa, i ghiacciai perenni e alcune tra le piste da sci più celebri e competitive del mondo. Ma non solo, perché soprattutto nel corso degli ultimi anni, in estate La Thuile – “LTH” per gli habitué – è diventata una meta vivace e in evoluzione, che conquista tutti coloro che cercano relax, benessere e buon cibo. Se è vero che si tratta del comune più piccolo dell’Alta Valle, sicuro è anche che da piccolo paese alpino LTH sta crescendo, per offrire quei servizi di qualità che conquistano ospiti italiani e clienti stranieri.

Mangiare

Gnocchi con lardo d'Arnaud a Lo Tatà

Lo Tatà

A guidare Lo Tatà (che in dialetto locale indica i giocattoli per bambini su ruote) troviamo Cinzia Mazzurco, che propone un eclettico menu caratterizzato dalla continua e costante ricerca di materie prime genuine, quanto più possibile locali e di stagione. All’interno di un ambiente rustico e avvolgente si assaggiano i tipici piatti della tradizione italiana e valdostana, le pizze, preparazioni per celiaci e un baby menu. Sono molto apprezzati anche i dessert maison, preparati in casa tutti i giorni per chiudere il pasto in dolcezza. Di livello la cantina, che custodisce pregiate bottiglie provenienti dalla Valle d’Aosta e da tutta Italia.

La Thuile – Fraz. Petit Golette 102 – 0165 884132

La Cremerie

In posizione strategica, affacciata sulla piazzetta del Planibel, nei pressi delle partenze delle passeggiate e vicino ai campi da tennis, il locale di Tony La Rocca è sia pasticceria sia gelateria artigianale e – dal tramonto in poi – cocktail bar. Mille e originali le idee proposte nel corso della stagione estiva: incontri letterari, aperitivi gourmet, serate a tema e l’inimitabile “Tony Village” che ospita street food e animazione nel dehors esterno affacciato sul complesso del Planibel. Novità per l’estate 2020, il carretto di gelati ai piedi della partenza di Skyway Monte Bianco, l’avveniristica funivia che arriva sui ghiacciai più alti d’Europa.

La Thuile – Complesso Planibel – 3333286544

Bere

Liquorilandia

Condotta con passione e professionalità da Filippo Comelli e dal suo staff preparato e qualificato, da quest’estate Liquorilandia non sarà più solo un punto vendita per l’asporto – oltre 1200 referenze da tutto il mondo – bensì anche uno speciale luogo d’incontro in cui fermarsi in qualsiasi momento della giornata per assaggiare un’etichetta d’annata, un calice selezionato, una collezione di champagne Dom Pérignon. Tutto questo in abbinamento a chicche gourmet (formaggi e salumi, caviale e tartare) e piacevolmente accomodati nell’ampio spazio esterno o sulle botti di vino davanti all’ingresso.

La Thuile – via Collomb 16 – 3478807993

Tagliolini con formaggio e noci a Le Petit Skieur

Le Petit Skieur

Finalmente a La Thuile il “locale che mancava”, un vero e proprio après-ski in stile tipicamente alpino con ampio spazio esterno affacciato sui prati. Peculiarità del Petit Skieur un servizio di cucina all-day, con specialità locali e tradizionali, e un’interessante selezione di drink ben confezionati e presentati. Non manca, inoltre, una cantina adeguata, che contempla vini da tutt’Italia, birre e bollicine. Punto di forza sono le serate a tema con dj set e musica dal vivo: al tramonto l’ampia terrazza si trasforma in un animato palcoscenico, dove divertirsi all’aria aperta in puro stile “après-ski” estivo.

La Thuile – Fraz. Petit Golette 159 – 3914202814

a cura di Arabella Pezza

 

E anche quest’anno ci risiamo. Nonostante il Covid, nonostante la crisi economica, nonostante il continuo balletto delle frontiere, la vendemmia è iniziata: a Menfi, la cantina Settesoli ha appena staccato i primi grappoli di Pinot Grigio, mentre altrove (al Nord, Centro e Sud Italia) si fanno le prime previsioni sull’andamento. E al di là delle modalità – verde, per la distillazione, a rese ridotte – la domanda che investe tutti, da Nord a Sud, è un po’ la stessa: chi, fisicamente, lavorerà tra i filari? Una questione non da poco, che ogni estate torna ad animare il dibattito italiano e che, nell’anno della pandemia, deva fare i conti con nuovi problemi – vedi alla voce quarantena per gli stagionali dell’Est Europa – che si sommano a quelli mai risolti, tra cui la troppa burocrazia per assumere e la mancanza dei tanto rimpianti voucher.

Quale quarantena per gli stagionali?

Partiamo dalla fine: dai nuovi focolai in Romania e Bulgaria e dall’ordinanza del 24 luglio del ministro della Salute Roberto Speranza che impone 14 giorni di quarantena obbligatoria per chi proviene da questi due Paesi. Secondo Coldiretti sono oltre centomila gli stagionali agricoli che arrivano ogni anno dalla Romania in Italia ai quali si aggiungono più di diecimila cittadini bulgari. Molti di questi sono impiegati proprio nel periodo della vendemmia e le preoccupazioni delle associazioni di categoria e dei consorzi non si son fatti attendere.

A tal proposito, Confagricoltura chiede l’introduzione della cosiddetta “quarantena attiva” (su cui l’associazione si era già confrontata con i sindacati e con i Ministri coinvolti lo scorso maggio), ovvero la possibilità di far svolgere agli stranieri l’attività lavorativa, a condizione che siano ospitati in azienda, che lavorino separatamente dagli altri dipendenti e che non lascino l’impresa per 14 giorni. “Con la quarantena obbligatoria per chi arriva da Romania e Bulgaria” sottolinea il presidente Massimiliano Giansanti “si rischia un’impasse che grava ora sulle imprese vitivinicole. In altri Paesi europei, quale ad esempio la Germania, la quarantena attiva è stata applicata con soddisfazione reciproca da parte degli addetti e degli imprenditori”.

Sulla proposta, però, c’è qualche scetticismo per il rischio che scoppino nuovi focolai proprio all’interno delle aziende. Motivo per cui, il presidente Coldiretti Ettore Prandini ha appena scritto al ministro della Salute, chiedendo di predisporre i tamponi per i braccianti al posto della quarantena: “Fermo restando le necessità di non abbassare l’attuale livello di attenzione alla sicurezza sanitaria” dice “occorre trovare delle soluzioni alternative per evitare di compromettere gravemente il risultato dell’intera annata agraria. Le nostre imprese si sono dette da subito disponibili a farsi carico dei costi per sottoporre al tampone i lavoratori stranieri così da dargli la possibilità di partecipare alle operazioni di raccolta, ovviamente in caso di risultato negativo”.

Ma questa non sarebbe l’unica via percorribile. Da Cia a Coldiretti, passando per i Consorzi di tutela, si torna a chiedere di semplificare le assunzioni per potersi rivolgere anche ai lavoratori italiani, mentre già nei mesi scorsi si era lanciato l’allarme e si erano proposte iniziative per reperire manodopera.

Ritornare ai voucher?

