Formati alternativi

“Con il vino in bag in box abbiamo sfidato la crisi”. Parla l’imprenditrice che ha rilanciato lo sfuso (buono)

A cinque anni dal lancio dell'e-commerce il bilancio è positivo: 30 cantine in tutta Italia e 30% di vendite nell'Horeca. Alessandra Costa: "Oggi il vino ha raggiunto prezzi insostenibili. Noi parliamo anche ai giovani"

  • 07 Maggio, 2026
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«Mio padre quando andava al bar del paese diceva dammi uno sfuso, ma buono eh». Nasce così il progetto di Alessandra Costa, la giovane imprenditrice piemontese che nel 2020, in piena pandemia, ha lanciato il suo sito di e-commerce Sfuso Buono. Un nome che già spiega già la filosofia che c’è dietro e che oggi più che mai sembra rispondere alle esigenze di un mercato in cerca di nuovi stimoli (e formati).
Il sistema è semplice: “Noi forniamo alle cantina la sacca vuota, il cartone e l’etichetta. Loro ci mettono dentro il vino e, poi, noi lo vendiamo», spiega l’imprenditrice con un passato proprio nel settore dell’e-commerce del vino. E, poi, c’è tutta la parte della comunicazione social: piccole pillole, consigli e proposte. Il tutto con un linguaggio a prova di GenZ, che è riuscito a ridare una seconda vita allo sfuso, come ci racconta lei stessa. Oggi l’offerta è variegata: bianchi, rossi, rosati, macerati e anche amari.

Come le è venuta l’idea di investire su questo settore che in Italia ha sempre avuto problemi a svilupparsi?

Posso dire che siamo a tutti gli effetti figli del Covid. Tutto è nato come un giochino durante il lockdown del 2020, quando ho beccato mio padre bere quasi di nascosto vini improbabili nel bag in box. Allora mi son detta: e se funzionasse? Chiaramente il requisito principale doveva essere che il vino fosse buono.

E ha funzionato?

Da quasi un esperimento è diventato un vero impiego. Oggi siamo in due a lavorarci a tempo pieno: io e Paolo Vaccarella che si occupa della parte digital e che da aprile è diventato mio socio nella srl che abbiamo costituito. Nel 2025 abbiamo venduto 10mila pezzi (10.379, per la precisione!) con 60 diverse referenze. Attualmente lavoriamo con 30 cantine in tutta Italia, ma sono molte di più quelle interessante. Siamo una realtà in crescita e al momento non abbiamo visto la flessione che molti altri stanno vivendo.

Eppure, sul bag in box in Italia c’è sempre stato una sorta di tabù. Come lo avete superato?

È vero in Italia c’è ancora troppo pregiudizio, forse più dal lato consumatore che da quello produttore. Ma devo dire che la GenZ è molto più aperta a sperimentare rispetto alle altre generazioni.

E le cantine?

All’inizio è stata una vera opera di convincimento, adesso invece sono loro stesse a cercarci. Lo sfuso è sempre stato poco nobilitato: da noi, in Piemonte, si usava ma con l’idea di bere qualcosa di poco valore. La novità sta nel selezionare piccole-medie aziende – diciamo non sopra le 40mila bottiglie – che lavorino per fare qualità e in maniera pulita. Niente estremismi da vino naturale modaiolo o difettoso. In compenso abbiamo anche diverse Doc all’attivo.

Qual è stata la prima cantina a crederci, facendo da apripista?

La cantina abruzzese Cirelli Wines: abbiamo iniziato con Trebbiano, Cerasuolo e Montepulciano. Poi a poco a poco sono arrivate le altre, soprattutto tante aziende piemontesi. Oggi copriamo quasi tutte le regioni.

A livello organolettico come si comporta il bag in box?

Dentro c’è una sacca col sottovuoto, quindi non passa l’aria e questo è un vantaggio rispetto alle bottiglie. Una volta aperto si può continuare a bere il vino anche per un mese. D’altronde, non tutti i vini hanno bisogno di tappo di sughero e vetro. E poi ci sono altri vantaggi: il cartone pesa poco e, nel nostro caso, ha la forma perfetta per stare nello sportello del frigo.

Parliamo di confezioni da 3 litri, quindi con un notevole risparmio di spazio, materiale e soldi…

I prezzi si aggirano sui 25 euro più o meno a cartone, ma il contenuto è quello di quattro bottiglie. Ed è anche riciclabile.

Lato consumi che tipo di distribuzione avete?

Il 70% del prodotto lo vendiamo b2c tramite e-commerce: abbiamo superato anche i confini nazionali grazie ad un magazzino in Germania. Il restatene 30% va in Horeca. Una quota, quest’ultima, che continua a crescere e che è stata una sorpresa anche per noi.

Come si spiega questo interesse?

Non facciamo i pipponi sul vino. Proviamo, piuttosto, ad avvicinare anche via social coloro che si sono allontanati per una questione di linguaggio. Penso soprattutto ai più giovani che forse sono un po’ intimoriti dalla figura del sommelier.

E poi c’è la questione prezzo…

Senz’altro una questione fondamentale. Io credo che oggi il vino al calice abbia raggiunto prezzi insostenibili. A Milano un calice non lo paghi meno di 9 euro, ma ci sono anche tanti locali che a poco a poco stanno provando a mettere una mescita di ingresso a 4 o 5 euro.

Possiamo, quindi, parlare di una ricetta anticrisi?

Sì, io la vedo come una risposta a questa crisi dei consumi. È un formato che può andar bene sia a casa sia nei locali. C’è, per esempio, chi lo compra per i genitori per evitare che bevano vini improbabili, ma ci sono anche tanti locali che lo scelgono per metterlo in caraffa o al calice.

C’è, poi, un tema molto attuale: la bassa gradazione. Rientra nella vostra proposta?

Sì, anche noi abbiamo sperimentato il low alcol: alcuni dei nostri vini sotto i 10 gradi. In ogni caso la nostra filosofia è di non proporre prodotti sopra i 13 gradi.

Progetti futuri?

Dopo aver lanciato la linea degli aperitivi – vermuth, ready to drink e anche l’amaro per digerire i parenti – in futuro mi piacerebbe sperimentare la lattina perché il bag in box ha solo un difetto: non permette di conservare le bollicine. Vedremo.

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