Il dibattito

"Il vino in bag in box non è blasfemo". Giovani favorevoli alla novità della Doc Langhe Nebbiolo. Il no delle piccole cantine

C'è chi stigmatizza il nuovo formato perché così la denominazione "perde reputazione". Per gli altri può essere un'opportunità di mercato, soprattutto nel Nord Europa: "Sempre meglio della distillazione"

  • 29 Gennaio, 2026
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C’è chi dice “sì”, c’è chi dice “no”, c’è chi dice “ni”. C’è dibattito tra i produttori dopo che il Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani ha scelto di confezionare i vini sotto la Doc Langhe Nebbiolo anche nel formato bag in box. Nel corso di Grandi Langhe, l’evento che ha celebrato i vini del Piemonte, si discute la modifica che, approvata in assemblea, è in attesa dei successivi passaggi istituzionali: prima Torino, poi Roma, infine Bruxelles.

Il partito dei conservatori

Il primo partito è quello dei conservatori che non vedono bene la novità. Secondo Domenico Battaglino e Alessandra Aldieri manager di Villadoria a Serralunga d’Alba, il nuovo formato può aiutare a smaltire l’invenduto, ma scegliere questi formati limita la reputazione: «Un peccato dopo che abbiamo investito energie negli anni per portare il brand lì dove è. La richiesta proviene dalle esigenze del Nord Europa nonché dai ristoranti per offrire vini al calice. Per la nostra azienda sarebbe complicato perché serve una linea di confezionamento dedicata. Anche il Langhe Nebbiolo può invecchiare ma non si può puntare alla evoluzione del vino nel bag in box che è fatto di plastica».

Tra chi dice “no” senza se e senza ma, ci sono soprattutto le cantine più piccole. «Non ero a favore: il bag in box non ha senso per il nebbiolo, vedo semmai il Langhe rosso. C’è un problema di reputazione: così si tramette l’idea di un vino di bassa qualità. Di sicuro, le piccole e medie cantine non sono interessate», dice Giovanna Garesio della cantina Garesio a Serralunga d’Alba. Secca anche la risposta di Monica Rocca della cantina Albino Rocca a Barbaresco: «Che peccato: il bag in box non aiuta il brand della denominazione. Per le piccole aziende come noi non serve, forse aiuta le più grandi. La quantità del Langhe Nebbiolo è aumentata troppo». Chiude Luca Gagliasso dell’azienda Mario Gagliasso a La Morra: «Buona idea come contenitore invece della damigiana, ma non per vendere la denominazione. Negli ultimi anni c’è stato troppo ampliamento: può risolvere il problema delle eccedenze, ma bisognava risolvere prima».

Anche tra i conservatori, però, c’è chi adotta quel formato. «La nostra cantina mette il dolcetto in bag in box come “vino rosso”. Ma è una bestia strana: su 500 contenitori, 499 vini sono buoni, ma uno sa di aceto. Il rischio di ossidazione è alto, il contenitore non è affidabilissimo. Con Langhe Nebbiolo in bag in box secondo me attacchi un aratro in più al nebbiolo: è un vino che si vende bene, ma non bisogna esagerare a sfruttarlo perché poi il giocattolo si rompe. La mia opinione da “dolcettista” è: chiamalo vino rosso o Langhe generico, ma non nebbiolo». A parlare è Giovanni Abrigo di Abrigo Fratelli, cantina di Diano d’Alba, che suggerisce: «Piuttosto sperimenterei qualcosa verso i giovani, meglio con contenitori alternativi di metallo perché il bag in box fa passare ossigeno».