Quello della sburocratizzazione delle assunzioni è un tema che potremmo definire un vero evergreen. Dall’abolizione dei voucher nel 2017, la questione sembra riproporsi puntualmente ogni anno. I prestO proposti subito dopo in sostituzione dei buoni lavoro non sembrano aver portato i risultati sperati, né tantomeno i seguenti contratti di prestazione occasionale acclamati dal Governo Lega-5 Stelle come il ritorno dei voucher, ma privi del loro principale punto di forza: essere un ticket pronto all’uso. “Rispetto al voucher cartaceo, acquistabile oggi per domani, questi contratti richiedono procedure e tempi molto più lunghi” spiega a Tre Bicchieri il responsabile lavoro Cia Danilo De Lellis “motivo per cui l’utilizzo è molto ridotto: non più di mille o duemila ore, a fronte di milioni di ore del vecchio sistema”. Insomma, una debacle, che oggi più che mai richiede soluzioni agili e veloci.

Per Coldiretti, quindi, l’unica possibilità è proprio il ritorno dei voucher: “È una quesitone di lungimiranza” ribadisce il presidente dell’associazione Prandini “Ci sono almeno 25mila posti di lavoro occasionali tra le vigne e l’Italia non può permettersi di perdere le grandi opportunità di lavoro che vengono da uno dei settori più dinamici dell’economia, soprattutto in un momento in cui tanti lavoratori sono in cassa integrazione e le fasce più deboli della popolazione sono in difficoltà. Ciò permetterebbe di ingaggiare meno persone possibili provenienti da Paesi dove è ritornata l’emergenza Covid e prevenire i nuovi contagi autunnali”.

Bonus vendemmia per fa spazio anche agli italiani

Per Cia, la soluzione passa senz’altro dal rendere più fruibile proprio quel contratto di prestazione accessoria, impiegando disoccupati e cassaintegrati e preservando il Paese da nuova ondata virus. “Oggi” spiega il sindacato “il sistema produttivo italiano è in evidente difficoltà (8 milioni di cassaintegrati e 1,5 milioni di disoccupati) e bisogna cercare delle soluzioni all’interno del nostro Paese per cercare di rilanciare l’economia nazionale”. Se non, quindi, un vero ritorno ai voucher, almeno uno snellimento dei tempi di fruizione. Ma non solo.

De Lellis ricorda che fino al 4 agosto ci sarà tempo per presentare gli emendamenti al Decreto Semplificazione e Cia proporrà – come aveva già fatto, invano, ad aprile – una sorta di bonus vendemmia, sul modello del bonus baby-sitting. “In pratica” spiega De Lellis “lo Stato dovrebbe emettere un bonus, poniamo di 2500 euro da agosto a dicembre, per il lavoro agricolo che le aziende metteranno a disposizione dei lavoratori. Vista l’eccezionalità della situazione, da estendere, non solo a pensionati, giovani e disoccupati, ma a tutti coloro che vorranno lavorare in campagna. In questo modo, si eviterebbe la busta paga, ma si avrebbe la copertura assicurativa”. D’altronde, fa notare De Lellis, in tutti questi mesi di emergenza, l’agricoltura non ha usufruito di nessuno agevolazione e semplificazione in materia di lavoro e assunzioni.

L’appello del Prosecco Superiore: “Preservare la vendemmia manuale”

“Servono strumenti semplificati per garantire vendemmia in trasparenza, in sicurezza” così a Tre Bicchieri il presidente del Consorzio del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg Innocente Nardi, preoccupato da quanto sta succedendo in vista della prossima vendemmia che da queste parti dovrebbe cadere nelle prime settimane di settembre.

Tra le colline della Docg, infatti, ogni anno vengono impiegati circa 5mila stagionali per la raccolta delle uve, di cui il 50% è costituito da manodopera proveniente dall’Est Europa. “Nella nostra denominazione, la raccolta avviene per lo più a mano e sarebbe impensabile ricorrere alla meccanizzazione. Di fronte ai nuovi casi di Covid in Romania e Bulgaria, abbiamo bisogno di alternative valide. Non possiamo pensare di restare fermi per 15 giorni (il periodo della quarantena; ndr): chi si farebbe carico dei costi di vitto e alloggio? Né ci sembra praticabile la via della quarantena attiva: cosa facciamo se scoppiassero nuovi casi in azienda? I voucher sarebbero, invece, lo strumento migliore perché ci darebbe la possibilità di assumere anche per pochi giorni manodopera che – italiana o meno – vive e dimora sul nostro territorio, evitando nuovi rischi e quarantene”.

Difficile, però, riuscire a fare massa critica su questo tema perché, come evidenzia Nardi, ormai la difesa della vendemmia manuale è una peculiarità di pochi territori e il rischio ulteriore è che – di fronte a richieste inascoltate e problemi irrisolti – per molti la via della meccanizzazione diventi l’unica alternativa possibile. Per molti, ma non di certo per chi fa viticoltura eroica.

Giorgi: “Spazio anche ai percettori di reddito di cittadinanza”

Tra le cantine, l’appello alla sburocratizzazione arriva da Andrea Giorgi, alla guida di Terre d’Oltrepò e La Versa, realtà da 32 milioni di euro e 700 soci che ha appena portato a termine (dal 29 luglio) la fusione tra le due cantine con l’iscrizione nel Registro delle imprese. Anche Giorgi pensa ai voucher come soluzione, estendendone l’uso anche a chi riceve il reddito di cittadinanza (ipotesi di cui si era a lungo discusso nei mesi scorsi). “Oggi le aziende dei nostri soci” ha detto “fanno fatica ad assumere personale da impiegare in cantina ma soprattutto in vigna: gli oneri sono alti, le carte da produrre sono molteplici e i costi generali sono inevitabilmente cresciuti in questi ultimi anni di difficoltà economica. Per questo sono a richiedere a gran voce una semplificazione del voucher cosiddetto agricolo che garantirebbe opportunità di lavoro a giovani studenti, pensionati, cassintegrati e percettori di reddito di cittadinanza. La politica” conclude “ha il dovere di ripensare ad uno strumento per il settore che semplifichi la burocrazia per l’impresa, sia agile e flessibile rispondendo soprattutto ad un criterio di tempestiva disponibilità all’impiego”.

a cura di Loredana Sottile

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri del 30 luglio

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La vita post Covid. Il punto di vista di 40 personaggi

Il virus non è debellato, ma forse è domato. Abbiamo preso familiarità con oggetti e gesti che mai avremmo pensato. La ricchezza inedita però – inizialmente anche fonte di angoscia – è stata il tempo. Per pensare, per fare, ma anche per non fare, per progettare. Per presenti e futuri diversi. E siamo cambiati, già da ora. Non è facile fissare cosa sta succedendo perché ci siamo dentro, ma ci abbiamo provato lo stesso. E allora, nel mensile di agosto del Gambero Rosso, abbiamo coinvolto 40 personaggi, molti e ad altissimo livello del mondo del vino e del cibo, ma molti anche esterni: intellettuali, politici, economisti, docenti, scrittori, direttori di museo. Leggerli tutti assieme (potete farlo sfogliando il magazine) restituisce un affresco eterogeneo ma articolato e complesso di come e su quali basi si sta strutturando il new normale di questi e dei prossimi mesi.

