Al mondo di città antiche e affascinanti come Roma ce ne sono poche. Ogni angolo, ogni scorcio nasconde un passato mitico e glorioso che in alcuni casi viene alla luce solo in seguito a scavi archeologici. Davvero secoli e secoli di storia che possono emergere anche dal più piccolo degli spazi. Quello che per esempio separa via Condotti da Piazza di Spagna. Lo stesso perimetro in cui si può rintracciare un’ulteriore testimonianza di questa enorme eredità, l’Hotel d’Inghilterra. Un edificio che soltanto come albergo esiste da più di 170 anni.
La costruzione originaria insiste sui sanpietrini di via Bocca di Leone almeno dal XVII secolo, ben prima che si insediassero nei dintorni le boutique d’haute couture; da dimora nobiliare diviene indirizzo dell’hospitality di lusso, luogo di soggiorno degli intellettuali inglesi ai tempi del Grand Tour. Le tracce della vecchia contaminazione anglosassone si rinvengono ancora nel nome e nel logo della struttura, che richiama con il leone e l’unicorno lo stemma della casata reale Windsor. Il 5 stelle del gruppo italiano Starhotels Collezione è stato da poco “restaurato” e oggi sembra tornato agli splendori di una volta, a partire dal rinnovato ristorante interno, il Cafè Romano.
In pochi sanno che inizialmente si chiama Locanda d’Angleterre e costituisce un semplice quanto funzionale ampliamento del Palazzo Torlonia antistante, realizzato per accogliere gli ospiti della rinomata famiglia romana, soprattutto parenti e amici; oppure, che gli esordi sono a tinte lusitane: come si scrive in Hotel d’Inghilterra Roma di D. Savini e S. Masi, nella seconda metà del Seicento il banchiere portoghese Francesco Nuñez–Sanchez incarica dell’edificazione del complesso l’architetto De Rossi (si narra però che il progetto fosse del Bernini). Mentre nei primi dell’Ottocento ne diventeranno proprietari i fratelli di Napoleone Bonaparte.
È solo alla fine degli anni Trenta del XIX secolo che passa nelle mani dei principi Torlonia: uno dei membri della famiglia — il duca di Bracciano — acquista il palazzo nel 1837. All’epoca, seppur nel centro cittadino, la zona si trovava in uno stato di abbandono e miseria. Motivo per cui all’acquisizione segue un’opera significativa di riqualificazione urbanistica che include il rifacimento dell’area di cui si fa carico Antonio Sarti, docente della prestigiosa Accademia di San Luca e fra gli architetti di punta della nuova aristocrazia. Ultimata nel 1842, la costruzione opera subito come locanda che riceve i forestieri in viaggio. Ha così inizio la storia dell’Hotel d’Inghilterra.

Cafè Romano
Contribuisce alla fama internazionale della struttura il via vai di artisti e poeti stranieri. Sono ancora gli anni del turismo noto come Grand Tour, il flusso di giovani aristocratici che, mossi da interessi strettamente culturali, visitano località di rilievo storico-artistico. Città italiane quali Firenze, Venezia e Roma rappresentano per questo itinerario di formazione mete ambite da francesi, tedeschi e inglesi. La Capitale diventa in tal modo il primo approdo dell’élite britannica, un altro bacino del fermento intellettuale e umanistico europeo. Se ne giova progressivamente l’albergo, che negli anni sarà alloggio di grandissimi scrittori del calibro di Oscar Wilde, Mark Twain, Ernest Hemingway ed Ezra Pound. E, più tardi, pure sosta di grandissime celebrità come Audrey Hepburn, Gregory Peck e Elizabeth Taylor.

Andrea Sangiuliano, chef di Cafè Romano
L’ultimo rinnovamento dell’Hotel d’Inghilterra, conclusosi nel settembre del 2024 sotto lo sguardo attento della Presidente e CEO di Starhotels Elisabetta Fabri, ha interessato l’antica facciata, gli ambienti interni — sia camere che salotti — e il ristorante Cafè Romano a piano terra. Proprio questo si caratterizza per la presenza di una quarantina di coperti, non solo dentro al locale, ma anche fuori (un dehor suggestivo che dà su via Borgognona). Aperto pure alla clientela esterna, lavora tutti i giorni a pranzo e a cena. In cucina detta legge Andrea Sangiuliano, executive chef dal curriculum europeo, professionista cresciuto al De Russie attraverso i consigli del leggendario Fulvio Pierangelini, dopo aver accumulato esperienza nel ristorante di famiglia. Il cuoco romano parte innanzitutto dal rispetto per la materia prima — freschezza e stagionalità — oltre che per il patrimonio culinario locale. Perciò tenta di valorizzare i prodotti freschi senza sottoporli a eccessive manipolazioni: «non cerco di dominare l’ingrediente, ma di esaltarlo con la minima interferenza».
Il menu nuovo è un inno all’autunno, un menu «a Km Lazio» che contempla castagne dei Monti Cimini, così come nocciole romane Igp. Le prime arricchiscono il ragu di cinghiale con cui si condiscono le pappardelle. Le seconde invece, la tartare di manzo con loti maturi, oppure piatti vegani a base di cavolfiore o rape rosse. Si aggiungono poi ricette regionali dal registro aromatico più mediterraneo: i capperi, le olive e la polvere di pomodoro che danno una chiara impronta al carpaccio di marmora. Nemmeno qui si fa a meno della tradizione romana più generosa. Pur adottando un approccio più originale e contemporaneo, si preparano specialità tipiche come la carbonara, l’amatriciana, la cacio e pepe, la cacciatora e il maritozzo.

tartare di manzo con loti e nocciole
In questo albergo non mancano mai le possibilità di “rifocillarsi”, che si voglia fare uno spuntino o bere una cosa. Del resto, allo stesso piano, troviamo il Cafè Romano Lounge Bar, ove prendersi un aperitivo o passare un dopocena all’insegna della mixology d’autore: una selezione di drink e mocktail definiti dal bar manager Angelo Di Giorgi. In estate, è stata inaugurata la Terrazza Romana, il rooftop della struttura situato al sesto piano, da cui si può apprezzare una vista privilegiata sulla città, uno spettacolo mozzafiato, con in primo piano monumenti quali Villa Medici, il Vittoriano e la basilica di Sant’Ambrogio.

Terrazza Romana Cocktail Bar
Foto di Matteo Lippera
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