I grandi vini di Bordeaux alla conquista dell’Italia: 42 château bordolesi hanno partecipato, il 31 marzo, alla seconda edizione dell’evento esclusivo Bordeaux è Sarzi Amadè, che ha messo in contatto i produttori francesi con quasi 500 stakeholders, tra sommelier e stampa del mondo wine. Al centro dell’evento, che si è svolto a Roma a Palazzo Brancaccio, la storica società di distribuzione di Claudia e Alessandro Sarzi Amadè. Una realtà familiare, nata 60 anni fa, che oggi vanta un catalogo di grandi vini, tra cui 250 case vinicole francesi con nomi di peso come Lafite-Rothschild, Latour, Figeac, Montrose, e Laroque (ma non mancano le piccole chicche, come l’azienda Caravaglio di Salina).
Tra masterclass e degustazioni la giornata dedicata ai vini bordolesi ha segnato un importante momento di incontro, oggi più che mai necessario per riscostruire un rapporto di fiducia tra produttori francesi e professionisti italiani. Sintomo di un cambio di passo importate da parte dei grandi castelli francesi, oggi meno chiusi nelle loro roccheforti e più vicini ad un mercato in cambiamento. Di questi mutamenti abbiamo parlato con il direttore commerciale di Sarzi Amadé, Massimo Bernardi.

Claudia e Alessandro Sarzi Amadè
La grande crisi del vino non fa sconti a nessuno, neppure ai grandi rossi di Bordeaux. Dal vostro osservatorio speciale sul mondo vitivinicolo francese, cosa sta succedendo lungo la Garonne?
È una fase di transizione in tutto il mondo, ma se parliamo di crisi dobbiamo fare dei distinguo tra le due facce di Bordeaux: quella di grandi nomi come Lafite e quella di chi ha iniziato a piantare dappertutto, producendo dei vini di fascia bassa, che potessero competere con i cileni o gli australiani. Ecco: quest’ultimo modello oggi non gode di ottima salute.
Questione anche di prezzo?
Certo, se aumenti troppo il prezzo è normale che il consumatore si allontani. Ed è quello che è successo anche qui in Italia: si è smesso di comprare Bordeaux, perché ci siamo un po’ disaffezionati.
I grandi château come stanno rispondendo a questa nuova fase?
Rispondono cercando di avvicinarsi di più al consumatore, con messaggi diversi e cambiando il racconto dei loro vini. Pensiamo solo ad una cosa: prima classicamente si usava produrre il primo vino – quello più importante, conosciuto come gran vin – che portava lo stesso nome dello château, mentre il secondo vino veniva dalla seconda selezione di uve. Oggi non si parla più di primo e secondo prodotto, ma di uve che vengono da vigne. Ovviamente il cambio di passo e di racconto è un processo lungo.
Anche per questo siete qua in Italia con un evento che riunisce i più grandi nomi della viticoltura di Bordeaux: anche questo è un cambio di passo importante. Anni fa sarebbe stato impensabile. Sarà un evento annuale?
Lo scorso anno siamo stati a Milano, quest’anno abbiamo scelto Roma: l’idea potrebbe essere di alternare queste due piazze. Oggi più che mai è importante creare un collegamento diretto tra sommelier e grandi produttori di Bordeaux. Altrimenti tutto viene lasciato al mondo dalle aste ed è un peccato perché c’è tanto altro da conoscere.

Non tutto è perduto, quindi?
Se il mondo è piantato a cabernet e merlot un motivo ci sarà. Per questo dico sempre: non dimentichiamoci di Bordeaux. Se davvero vogliamo conoscere il vino non possiamo dimenticarne le origini. Quando mi dicono che i rossi bordolesi sono difficili e austeri, io rispondo che sono come un’opera d’arte: le vibrazioni si sentono, anche se non sei uno storico dell’arte.
Eppure i giovani appaiono sempre più lontani da quel modello, soprattutto oggi che il mondo va soprattutto a bianchi, bollicine e vini meno strutturati.
Certo per i giovani Bordeaux è un mondo apparentemente troppo lontano, ma non dimentichiamo che molti château propongono anche delle selezioni – di solito i cosiddetti terzi vini dai prezzi molto più contenuti. C’è, poi, un altro trend in corso che riguarda la produzione di vini bianchi, con zone che si sono riscoperte particolarmente vocate per il sauvignon blanc. Penso a Palmer.

Un modo per andare incontro ai cambiamenti del mercato?
Anche. Senza, però, dimenticare il riscaldamento climatico che spinge anche a provare altre strade, tra cui quella di vini più snelli e pronti prima.
In questo nuovo contesto, ha ancora senso la vendita en primeur?
Direi di no: aveva senso quando c’erano dei margini di guadagno. In pratica si pagava prima per un vino che non era ancora sul mercato e che nel tempo avrebbe incrementato il suo valore. Oggi vale il contrario: lo compri prima con il rischio che, poi, costi meno. Per questo il sistema commerciale dell’en primeur di Bordeaux è entrato in crisi.
Oltretutto questo sistema dà grande potere ai négociant a discapito proprio di voi distributori.
Sì, se un’azienda vende ai négociant non si lega a nessuno in particolare e nessuno investe su di lei. Così, oggi, è difficile costruire un mercato. Funzionava quando gli château avevano uno strapotere e, diciamolo pure, concedetemi l’espressione gergale, se la tiravano un po’ di più. Oggi stanno rivedendo il loro sistema commerciale – magari vendendo solo a 12 négociant e non più a 40 – e sono loro i primi a voler accorciare le distanze rispetto al mercato.

Cambia tutto, quindi. Anche a Bordeaux.
Il mondo cambia e cambiano inevitabilmente anche gli château. Il futuro sarà bello da scoprire e magari ci renderemo conto se abbiamo perso qualcosa di importante anche a causa delle scelte di mercato del passato.
Intanto, abbiamo scoperto la Borgogna, un mondo molto lontano da Bordeaux. Anche lì le cose stanno cambiando?
La Borgogna è piuttosto immobile nel suo essere Borgogna, anche a causa del tipo di paesaggio. Se a Bordeaux gli château arrivano tranquillamente a un centinaio di ettari, in Borgogna si sta sui cinque. Va da sé che anche la produzione è limitata e, di conseguenza, aumenta il prezzo perché tutti vorrebbero le poche bottiglie immesse sul mercato.

Anche questo è rischioso.
Il rischio è che diventi un vino speculativo e che, quindi, il consumatore si disaffezioni. In questo caso, però, la distorsione non è data dai produttori, ma dal mercato, perché parliamo di un mondo fatto di piccoli numeri ma osannati. Il nostro compito di intermediari è quello di calmierare i prezzi in modo etico.
A proposito di prezzi: in questo periodo si è molto parlato di ricarichi al ristorante. C’è un reale problema su questo fronte?
Sicuramente è un problema importante di cui non si parla forse a sufficienza. Come distributori, noi abbiamo un prezzo medio più alto dei competitor perché già ci collochiamo in una fascia alta. Il problema è che se noi, che siamo il penultimo anello della catena, vendiamo un vino a cento euro, non possiamo, poi, ritrovarlo nella carta dei ristoranti a 300. Così non si va da nessuna parte. Ce lo ha insegnato il post Covid: prima si beveva tanto Champagne, ma se inizia a costare troppo si smette di berlo. Quindi è vero che in questo momento ci sono tanti problemi da affrontare, come l’allentamento dei giovani o la demonizzazione dell’alcol, ma forse ciò che frena maggiormente i consumi sono proprio i ricarichi al ristorante.
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