Quelli del “Nì”

Ci sono poi le posizioni intermedie. «Il bag in box non dovrebbe essere ammessa, ma ci sono giacenze in cantina e bisogna pur vendere. Bisognava intervenire prima limitando gli impianti, adesso di Langhe Nebbiolo ce n’è già troppo. È una misura concepita solo per le grandi cantine che però fanno girare il vino del territorio quindi va bene», ammette Marco Lo Russo della cantina Baldissero a Treiso. Secondo Andrea Autino, enologo della cantina Dosio a La Morra, «c’è stato un incremento di Langhe Nebbiolo stratosferico: il prodotto non viene assorbito. Per certi mercati del nord Europa non lo vedo male: forse riposiziona la denominazione, ma serve uno sfogo quando vi sono grandi volumi. Però vederlo negli autogrill in Italia non mi piacerebbe. Noi comunque non pensiamo di farlo».

Umberto Bera

I giovani per il Sì

Il partito del “Sì” è molto nutrito, fatto soprattutto dai più giovani. «Il bag in box lo vedo come uno strumento di avvicinamento di un pubblico più giovane che non ha possibilità di spendere. Ho tanti amici che vorrebbero assaggiare ma non possono comprare la bottiglia quindi va bene», dice Umberto Bera di cantina Bera a Neviglie. Certo, aggiunge, «è uno strumento che va ben gestito: io da aziende serie lo comprerei. Il rischio è che sia usato solo da grandi aziende che devono smaltire il prodotto. Del resto i numeri dell’invenduto fanno paura: è fatto anche per quello. Noi piemontesi siamo tradizionalisti, pensiamo per esempio al tappo a vite. Ma se il bag in box è gestito bene… Il mercato cambia: ai ragazzi piace bere, manca solo il soldo», sottolinea. Neanche Alberto Pittatore di Bric Cenciurio a Barolo è contrario: «È un modo per vendere il vino, non è detto che sia un prodotto peggiore. Sicuramente è pensato per aiutare le aziende che hanno volumi grandi e tanto prodotto invenduto. Inoltre aumenta le possibilità di acquisto dei consumatori».

Michela Adriano

Tanto entusiasmo da parte di Michela Adriano, ultima generazione della cantina Adriano Marco e Vittorio con sede ad Alba ed esponente del gruppo delle “Sbarbatelle”. «C’è una richiesta nei mercati del nord Europa dove il contenitore è valutato molto bene: e se il vino va bene nella bag in box poi si può passare anche alla bottiglia. Non credo sia una svalutazione del prodotto sempre che si faccia attenzione alla qualità. Langhe Nebbiolo ha tante sfaccettature così può essere alla portata di tutti: serve a dare valore e arrivare a tutti», spiega. Poi aggiunge un punto di vista orginale: «Le piccole cantine puntano ovviamente sulla bottiglia ma qualcosa può cambiare per le nuove generazioni: esistono già siti dove si vende vino sfuso di qualità. I giovani potrebbero essere sensibili. In più, il vetro può essere uno spreco nei trasporti e nello smaltimento: nei rifugi di montagna il formato bag in box sarebbe ottimo. Noi, per esempio, abbiamo messo il dolcetto in bag in box per i rifugi: all’inizio non mi piaceva, ma oggi non vedo problemi. Il nostro territorio ha un approccio tradizionale e sembra brutto da vedere: ma se incontri il bisogno si può ragionare in modo positivo».

Anche per Giovanna Bagnasco di Agricola Brandini a La Morra il formato bag in box è una opportunità: «Noi non potremmo usarlo, ma non è blasfemo. Se si può diffondere il nebbiolo ben venga. Il bag in box è fatto per chi ha abbondanza di produzione. In paesi come la Norvegia soprattutto i giovani sono abituati a portar via il vino in bag in box. Forse si perde romanticismo, ma è un modo moderno di consumare».