Che cosa è emerso

La voglia e la necessità di non sprecare un’occasione del genere, durante il lockdown, ha smosso desideri importanti per noi stessi e per ciò che ci circonda: ci ha spinti a ripensarci come persone nuove è sempre rigenerante, ma ci vuole impegno. I contributi che trovate nel magazine offrono diversi spunti. La paura e lo spaesamento sono stati spesso accompagnati da un sospiro di sollievo per i ritmi rallentati, per l’opportunità di fermare ingranaggi che sembravano stritolarci. Chi ha sempre lavorato con la terra ne ha apprezzato ancor più il valore salvifico – gli spazi, l’aria, i prodotti genuini – chi ha vissuto in città desolate si è preso il tempo di letture lente. Chi ha spento le luci del ristorante, le ha riaccese a casa per occuparsi dei propri cari.

Abbiamo poi voluto raccogliere la testimonianza di persone extra settore – giornalisti, scrittori, antropologi, tra gli altri – per cogliere assonanze e divergenze con il mondo dell’enogastronomia. Emerge un ritratto composito dai colori e dai tratti inaspettati. Eppure vi sono linee che si intrecciano, che avvicinano personaggi apparentemente lontani, mossi da esigenze comuni. Come nel più classico dei romanzi di formazione ci sono l’eroe e l’antieroe, i gregari, il contesto, l’imprevisto, la risoluzione. Ecco, l’ultima voce manca ancora. Abbiamo combattuto con il virus per mesi cercando anche soluzioni di convivenza. E nel mentre i contagi crescevano, cresceva anche la consapevolezza che il contagio non era colpa di un pipistrello, ma apparteneva a quel-questo mondo impazzito. Allora tutti a chiedersi cosa dovrà essere di ciascuno di noi? Che persone vogliamo essere dopo la pandemia? La paura che nulla cambi si è fatta sempre più viva, ma forse è presto per dirlo con certezza. Abbiamo bisogno di sedimentare quanto accaduto. E allora forse ha ragione lo scrittore Franco Arminio (uno degli interventi) quando dice che abbiamo bisogno di un’estate lieta e pensosa. E di cuori più chiari.

I 40 protagonisti

Franco Arminio, scrittore e paesologo

Marino Niola, antropologo

Gianni Revello, buongustaio e appassionato d’arte

Giuseppe Iannotti, executive chef ristorante Kresios

Niko Romito, executive chef ristorante Reale Casadonna

Gianluigi Ricuperati, scrittore e saggista

Michele Rimpici, proprietario Cantina Urbana & Wine Expert

Giovanna Melandri, Presidente Fondazione MAXXI

Camilla Baresani, scrittrice

Laura Valente, presidente Museo Madre, Napoli

Alessandro Borghese, chef e personaggio tv

Wicky Priyan, chef Wicky’s Seafood

Carlo Cottarelli, economista

Enrico Bartolini, excutive chef ristorante Enrico Bartolini Mudec a Milano

Mauro Uliassi, executive chef ristorante Uliassi a Senigallia

Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo

Antonia Klugmann, chef del ristorante L’Argine a Vencò

Cristina Ziliani, direttrice marketing, Pr e Comunicazione Guido Berlucchi

Matteo Lunelli, presidente e amministratore delegato del Gruppo Lunelli

Riccardo Illy, presidente di Polo del Gusto (sub-holding di Gruppo illy per le attività extra-caffè) e di Mastrojanni (azienda vitivinicola a Montalcino)

Antonio Guida, excutive chef ristorante “Seta” del Mandarin Oriental a Milano

Marco Ambrosino, excutive chef ristorante 28 Posti a Milano

Massimo Canevacci, antropologo

Fabio Paresecoli, docente di Food Studies

Sebastiano Cossia Castiglioni, investitore vegan e proprietario della cantina Querciabella

Jacopo Tondelli, giornalista e scrittore, direttore e fondatore de Glistatigenerali.com

Domenico Iannacone, giornalista e autore tv

Franco Pepe, pizzaiolo

Luigi Cataldi Madonna, produttore di vino

Riccardo Felicetti, ceo pastificio Felicetti

Ruenza Santandrea, presidente Consorzio Vini di Romagna

Yoel Abarbanel, ristoratore Les Rouges Genova e Les Rouges Milano

Alessandra Guigoni, antropologa

Nino Rossi, chef ristorante Qafiz a Santa Cristina d’Aspromonte

Francesca Moretti, amministratore delegato Terre Moretti

Mauricio Zillo, executive chef ristorante Gagini a Palermo

Maurizio Campiverdi, delegato onorario di Bologna San Luca Accademia Italiana della Cucina

Matteo Ascheri, produttore di vino e presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani

a cura di Francesca Ciancio

disegno di Finnano Fenno

QUESTO è NULLA…

Nel mensile di agosto del Gambero Rosso trovate l’articolo completo con tutti gli interventi, una lettura piacevole e al tempo stesso utile per comprendere come affrontare i mesi che verranno.

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store

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pomodori

OrMe e i progetti degli orti urbani di Torino

Continua a lavorare senza sosta OrMe, la rete degli orti metropolitani di Torino che si impegna a portare l’attenzione del governo sul tema dell’orticoltura urbana attraverso una serie di iniziative ben strutturate e incentrate sul recupero delle zone dismesse. Fra le ultime nate, Innesto, progetto di riqualificazione delle aree degradate in orti urbani, come il Parco Dora, che fino agli anni ’90 ospitava gli stabilimenti industriali della Fiat e della Michelin, e che ora vuole essere un punto di aggregazione per i cittadini con aperitivi, letture ed eventi culturali, oltre ad abbracciare progetti a sfondo sociale. Una realtà solida che crede fermamente nel valore dell’agricoltura e che ora presenta Telecoltura, idea finanziata da Compagnia di Sanpaolo nell’ambito del bando “Insieme andrà tutto bene”, nato in piena emergenza Covid.

kit per orto domestico

Il kit per fare l’orto in casa e per aiutare le famiglie

Un periodo in cui anche OrMe, come tante altre attività, ha iniziato a puntare molto di più sulla tecnologia e sul digitale, elaborando una serie di strategie che permettano agli agricoltori di collaborare a distanza in contesti sicuri. L’obiettivo è sempre lo stesso: sostenere gli orti urbani, invogliare i cittadini a prendersi più cura dell’ambiente e fare la propria parte, recuperare il legame con la terra e ritrovare il fascino del lavoro agricolo. Attraverso un kit, per esempio, pensato per tutti gli aspiranti contadini che vogliono coltivare il proprio orto in miniatura sul balcone di casa e destinato in particolare alle famiglie più in difficoltà. Un progetto, quindi, nato non solo per tutelare il territorio ma anche per aiutare chi ne ha bisogno in un periodo così delicato.

