La rinascita del Made in Italy

Vino al metanolo e mucca pazza: i due episodi che hanno segnato e (rilanciato) l’agroalimentare italiano

Ospitiamo l'intervento del professor Stefano Carboni su due fatti di cronaca che quest’anno compiono rispettivamente 40 e 25 anni. Ecco come l’Italia riuscì a trasformarli in opportunità

  • 25 Febbraio, 2026
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C’è un oscuro oggetto del desiderio che popola i sogni di esperti di marketing, neuroscienziati, sociologi, imprenditori, trendsetter e via dicendo. Si chiama consumatore ed è un soggetto volubile, imprevedibile, spesso capace di spiazzare anche il più sgamato degli esperti.

Eppure, ci sono delle situazioni che determinano nei consumatori delle reazioni inevitabili. Sono quelli che poeticamente potremmo circoscrivere nel concetto di “perdita dell’innocenza”. Vale a dire dei momenti in cui ti viene sottratto qualcosa che ritenevi ti appartenesse di diritto, al punto che si viene a incrinare il patto di fiducia con chi fino a quel momento ti ha erogato un bene e lo ha fatto, a tuo giudizio, con capacità e, soprattutto, correttezza.

È esattamente quanto è accaduto quaranta anni fa con quello che ricordiamo come “lo scandalo del metanolo”. Ma, non volendo lasciare questo terribile fatto di cronaca da solo al centro del palcoscenico, vorrei ricordare anche un altro episodio che ebbe una eco giustamente mondiale, vale a dire la vicenda che conosciamo con il nome di “mucca pazza”, che si avvia a compiere venticinque anni.

Vino al metanolo e mucca pazza

Due situazioni estremamente critiche che portarono a una reazione forte da parte dei consumatori. Ancora più feroce proprio in quanto riguardava due elementi, vino e cibo, sui quali non possono essere accettati “trucchi”. Perché è evidente che l’acquisto di un cellulare che non funziona benissimo, o quello di un maglione che infeltrisce dopo il primo lavaggio, o di una vacanza che delude le aspettative, non fa piacere. Ma cibo e vino, o comunque qualsiasi altro tipo di bevanda, rientrano in un contesto diverso.
Bere e mangiare sono azioni che implicano il fatto che assumiamo qualcosa che entra a far parte di noi. Diventano noi. C’è una sorta di sacralità in questo, un pensiero magico che ci accompagna per tutta la vita perché sono loro stessi vita.
Quindi la reazione, come si diceva, fu dirompente. L’idea che qualcuno potesse intervenire su ciò che ci nutre, mettendo a repentaglio la nostra salute, era ed è di per sé inaccettabile. L’ombra del “camice bianco” che, per pura ingordigia, avvelena qualcosa di indispensabile va a spezzare, di fatto, la bolla di fiducia che accompagna il consumatore nel momento in cui degusta un piatto o un vino.

Una nuova opportunità

Ma, come spesso accade, dal letame nasce un fiore. I due episodi citati hanno portato a creare un sistema di controlli sicuramente più stringente rispetto al passato. E per una volta va detto che l’Italia, spesso accusata di un qual certo lassismo, sul tema è talmente all’avanguardia da essere presa spesso come modello da altri Paesi.
Altro fatto positivo risiede nella crescita di consapevolezza da parte dei consumatori. Sempre più attenti su cosa acquistano, sempre più sensibili a temi come la sostenibilità, sempre più inclini a orientare con le proprie scelte le pratiche di chi produce. Perché fare la spesa, come sostengono alcuni dei più importanti nomi della sociologia moderna, è un atto politico, forse uno dei pochi che, magari senza accorgercene, esercitiamo quotidianamente.
Perché se è vero quello che affermava Feurbach oltre 160 anni orsono, e cioè che noi siamo ciò che mangiamo, oggi possiamo sostenere che mangiamo ciò che siamo.

 

 

Stefano Carboni è docente del Corso Sociologia dei comportamenti e dei consumi alimentari presso l’Università degli Studi di Tor Vergata

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