Giovanna Bagnasco

Il punto di vista delle aziende storiche

«Novanta anni fa la nostra famiglia ha fatto una rivoluzione passando alla bottiglia quando il vino era venduto in damigiana. Noi non facciamo bag in box a casa nostra: lo trovo un po’ stravagante per il mondo del nebbiolo, non è nelle nostre corde. Noi produciamo solo dalle nostre vigne: alcune aziende devono smaltire l’invenduto ma serviva una pianificazione migliore», dice Roberta Ceretto della storica cantina Ceretto con sede ad Alba. Che non crede sia utile per attirare i giovani: «Quelli che vedo nei ristoranti sono più selettivi, informati e consapevoli: hanno tante alternative con altre bevande alcoliche o con i dealcolati e non so se cercano un vino meno costoso. Nelle grandi città trovi code per un croissant o un pane perché è diventato virale su TikTok: c’è un approccio diverso alla tavola e al vino, non è solo il costo che attira. In ogni caso – conclude – sono fiduciosa: l’età di chi viene in cantina si è abbassata tantissimo e il vino lo bevono». Alberto Cordero della cantina Cordero di Montezemolo a La Morra è positivo: «In alcuni paesi questa innovazione è vista benissimo, va d’accordo con la qualità, non è denigrato ed è più sostenibile. Noi abbiamo un’altra forma mentis, ma lo svedese lo acquista volentieri. E allora perché no?».

Chiude il giro Claudio Fenocchio dell’azienda Giacomo Fenocchio di Monforte d’Alba. «Ero contrario quattro o cinque anni fa, ma gli impianti di Langhe Nebbiolo sono sfuggiti di mano: ne hanno piantato troppo, è meglio fermarsi. Non vedo male smaltire il vino così. C’è un’evoluzione: mio padre vendeva in damigiana, oggi il bag in box può uscire dai mercati locali, ne vedo tanti pure in Francia e Borgogna». Secondo Fenocchio, «il cliente che usa questo formato non cerca un prodotto top, ma un prodotto buono al giusto prezzo: così può essere un modo per avvicinare i più giovani e bere del vino in famiglia. Approfitteranno dell’opportunità le grandi cantine, ma del resto è meglio questa strada rispetto a quella della distillazione che si ripercuote sui conferenti. L’anno dopo le uve costeranno meno, come succede già ora».

Claudio Fenocchio

Cooperative, c’è chi lo fa

«A livello tecnico, il bag in box è un’ottima soluzione, per il costo, la conservazione e la comodità di utilizzo del consumatore finale. Ma noi non lo faremo: siamo specializzati sull’horeca dove la clientela non chiede questo formato», dice con orgoglio Gregorio Fortino direttore vendite Italia di Vite Colte, la cantina cooperativa di Barolo che riunisce circa 180 viticoltori soci con circa 300 ettari di vigneti in Piemonte e una produzione annua di vino che supera il milione di bottiglie all’anno.

Diverso il punto di vista di Cesare Barbero direttore della cooperativa vitivinicola Pertinace di Treiso che vanta 100 ettari di vigneti coltivati dai soci e vende circa 800 mila bottiglie di vino all’anno, soprattutto di Barbaresco. «Noi produciamo bag in box che vendiamo nei punti vendita: è solo vino da tavola, non c’è denominazione, dunque viene declassato. Al momento il nostro Langhe Nebbiolo va tutto in bottiglia, ma ho votato a favore della modifica: non era corretto precludersi la possibilità di esplorare nuovi mercati», spiega Barbero. Poi avverte: «La denominazione Langhe può arrivare anche ai mercati del Nord Europa che aspettano con ansia questa opportunità: il vino in bag in box ha la stessa qualità di quello di una bottiglia, in Nord Europa lo vedono con favore. I traghetti Viking Line che navigano nei mari del Nord Europa vendono bag in box anche a prezzi decisamente cari: possiamo dare dei prodotti di alta qualità».