I vantaggi del kit per fare l’orto in casa

L’agricoltura urbana è trasversale”, ha dichiarato a Torino Today Giuseppe Deplano di Re.Te.Ong, cooperazione internazionale che si occupa di promuovere uno sviluppo sostenibile. Per questo, ha molteplici vantaggi: “Riesce a favorire processi di inclusione sociale, a migliorare il micro clima urbano, a potenziare le rigenerazioni delle periferie”. E se prima il concetto di orto urbano era limitato al quartiere o comunque a una comunità di persone, ora l’idea può essere messa in pratica anche dalle famiglie e dai singoli individui in casa propria. Sono circa 80 i kit totali distribuiti ai contadini amatoriali (individuati grazie all’aiuto delle case di quartiere di Barriera e Mirafiori), scatole composte da argilla espansa, terriccio vegetale e tre piantine: pomodoro, insalata e basilico. A realizzare i kit è l’orto urbano del Boschetto presso al Circoscrizione 6, dove già da tempo vengono assegnati pezzi di terreno alle famiglie in difficoltà.

Così chiunque si trovi in una situazione economica complicata, ora potrà fare affidamento sui prodotti di produzione propria, oltre a riscoprire il lavoro manuale e la bellezza di un’attività che coinvolge tutta la famiglia, anche i più piccoli.

a cura di Michela Becchi

Alberto Massucco in vigna nella Champagne

Si chiama Alberto Massucco, vive a Castellamonte, nel Canavese. Ovvero in Piemonte, terra di grandi vini. Ma lui, imprenditore da generazioni nel settore della metalmeccanica, ha da sempre una passione totale per lo champagne. Fin da ragazzo, racconta.

Ho sempre amato lo champagne. Poi cinque anni fa conosco Alberto Lupetti, uno dei cinque più grandi esperti di champagne, e riprendo a viaggiare in Francia, questa volta alla ricerca di piccole maison da far conoscere in Italia”.

Alberto Massucco

Così è diventato prima importatore e poi produttore di champagne: già, perché oggi Massucco è unico italiano a possedere una propria vigna nella regione della Champagne (e ne sta già opzionando una seconda), ed è registrato ufficialmente in Francia come produttore di champagne. La prima annata uscirà dalla sua vigna nel 2024, ma intanto porta in Italia le bottiglie di quattro maison selezionate e ricercate con cura: Rochet-Bocart e Trousset-Guillemart nella zona della Montagne de Reims, Gallois-Bouché  nella mitica Côte des Blancs,  ed Eric Taillet nella Vallée de la Marne. Maison indipendenti, niente a che vedere con i grandi nomi, che appartengono alla categoria dei “récoltants-manipulants “, vignaioli eroici che raccolgono le proprie uve e pazientemente le trasformano nel “vino dei re”. Un esempio fortemente emblematico, racconta Massucco, è Rochet-Bocart, azienda guidata da “una donna fantastica, Mathilde Devarenne, che resiste alle lusinghiere offerte di grandi maison per continuare a produrre in proprio”.

Uno champagne “italiano”. Con Erik De Sousa

Il passaggio da importatore a produttore è stato quasi naturale, benché niente affatto scontato.  Anzi, anche un po’ folle e visionario, se vogliamo. Obiettivo: creare una linea di champagne tutta francese nella forma e nella sostanza, con un tocco di estro italiano. Idea nata dall’amicizia, ora divenuta collaborazione, fra Massucco ed Erick De Sousa (cognome che rivela l’origine portoghese della famiglia), riconosciuto come uno dei migliori produttori di champagne, sede ad Avize, nella Marne. Ed è proprio Erick De Sousa a seguire in cantina la linea Alberto Massucco Champagne e a creare il Millesimato Alberto Massucco Champagne Grand Cru, 100% Chardonnay, con le prime due vendemmie 2018 e 2019, e la Cuvée Mirede, dedicata alla moglie, purtroppo scomparsa. Un’altra firma dello champagne, Jean-Philippe Trousset, sta realizzando per lui un altro prodotto, Mavi, dedicato questa volta alla nipotina Maria Vittoria. E c’è sempre De Sousa dietro allo champagne che sarà prodotto con le uve della vigna francese di Massucco, il primo champagne di un piemontese in terra di Francia. Accolto bene? “Direi molto bene: i francesi hanno apprezzato la mia passione… E hanno persino accettato il mio suggerimento di cambiare i calici per le degustazioni!

La tenuta nella Champagne di Alberto Massucco

Champagne en liberté & Les Fa’Buleuses

Lo Champagne Alberto Massucco dalla vigna new entry si sta prendendo il suo tempo in cantina, fino al 2024, come s’è detto. Lui per ora porta in giro per l’Italia il suo progetto-format Champagne en liberté, per far conoscere sempre di più le bulles di produttori importanti, ma meno conosciuti da noi. Particolarmente interessante uno dei prossimi appuntamenti in programma: portare da noi Les Fa’Buleuses, un’associazione nata 5 anni fa di 7 donne produttrici di champagne, tutte anche vigneronnes (fra le più attive, proprio Mathilde Devarenne), che coltivano direttamente le proprie vigne e utilizzano le proprie uve (fabulleusesdechampagne.com), e hanno realizzato uno champagne al femminile mixando le uve di tutte.

Alberto Massucco comincerà con l’importare il loro champagne, e conta – emergenze sanitarie permettendo – di far arrivare in Italia proprio le “magnifiche 7” dello champagne. Bella sfida e bel modo di raccontare una passione autentica, per lo champagne e per la creatività femminile: non a caso sono donne la gran parte delle sue collaboratrici, a cominciare dalla responsabile commerciale Cinzia Zanellato, chapeau!

www.massuccochampagne.it

 

a cura di Rosalba Graglia

trabocco mucchila ingresso

Il Corridoio verde adriatico, o Ciclovia adriatica, è un progetto che grazie a fondi europei punta a unire sette regioni attraverso un percorso interamente ciclopedonabile. Da Trieste a Santa Maria di Leuca, circa 1500 chilometri lungo la costa più balneata d’Italia, tra meraviglie storiche e bellezze naturali. Un progetto suggestivo e di grande impatto sulla promozione di un turismo ecosostenibile in cui la Regione Abruzzo, a oggi, con tre Parchi Nazionali e una costa che a dividerla idealmente nel mezzo offre panorami e spiagge completamente diversi, si conferma un’amministrazione attenta alla valorizzazione del proprio territorio. Deliberando interamente i fondi per tutti i 132 chilometri del proprio litorale nel 2015, con non poche difficoltà, è quasi riuscita a fare da anello di congiunzione tra Marche e Molise.

 

Da Ortona a Vasto lungo la ferrovia dismessa nella costa dei trabocchi

L’ultimo tratto inaugurato è il più suggestivo. Siamo nella costa sud della regione, quella che abbandona le sabbie dorate per fare spazio alla roccia, una litoranea che dalle massicce e integre mura del castello aragonese di Ortona, si snoda lungo la ferrovia dismessa fino a Vasto. Attraverso gallerie, scogliere e stazioni destinate a diventare infopoint turistici e noleggi per bicilette, i 42 chilometri di ciclabile tra Ortona e Vasto sono completati, e ammirare la Costa dei Trabocchi e le spiagge di Fossacesia e Torino di Sangro pedalando, o semplicemente camminando, non è più un sogno.

dal-friuli-alla-puglia-in-bici-la-nuova-ciclovia-adriatica

Così come non è più un sogno avere un ristorante in un trabocco per uno dei progettisti di questa ciclabile, l’architetto Cristian Bomba. Fortemente impegnato in progetti green, Cristian e il suo amico chef Gianluca Di Bucchianico hanno sempre desiderato aprire un ristorante insieme e l’obiettivo massimo sarebbe stato farlo su una di quelle macchine da pesca nel mezzo al mare. Durante i lavori di progettazione e costruzione del tratto teatino della ciclovia adriatica, si è presentata l’occasione di poterlo fare. Una mareggiata imponente, anni prima, aveva aggredito la costa danneggiando molti dei trabocchi, tra i più colpiti il Trabocco Mucchiola, uno dei più antichi, in Località Ripari di Bardella a Ortona. È qui che nasce la Costa dei Trabocchi.

