Il 19 febbraio di dieci anni fa moriva a Milano Umberto Eco. Lui era di Alessandria, venuto a Torino per l’università, e a Torino era entrato nel mondo della televisione, nel mitico Centro di Produzione Rai di via Verdi. Faceva parte di quel gruppo di “riformatori della tivù” con Vattimo, Guglielmi, Piero Angela, Furio Colombo, Gregoretti. Poi si trasferì a Milano a fine anni ’50, insegnò a Bologna, ma Torino rimase una città del cuore, con luoghi del cuore. Come il Bicerin, caffè storico finito persino in un suo romanzo famoso, Il cimitero di Praga, pubblicato nel 2010. Una storia ambientata fra Torino, Parigi e Palermo, protagonista il capitano Simone Simonini, un falsario dell’800, che si muove fra veri personaggi del Risorgimento, insurrezioni, rivolte, congiure.

Perché proprio il Bicerin? Perché quella bevanda “ odorosa di latte, cacao, caffè e altri aromi” (qui i migliori di Torino)? Perché quel luogo e quella bevanda erano anche una sua passione. Eco era un cultore del caffè, un frequentatore di caffè storici, con le boiseries, i tavolini, il bancone di marmo . Proprio come lo storico caffè torinese Al Bicerin, stesso nome di quella ineffabile mistura di cioccolata, caffè e crema di latte, servita in piccoli bicchieri di vetro.
Il bicerin (che in piemontese vuol dire piccolo bicchiere) nasce a metà Settecento da una bevanda ancora più antica, la bavareisa (caffè, cioccolato, latte e sciroppo) e si fa in tre versioni: pur e fiur (caffè e schiuma di latte), pur e barba (caffè e cioccolato) e un poc ‘d tut, un po’ di tutto, che è quella che prevale ed è arrivata fino ad oggi. E nel 1763, in piazza della Consolata, a pochi passi da Porta Palazzo, il “ ventre di Torino” l’acquacedratario Giuseppe Dentis apre una piccola bottega proprio di fronte al Santuario della Consolata, giusto qualche tavolo e panche di legno. E lì vende il suo bicerin: costa 3 soldi , è una bevanda democratica e trasversale, che si concedono magistrati, professori, negozianti, fattorini, ambulanti del mercato.

Solo a metà Ottocento, quando su progetto dell’architetto Carlo Promis, viene edificato il palazzo che vediamo ancora oggi, il Bicerin cambia aspetto: boiseries di legno alle pareti, specchi e lampade , tavolini tondi di marmo. Una curiosità: a inizi ‘900 passa a una gestione tutta femminile con Ida Cavalli, la cicolatera d’piasa d’la Consolà con la sorella e la figlia Olga, poi dal 1983 a Maritè Costa che è stata “ la Signora” del Bicerin fino al 2015, e oggi il locale continua ad avere solo personale femminile. Al tempo in cui i caffè erano esclusivo dominio maschile era uno dei pochi locali accessibili anche alle donne.
Ospiti eccellenti tanti da Cavour, a Dumas (che lo considererà il miglior ricordo di Torino), Nietzsche, Puccini, artisti, attrici, e naturalmente scrittori da Italo Calvino, a Mario Soldati, Giuseppe Culicchia, Umberto Eco.

Soltanto Eco ne fa in qualche modo un protagonista del suo Cimitero di Praga, un luogo mitico. Diamo la parola al falsario Simonini/Eco: “Mi ero spinto sino a uno dei luoghi leggendari della Torino d’allora. Vestito da gesuita, e godendo con malizia dello stupore che suscitavo, mi recavo al Caffè Al Bicerin, vicino alla Consolata, a prendere quel bicchiere, odoroso di latte, cacao, caffè e altri aromi. Non sapevo ancora che del bicerin avrebbe scritto persino Alexandre Dumas, uno dei miei eroi, qualche anno dopo, ma nel corso di due o tre scorribande in quel luogo magico avevo appreso tutto su quel nettare… La beatitudine di quell’ambiente dalla cornice esterna in ferro, i pannelli pubblicitari ai lati, le colonnine e i capitelli in ghisa, le boiseries interne di legno decorate da specchi e i tavolini di marmo, il bancone dietro al quale spuntavano i vasi, dal profumo di mandorla, di quaranta tipi diversi di confetti… Mi piaceva pormi in osservazione in particolare la domenica, perché la bevanda era il nettare di chi, avendo digiunato per prepararsi alla comunione, cercava conforto uscendo dalla Consolata – e il bicerin era ricercato in tempo di digiuno quaresimale perché la cioccolata calda non era considerato cibo. Ipocriti. Ma, piaceri del caffè e del cioccolato a parte, ciò che mi dava soddisfazione era apparire un altro: il fatto che la gente non sapesse chi ero davvero mi dava un senso di superiorità. Possedevo un segreto”. Parole che poteva scrivere solo un fan del bicerin e del Bicerin come Umberto Eco.
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