Barbero ribalta il concetto: «Con questo formato non vedo un abbassamento della qualità del nebbiolo, semmai vedo un innalzamento della qualità dei bag in box. In quei paesi, inoltre, le persone hanno una sensibilità più green e pertanto preferiscono quella confezione: il bag in box prenderà sempre più piede, perché costringerli a comprare il vino in bottiglia?». Barbero smonta anche la contrapposizione tra piccole e grandi cantine. «Questa modifica – assicura – può essere utile per le grandi cantine ma nulla esclude che anche le piccole cantine possano farlo se vogliono. In ogni caso se le grandi cantine hanno tanto prodotto in mano è bene che abbiamo strumenti per smaltirlo. Il mondo cambia velocemente ed è sbagliato stare sempre lì a frenare. Prima c’era la bottiglia pesante oggi tutti si spostano sule bottiglie più leggere. Se perdiamo certi treni con questi cambiamenti veloci rischiamo di farci del male».

E conclude: «Chi produce 10-12 mila bottiglie ha altre esigenze, certo, ma c’è mercato per tutti: non vedo perché il Langhe Nebbiolo in bottiglia debba perdere valore a causa del bag in box. Usando contenitori diversi arriveremo a diversi tipi di consumatori».

Le ragioni del bag in box secondo Germano

A spiegare i vantaggi del bag in box, c’è anche Sergio Germano, presidente del Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba, Dogliani, che ricorda come dopo l’ok della maggioranza «adesso bisognerà attendere i passaggi istituzionali: prima il tavolo vitivinicolo regionale, poi quello nazionale al ministero dell’agricoltura e poi ultima tappa a Bruxelles: per avere l’approvazione definitiva serviranno da un anno a due anni».

Il presidente nega che la scelta sia stata provocata dall’urgenza di fronteggiare la crisi dei consumi e le giacenze in cantina: «Gli imbottigliamenti nelle Langhe stanno crescendo, quindi non si tratta di fronteggiare il peso dell’invenduto. In ogni caso, dall’anno scorso siamo impegnati a contingentare gli impianti di Langhe Nebbiolo con un effetto diretto sulle annate a partire dalla 2025».  Secondo Germano, «il mercato dei paesi scandinavi e, in generale, dell’Europa del Nord, dimostra che il bag in box è considerato utile, funzionale e perfino prestigioso». Per il territorio, pertanto, questo rappresenta un «progetto di gestione della denominazione. In Scandinavia ci sono già tanti nebbiolo venduto con questo contenitore come Langhe Rosso. Indicando il vitigno in etichetta qualifichiamo maggiormente la nostra offerta. Né ritengo che avere tanti vini piemontesi in bag in box significhi sminuire il nostro nome in certi mercati».

L’apertura al tappo a vite

Un altro aspetto rilevante è quello della sensibilità green. «Vendere all’estero bottiglie vino vuol dire anche trasportare tanto vetro: basti pensare che il bag in box ha il contenuto di almeno tre bottiglie di vetro ma pesa meno di una singola bottiglia. Per non parlare poi della maggiore facilità di riciclaggio dei rifiuti». Massime garanzie anche sulla conservazione del prodotto: «I consumatori – assicura Germano – riconoscono al vino contenuto in questo formato una serbevolezza anche maggiore: il bag in box per i vini di consumo quotidiano è fantastico». Il presidente rivendica la flessibilità necessaria per affrontare i cambiamenti: «Non bisogna restare attaccati agli stereotipi visto che abbiamo materiali performanti. Il nuovo formato è un modo per dare opportunità diverse al consumo del vino. Non si tratta certo di rinnegare ciò che è tradizionale, né i produttori che non sono interessati sono obbligati a usare quel contenitore».

Germano è sicuro che la misura potrà avvantaggiare anche le piccole cantine: «La macchina riempitrice per il confezionamento si può anche noleggiare come già succede con il noleggio del macchinario che applica i tappi a vite». E a proposito di tappi a vite, Germano ricorda che il disciplinare prevede già dal 2013 che la facoltà di usare il tappo a vite. «Continuo personalmente a fare esperimenti fin dal 2013: per certe chiusure forse è necessario fare magari qualche travaso in più, ma i risultati sono positivi anche in termini di capacità di evoluzione. Il pensiero di adottarlo definitivamente c’è, ma su certi vini c’è ancora una resistenza».

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