I due amici hanno deciso di gestire questo trabocco, rilevato in abbandono dalla società Porp.Ora Srl, e ristrutturarlo, realizzando il loro obiettivo. Ostinati sono stati loro e Gli Ostinati oggi è il nome del loro format ristorativo.

I trabocchi: le macchine da pesca dei contadini

I trabocchi sono stati costruiti verso la fine dell’800 dai contadini, non da pescatori. Popolazioni che avevano bisogno di sfruttare la ricchezza della costa approvvigionando qualcosa di diverso da quello che gli dava la terra, pur senza barche. I trabocchi sono strutture apparentemente fragili, costruite da pali saldamente ancorati alle rocce e fissati tramite funi resistenti. Vacillanti sì, secondo la forza delle correnti marine, ma stabili e sicure. Abbandonati nel secondo dopoguerra, negli ultimi trent’anni hanno rivisto la luce, vivendo una nuova fortuna grazie a un’esclusività attrattiva, restauri che li hanno resi agibili e imprenditori che li hanno trasformati in ristoranti. Non senza disagi. Anche se di varie grandezze, un trabocco non ha mai una superficie molto estesa e fare ristorazione sospesi sul mare comporta numerose difficoltà. Non ultima, anzi forse la più importante, è la cucina. Spazi stretti e complessità nello strutturare gli impianti, con limiti di peso per superficie, impongono offerte gastronomiche a menu fisso.

Trabocco mucchiola

Il Trabocco Mucchiola e Gli Ostinati

Il Trabocco Mucchiola di Ortona, esattamente dove ha inizio la Costa dei Trabocchi, è uno dei più piccoli, e oggi ospita Gli Ostinati: l’architetto green Cristian Bomba e lo chef Gianluca di Bucchianico. Quest’ultimo, alle spalle esperienze in cucine importanti come quella di Mauro Uliassi, è accompagnato in cucina da Alessandro Carlino. “Abruzzo forte e gentile” qui non è solo uno slogan, ma una consapevolezza, un valore da trasferire attraverso il rispetto di una ricchezza ambientale unica.

Cosa si mangia dagli Ostinati al Trabocco Mucchiola

Pochi tavoli con una mise en place essenziale, informale ma elegante, tra i quali i ragazzi in sala si muovono con attenzione e professionalità.

Il menu è fisso: un degustazione di sei portate incentrate sul mare pensate con l’obiettivo di servire una cucina diversa dalla classica offerta dei traboccanti, ché non significa abbandonare il rispetto della tradizione, ma provare a sorprendere con piatti capaci di rivederla.

polpo, purea di avocado, gel di gin lemon e baccal riduzione di pomodorino rosso e maionese di baccalà . Trabooco mucchila

Il polpo con purea di avocado e un gel di gin lemon e il baccalà con riduzione di pomodorino rosso e maionese di baccalà fanno capire subito che si sta con i piedi nell’Adriatico e il palato in un esperimento visionario, che punta su toni incisivi e sapori delicati.

Il tonno scottato con riduzione di Montepulciano d’Abruzzo è un buon gioco di contrasti tra dolcezza e sapidità, accompagnato da una consistenza perfetta del trancio.

spaghetto aglio e olio peperone dolce di Altino, ricci di mare e scampi crudi Trabocco mucchiola

Il primo piatto che apre davvero le danze ai sapori e alla tradizione abruzzese, è uno spaghetto aglio e olio, con peperone dolce di Altino, ricci di mare e scampi crudi. Un piatto pieno, ma equilibrato, dai sapori intensi e spigolature decise di grande persistenza.

Le trofie con scorfano e finocchietto di mare, risultano delicate, ma gustose, e la cernia con salsa di cozze su una variazione di prezzemolo, ha nell’intensità del sapore dell’ottima materia prima il suo valore aggiunto.

Il dessert varia a seconda delle disponibilità artigianli, così come il menu che seguendo un pescato di stagione asseconda l’idea di sostenibilità del progetto.

Carta dei vini a carattere regionale, con etichette classiche, che accontentano gusti diversi.

A completare il tutto, l’area verde attrezzata tra le dune, dove fruire di una formula degustazione più snella, anche disponibili per il take away, in box interamente biodegradabili, per un pic nic in spiaggia.

Gli Ostinati hanno aperto la passerella del trabocco il primo luglio e siamo all’inizio di un percorso ancora in via di definizione, ma la direzione è chiara: portare i gusti tradizionali a evolvere verso un concetto di complementarietà e di continuità.

Il Trabocco Mucchiola, per scelta, è raggiungibile solo dalla ciclabile. Non troverete quindi una strada sul navigatore che vi ci porta in maniera diretta, ma sappiate che all’altezza della posizione in mezzo al mare, sulla statale che percorrerete, ci sarà una strada sterrata dove parcheggiare per poi camminare agevolmente neanche tre minuti. Lo troverete facilmente, anche di sera, grazie all’elegante illuminazione. In attesa che l’Italia orientale sia percorribile lungo l’intera costa, il consiglio è quello di prenotare per tempo, se si vuole mangiare su un trabocco.

Gli Ostinati – Trabocco Mucchiola – Ortona (CH) – Ripari Bardella – Strada Statale 16 km 477 – 347 5435830 – www.gliostinatirestaurant.it

a cura di Andrea Febo

Giovanni Assante

La gastronomia italiana a Lima

Marco Tecchia, romano, classe ’83, è laureato in Economia e Commercio, con un master sul tema conseguito a Parma. Qui, tra un lavoro in Barilla e il bancone dell’enoteca Il Tabarro, conosce Sabrina Chavez, peruviana, studentessa all’università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. A Lima si sposano e insieme aprono una delle gastronomie con cucina più interessanti della città, La Gastronoma, fondata sulla selezione delle migliori eccellenze italiane: rigorosamente etiche e artigianali. Nel 2011 Marco conosce Giovanni Assante durante una cena di gala alla camera di commercio italiana a Lima, prova la sua pasta e trascorrono insieme la serata. Da quel giorno la pasta Gerardo Di Nola non ha più lasciato Lima e la cucina di Marco. Giovanni ha segnato profondamente il suo modo di intendere la gastronomia e le relazioni umane. Questo è il suo ricordo di Giovanni Assante (scomparso lo scorso 6 agosto, all’età di 71 anni, colpito da un infarto).

Il ricordo di Giovanni Assante

Giovanni Assante la pasta non la produceva soltanto. Lui la amava. Gli metteva indosso un’allegria che non si può descrivere.

Una zuppa può essere buonissima, ma rimane una zuppa. Un risotto, lo stesso. Una carne può essere fantastica e cucinata ad arte, ma è pur sempre un pezzo di animale morto. Solo la pasta può essere lunga, corta, bucata, rigata, a forma di farfalla, di orecchietta, di scala a chiocciola. A forma di lumacone gigante, da cui usciva il suo capoccione sorridente, nel montaggio dei suoi biglietti da visita.

Giovanni amava la pasta, perché la pasta sa mettere insieme le persone, sa stuzzicare la fantasia, sa moltiplicare le allegrie. L’immagine di lui davanti al pentolone, mestolo in mano e fronte perlata, “avanti il prossimo”, abbasso il protocollo, “dove si mangia in nove si mangia in dieci”, è il riassunto del suo amore per la pasta e per la vita.

Ricordo una sera, nel nostro ristorante a Lima, che era tutto emozionato perché doveva preparare pasta e patate per trenta persone oltreoceano. Si aggiunsero all’ultimo momento sette commensali non previsti e non sapevo come dirglielo, pensavo si sarebbe innervosito o preoccupato. Mi rispose solo: “E che fa? E qual è il problema? Ce li facciamo entrare”.

Mi fanno sorridere le tesi di certi dietologi e nutrizionisti new age, secondo cui la pasta farebbe male.

Sicuramente non hanno mai parlato con Giovanni seduti a un tavolo guardando Ischia sullo sfondo; non hanno mai mangiato con lui da Mimì alla Ferrovia e non hanno ancora fatto l’esperienza dell’allegria a tavola, sorellina minore della felicità, ma con meno pretese. Un’allegria che fa bene al corpo, più della vitamina C, più del calcio, più del potassio.

Giovanni prendeva dei treni per andare a trovare gli amici, giusto il tempo per un abbraccio e magari un piatto di pasta; era una rotella impazzita di un ingranaggio al servizio del beneficio personale, del calcolo e del culto dell’ego.

Si entusiasmava nel dare agli altri, come il seminatore di grano che lancia e spande all’aria, sapendo che qualcosa andrà perso, qualcosa sarà per gli uccelli, ma in fondo è l’unico trucco, seppur sotto gli occhi di tutti, per avere spighe bionde.

In un bar di Miami una volta ho letto che “Grazie”, in Swahili, si dice “Asante”. Ci vorrebbe una S in più. E mi sembra di sentirgli dire: “E che fa? E qual è il problema? Ce la facciamo entrare”.

As(s)ante Giovanni.

Grazie di tutto Big Gio.

 

lavanda

Colori e profumi di Provenza. È proprio lì che riconduce l’immagine della pianta officinale violacea (appartenente alla famiglia delle Lamiaceae) che cresce soprattutto nelle regioni mediterranee. La si potrebbe definire l’erba dai mille usi: antisettico e analgesico, essenza profumata, olio essenziale rilassante. I suoi piccoli fiori si prestano molto bene a processi di essiccazione, conservando al meglio i profumi della pianta fresca, e vengono impiegati sia in cosmesi che in cucina. Andiamo alla scoperta della lavanda, protagonista della prossima puntata de “L’erba del Barone”, programma condotto da Andrea Lo Cicero in onda ogni martedì alle 21.30 sui canali 132 e 412 di Sky.

Storia e varietà di lavanda

Incerte le origini della lavanda, anche se la teoria più accreditata ritiene che siano stati Dioscoride e Plinio il Vecchio a citare per primi questa pianta con il nome di stoecha, nonostante nessuno dei due autori utilizzi il termine lavanda. Racconti popolari narrano che la parola fosse legata al latino “lavare”, in riferimento alla sua azione detergente, conosciuta e sfruttata già dai romani, che la impiegavano nei bagni termali per profumare e deodorare l’acqua. Bisogna attendere però l’Ottocento perché venga utilizzato anche il suo olio essenziale, per profumare il bucato, l’ambiente, la biancheria, abitudini diffuse ancora oggi e messe in pratica in origine da René-Maurice Gattefossé, fra i padri fondatori dell’Aromaterapia.

Diverse le varietà di lavanda presenti: l’angustifolia (o lavanda vero o officinale), che predilige terreni calcarei e drenati, la latifolia, con foglie ricoperte da abbondante peluria argentea, la intermedia (o lavandino), un ibrido fra la angustifolia e la latifolia molto utilizzato per le essenze, la dentata, tipica dell’Italia, Spagna e Nord Africa e con le foglie intagliate, e la stoechas, tipica delle coste tirreniche con foglie morbide e adatta a terreni silicei.

Lavanda: proprietà e caratteristiche

Mal di testa, stress, insonnia, ansia: con la sua azione sedativa e calmante, l’olio essenziale di lavanda può essere utile per contrastare gli stati di agitazione e nervosismo. Svolge anche un’azione balsamica sulle vie respiratorie e può essere quindi impiegato in caso di raffreddore, influenza e tosse. Ha proprietà antinfiammatorie, antispastiche e antimicrobiche e si rivela n buon alleato contro i disturbi digestivi. Tanti anche gli usi della lavanda nella cosmesi: oltre al suo profumo intenso, è utile per calmare le irritazioni della pelle o in caso di punture di insetti, ed è particolarmente adatta a chi ha la pelle o i capelli grassi.

Usi in cucina della lavanda

Ma la lavanda, in fiori o come essenza, trova largo impiego anche in cucina. Può essere usata, per esempio, per aromatizzare il pane fresco (i buonissimi filoni alle erbe di Provenza), insaporire le carni bianche, il pesce, la frutta, i dolci e anche il miele. Dai semifreddi ai sorbetti, dalle creme inglesi ai gelati, fino alle marmellate e le torte: ogni preparazione diventa ancora più golosa e invitante se arricchita con semi e fiori di lavanda. Se ne ottengono inoltre degli ottimi infusi: basta raccogliere i fiori secchi in un sacchetto di tulle e lasciarlo in infusione per qualche minuto in acqua bollente.

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L’Erba del Barone va in onda ogni martedì alle 21.30 solo su Gambero Rosso HD, canale 132 e 412 di Sky

a cura di Michela Becchi

verdure, Erbert


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Erbert a Milano: un Whole Foods italiano?

Complici forse le recenti battaglie ambientaliste sempre più accese – e sempre più mediatiche – e la crescita di un consumo responsabile, finalmente anche la Penisola può vantare un suo modello di riferimento per gli acquisti alimentari sostenibili. Certo, botteghe e negozi di nicchia, aziende e modelli virtuosi di cibo sano, etico e rispettoso dell’ambiente erano già presenti un po’ ovunque, ma quello che mancava era un vero supermercato contemporaneo attento alla salute. Una sorta di Whole Foods italiano prima maniera, l’azienda statunitense fondata da John Mackey nel 1976, ben prima del boom del biologico iniziato negli anni ’90, e acquistata da Amazon nel 2017 per quasi 14 milioni di dollari. Sorge spontaneo il paragone con il colosso di Farinetti, ma i punti Eataly – così come quelli Naturasì – nascono con intenti e modalità diverse. Erbert a Milano, nuovo concept store aperto lo scorso 18 giugno, poco dopo la fine del lockdown, ha invece come obiettivi principali la sostenibilità ambientale e la salute dei consumatori, caratteristiche che accomunano tutti i prodotti selezionati per la vendita.

Erbert bakery

Erbert a Milano: sostenibilità, salute e gusto

Frutta e verdura (di tantissime varietà diverse) arrivano fresche tutte le mattine, da produttori che lavorano in biologico o biodinamico, le specialità del forno sono fatte con farine integrali e lievito madre, la carne è da filiera controllata e animali allevati all’aperto e il pesce pescato nel rispetto dell’ambiente e della stagionalità. C’è il comparto di gastronomia fresca, con piatti pronti – fra cui tante opzioni vegane – studiati da un nutrizionista per garantire il giusto apporto calorico e cotti con tecniche che non alterano i nutrienti, come il vapore o la bassa pressione. Per chi volesse saperne di più, poi, ci sono anche i Food Mentors all’interno del negozio, ai quali chiedere consigli per un’alimentazione sana ed equilibrata, mentre sul sito è possibile creare un menu personalizzato in base al proprio fabbisogno energetico e stile di vita.

Erbert, varietà di pomodori

Il packaging di Erbert

Se il 2020 verrà ricordato come l’anno della pandemia, il 2019 probabilmente passerà agli annali come il tempo della lotta ambientalista, e soprattutto della presa di coscienza dei danni causati dalla plastica usa e getta. Per questo da Erbert l’attenzione al packaging è altissima: le confezioni sono tutte compostabili, compresa l’etichetta con il prezzo, generalmente da smaltire nell’indifferenziato ma che qui può essere raccolta nell’umido. Insomma, un supermercato grande (500 metri quadri) rifornito ma che riserva a ogni cliente l’attenzione di una piccola bottega di quartiere, e che si propone di offrire un pasto sano – da cucinare a casa o prendere già pronto a portar via – a tutti, anche a chi non ha tempo per dedicarsi alla cucina.

banco frutta, Erbert

L’obiettivo di Erbert

Un format dinamico e moderno, nato grazie alla collaborazione tra investitori e imprenditori di Oltre Venture, primo fondo di Venture Capital Sociale in Italia che due anni fa ha investito in EatRight, startup che ha creato il modello di supermercato a marchio Erbert, con lo scopo di diffondere la cultura del buon cibo. Un’idea nata per volontà di Enrico Capoferri, ex direttore generale di un’azienda della grande distribuzione organizzata che ha alle spalle oltre vent’anni di esperienza nel settore e che ora vuole dedicarsi solo alla vendita di prodotti freschi e di prima scelta. Con queste premesse, in via Moscati 11 ha aperto i battenti il primo concept store a marchio Erbert, ad appena quattro mesi dall’inaugurazione del laboratorio di produzione in via Quintiliano. Un progetto che in questi anni ha raccolto il sostegno di importanti investitori privati e family office, e che prosegue ancora, con l’obiettivo di creare altri punti vendita in tutta Italia. La dimostrazione che anche la gdo può fare dei (giganteschi) passi avanti e che uno spazio dai grandi numeri non deve necessariamente abbassare il livello di qualità per stare in piedi.

a cura di Michela Becchi

borgo di Maccaerese

C’è voluto un po’ perché questi spazi ritrovassero la loro identità. Trent’anni o poco più, ultima falange di una vita lunga quasi 8 secoli. Un tempo, infatti, queste erano le botteghe del borgo che si snodava attorno al Castello di Maccarese a un passo da Roma, oggi sono l’emblema di un intelligente progetto di riqualificazione che promette di trasformare questo spazio in polo gastronomico, ma soprattutto in un valido esempio di rinascita del territorio. Concretizzando l’idea, nata circa 20 anni fa, di ridare a questi luoghi un ruolo centrale nella vita della società.

borgo di Maccaerese

Il Castello di Maccarese e il Borgo

“Qui, nel retro del Castello e del giardino, c’erano le botteghe di antichi mestieri” illustra Claudio Destro, amministratore delegato della Maccarese Spa, azienda del gruppo Benetton oggi proprietaria del Castello, delle migliaia di ettari circostanti e promotrice di questo progetto di rilancio. “Barbiere, calzolaio, alimentari e altre attività che si affacciavano sulla piazzetta”. Tutto quello che sosteneva la vita degli abitanti del borgo agricolo, che nel suo passato ha visto passare gli Angullara, i  Mattei, i Pallavini e i Rospigliosi, ultimi proprietari dell’edificio, chiamato anche Castello di San Giorgio, e dell’area circostante. Abbandonate da una trentina d’anni, nel 2017 sono state ristrutturate e restituite agli esercizi commerciali. Inizialmente gli stessi di un tempo. “Poi ci siamo resi conto che non andavano come avremmo voluto”. Alla fine dello scorso anno la decisione di rimettere mano al progetto e trasformare quest’area in un piccolo distretto gastronomico di qualità. Poche insegne, ma buone. Scelte una per una, per la qualità e la capacità attrattiva, così da creare un’area di aggregazione. L’uovo di Colombo per un luogo che soffre la diaspora dei giovani.

A suggellare l’obiettivo, un affitto concorrenziale – se non addirittura simbolico – a testimonianza della volontà di coniugare profitto e miglioramento del territorio. “Facendo richieste eque, si dà modo agli imprenditori di fare bene, guadagnare e reinvestire” così, senza strozzare i ristoratori con affitti esorbitanti, si sostiene la riuscita del progetto. “Tutto il territorio ne guadagna. Non ci sono mercenari o speculatori ma imprenditori seri e capaci che hanno come obiettivo la qualità”. Come sono approdati qui? “Li abbiamo cercati noi”.

borgo di Maccaerese
Il giardino del Castello

Il progetto di riqualificazione

“Durante il lockdown abbiamo riqualificato la piazza, con una nuova illuminazione più scenografica, ripristinato le aiuole, rifatto la pavimentazione e provveduto all’arredo urbano”. Senza contare il restauro della chiesetta seicentesca firmato da Angelo Mattiuzzi, da poco inaugurato. Nuovo step di un’opera di risanamento che a oggi si quantifica in quasi 400mila euro di investimento. Non pochi per una azienda agricola, quale è Maccarese Spa. “Produciamo soprattutto latte, ma ci occupiamo anche di sociale e della manutenzione di quest’area: teniamo in ordine siepi, rotatorie, piste ciclabili, verde pubblico. Lo facciamo per il Comune di Fiumicino, nell’ottica della valorizzazione di un territorio che è quello in cui viviamo. Abbiamo questo spazio, vogliamo metterlo a disposizione della comunità, e” conclude “la soddisfazione è vedere i ragazzi che passano le loro serate qui invece di andare fuori da Maccarese”.

Maccare

Le botteghe del Castello di Maccarese

Sistemato lo spazio, era il momento di riempirlo. Scegliendo con cura gli affittuari per alzare ancora di più la posta. Tutti nuovi, tranne uno: Maccarè, la pizzeria firmata da Stefano Callegari con Valerio Piccirilli e Fabio Benucci che ha aperto i battenti con successo già lo scorso anno. A seguire sono arrivati lo spagnolo Pika Pika, con vini, cocktail, paella, tortillas, pinchos e tapas di vario genere; l’Osteria di Maccarese, aperta a gennaio nell’ex emporio da Stefano Gismundi dell’Osteria del Borgo di Cesano. E – ultima arrivata – la Cantina del Castello, negli spazi che erano della Cantina del Cappellaio.

Osteria di Maccarese
Osteria di Maccarese

La Cantina del Castello a Maccarese

Deus ex machina della nuova enoteca del borgo, quel Benny Gili da anni inossidabile punto di riferimento del buon mangiare e del buon bere a Fregene, con La Baia, tra i più apprezzati e frequentati ristoranti del litorale. Insieme a lui, Alessia Marafioti e Alice De Nicola, sue collaboratrici nel primo locale e qui socie. “Con loro c’è grande empatia: lavoriamo insieme da anni e sono cresciute professionalmente con me alla Baia. In questa avventura volevo che ci fossero anche loro: hanno l’età giusta sia per affrontare questa impresa, sia per far vivere questo locale. È giusto e bello” conclude “che ci sia un cambio generazionale”. Saranno loro a portare alla Cantina il servizio della Baia, con quell’impronta così riconoscibile che tanti ristoratori ammirano e un po’ invidiano. Divideranno il tempo tra i due locali fino a settembre, quando La Baia rimarrà aperta solo a pranzo. “Ci pensavo da tanto, era il momento giusto e un’occasione da non perdere per il legame che ho con questo posto, in cui sono nato e cresciuto. E poi” continua “qui c’è una grande energia, dalla finestra si vedono il giardino del Castello e la chiesetta di San Giorgio… lì dietro un tempo c’era il distaccamento del liceo scientifico”. Cresciuto a Maccarese, il borgo per Benny è uno dei luoghi della sua infanzia e della prima gioventù, “così quando Mauro del Cappellaio ha deciso di andarsene mi sono fatto avanti”. Obiettivo? “Metter su un posto divertente, dove fermarsi per un aperitivo come piace a me. Una cosa che un po’ già faccio alla Baia, con gli amici”.

Proposta semplice: niente cucina, ma crudi e tartare di pesce, con tanto di carta delle ostriche (insieme a un altro fiumicinese Doc, CorradoTenace), e poi salumi, formaggi soprattutto locali – “scopro un mondo nuovo, io che ho sempre selezionato pesce ora mi occupo di prodotti di terra” – come quelli di Gennargentu (che a dispetto del nome vengono prodotti in zona). Da bere “vini naturalmente buoni” come recita l’insegna. Che vuol dire naturali, sì, una senza quelle intemperanze che rasentano il difetto. “Niente acetiche, riduzioni, rifermentazioni gassose strane” spiega “ma vini più facili e bevibili, su questo ci troviamo d’accordo con Alice e Alessia. Siamo andati a scoprire bollicine francesi interessanti e naturali” tanti Champagne ma anche Vouvray e Crémant con una fascia di prezzo inferiore, tra i 25-30 euro, che scende ancor di più nel caso di vini fermi. “C’è una mescita da vineria, facile e abbordabile, perché vogliamo rivolgerci a tutti, non solo agli appassionati che sono disposti a investire di più. Il target qui è diverso, poi ovviamente se uno vuole, trova anche cose più impegnative”. Da 10 a 100 euro, insomma. Conto alla rovescia: partenza tra poche ore a rimpolpare l’offerta già attiva del borgo. Ma come sta andando?

Pika Pika Maccarese
Pika Pika

Borgo di Maccarese. Estate 2020

In questa complicata estate post Covid è difficile fare proiezioni precise sull’andamento dei locali, quel che è certo è che al borgo le serate sono animate, “le persone a un certo punto arrivano, è bellissimo” dice Benny e sono centinaia anche nel rispetto delle regole anti-Covid. Complice lo spazio a disposizione e la bellezza di questo borgo al riparo dal traffico e sempre piacevolmente ventilato: “è già un centro di aggregazione” conferma soddisfatto Claudio Destro, che aggiunge “qualche sera terremo aperti anche i giardini del Castello, per chi vuole fare una passeggiata dopo cena e visitare questo spazio con la nuova illuminazione, e organizzeremo serate e visite guidate al Castello nel fine settimana per rendere l’area ancora più fruibile”. Per il futuro prossimo (le attività non sono stagionali ma rimarranno aperte anche l’inverno) si pensa già a concerti, degustazioni e altre iniziative per animare non solo il borgo ma anche altre aree come il giardino e le sale interne, mentre l’anno prossimo potrebbero arrivare anche un paio di chioschi, magari un ristorante di pesce “abbiamo altri spazi che potremmo dedicare a queste attività, ma solo se capiamo che non vanno in concorrenza tra di loro”, e forse anche un negozio, oltre a quello di lampade artigianali già presente, “un modo per allargare l’offerta e creare movimento nella piazza”. Dando seguito al primo e dichiarato obiettivo di questa iniziativa: “non vogliamo speculare ma far conoscere il territorio e i suoi prodotti e dare la possibilità di far vivere alla comunità questo bellissimo borgo”. Non male per una azienda agricola.

Maccarese. La storia dell’azienda agricola

L’agricola Maccarese ha una storia affascinante e dal 2017 anche un archivio storico – circa un chilometro di documenti – conservato in un’ala del Castello recuperata anni fa, con un restauro costato 1,5 milioni di euro. “Lì c’è tutta la storia dell’azienda che è un po’ la storia dell’agricoltura italiana”. Nata negli anni ’30 come azienda pubblica, successivamente ceduta alla Banca Commerciale Italiana e poi all’IRI, passa ai Benetton alla soglia del nuovo millennio, attualmente si estende per 3200 ettari, ma in passato circa 500 ettari – oggi oasi naturalistica – sono stati donati al WWF e altri 800 espropriati per l’aeroporto di Fiumicino. Oltre all’agroalimentare – con il più grande allevamento di vacche da latte d’Italia a coprire più del 10% del fabbisogno dell’area capitolina, seminativi, foraggi e ortaggi e mandorli per l’industria dolciaria – ha due centrali elettriche a biogas alimentate dai reflui zootecnici nell’ottica di una economia circolare. Poi ci sono le attività didattiche e ludiche per le scuole di Fiumicino, in un percorso che lega la messa a frutto delle risorse e la loro condivisione con l’ambiente circostante. Adesso l’obiettivo è far rinascere la vita del villaggio di Maccarese. Attraverso la gastronomia di qualità.

a cura di Antonella De Santis

Le Botteghe del Borgo Antico – Borgo di Maccarese (RM) – via dei Pastori –Pagina Facebook

Maccarè – via dei Pastori, 24 – 06 667 8286 – Pagina Facebook

Osteria di Maccarese – via dei Pastori, 26A – https://osteria-di-maccarese-borgo-san-giorgio.business.site/#summary

Tika Tika – via dei Pastori, 10 – 328 7294675 (whatsapp) – 06 39728229 – www.pikapikamaccarese.com 

La Cantina del Castello – via dei Pastori, 14 – 06 6679401 – Pagina Facebook

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