Vino e storia

Chi era il simposiarca, l'antenato del sommelier che decideva quanto e cosa far bere in base alla conversazione

Nell'Antica Grecia il Simposio era il momento sacro in cui si beveva con uno scopo preciso: favorire il dialogo. Un'usanza che oggi, al tempo della demonizzazione del vino, assume un significato più che mai attuale

  • 09 Maggio, 2026
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Nella Grecia antica bere vino era una cosa seria. E anche alzare il gomito lo era, a patto che si rispettasse la “giusta misura”, valore carissimo alla società ellenica. Oggi che va di moda la demonizzazione del vino e spesso se ne mette in dubbio il ruolo sociale, forse vale la pena ripassare la storia. 

Paestum, ancient frescoes in the tomb of the diver

Cos’era il simposio

Nel mondo greco c’era un momento preciso dedicato al bere in compagnia: il simposio (letteralmente “bere insieme”). Si trattava di una vera e propria istituzione socio-culturale, un momento carico di significati, implicazioni, regole. E il vino era lo strumento che ne permetteva lo sviluppo. 

Il simposio era la fase successiva del banchetto, da cui era separato da una serie di riti. Sparecchiata la tavola e pulito il pavimento, finalmente entrava in scena il protagonista della serata: il krater, un grande vaso contenente il vino. I crateri erano vere e proprie opere d’arte, decorati con scene di vario tipo (mitologiche, conviviali, erotiche): più era sontuoso, più il proprietario di casa dimostrava prestigio. Posto al centro della sala, veniva spesso addobbato con ghirlande di edera, vite o mirto, piante care a Dioniso, dio del vino. Anche i convitati si ornavano delle medesime ghirlande, mentre incenso e altri aromi inebriavano l’ambiente. Sempre in onore di Dioniso (e altri dei) gli ospiti compivano le libagioni: del vino veniva versato a terra, tra canti e poesie. Questo rito sanciva un taglio tra la vita mondana del banchetto e un momento più “sacro”

Simposiarca e coppiere: quanto ci si doveva ubriacare?

A questo punto solo una cosa mancava: eleggere (o sorteggiare) il simposiarca. In quanto responsabile del simposio, a lui spettava la scelta più importante: regolare le modalità del bere. Il simposiarca dava il ritmo al consumo, determinava la quantità di crateri che si sarebbero consumati e soprattutto la giusta proporzione tra acqua e vino (tornando all’attualità, il vino no e low alcol non è poi così blasfemo). Quest’ultimo infatti non veniva mai bevuto in purezza, perché troppo concentrato: oltre che essere poco gradevole (oggi per noi sarebbe imbevibile), era usanza barbara berlo senza annacquarlo, mettendo a rischio l’autocontrollo.

Il suo ruolo era duplice: da un lato, in quanto “controllore dell’ubriachezza”, evitava che si eccedesse. Dall’altro, decideva la misura di diluizione adatta al clima della serata, cioè agli argomenti che si sarebbero affrontati. Una serata più filosofica, politica o poetica poteva richiedere vino più diluito, per mantenere lucidità e qualità della conversazione. Una festa più giocosa o erotica poteva tollerare una miscela più forte.  In poche parole, da lui dipendeva l’esito della serata.

Un’altra figura, spesso un servo, si occupava degli aspetti pratici: il coppiere miscelava il vino secondo le indicazioni del simposiarca e lo distribuiva nelle coppe dei commensali.

In un certo senso, simposiarca e coppiere potrebbero considerarsi gli antenati dei moderni sommelier. Anche se, il primo in particolare, era molto di più.

Il simposio era molto più di una bevuta in compagnia

Il simposio era un momento fondamentale nella società greca: qui si rinsaldavano alleanze, se ne stringevano di nuove, si affrontavano temi politici, bellici, ma anche filosofici, amorosi ed erotici. Il consumo del vino non era fine a sé stesso, ma strumento che favoriva il dialogo: «bere vino moderatamente aiuta a pensare più liberamente» scriveva Platone. «Il vino è uno specchio dell’uomo», affermava Alceo. «In vino veritas» , dicevano i latini. In pratica, serviva a togliere i freni inibitori e a far cadere le maschere. 

Ma attenzione agli eccessi. Era proprio questo il compito del simposiarca: garantire un equilibrio tra piacere e moderazione

Oggi abbiamo il beer pong, i greci avevano il kottabos

Se il dialogo era al centro del Simposio, non mancavano al suo interno i momenti ludici. Uno tra i giochi alcolici più antichi di cui siamo a conoscenza risale proprio al mondo greco. Si chiama kottabos e consisteva nel colpire dei piattini posti in cima ad un’asta con le ultime gocce di vino rimaste sul fondo del calice. Vinceva chi riusciva a far cadere il piattino. 

Un’altra versione prevedeva, invece, che si colpisse, sempre con le ultime gocce di vino, una ciotola galleggiante sull’acqua. Chi la affondava, vinceva. In palio c’erano dolcetti e frutti, ma spesso assumeva connotazioni sentimentali-erotiche. Molte testimonianze riconducono l’origine di questo gioco proprio all’Italia, più in particolare alla Sicilia. Da qui, pare, si diffuse nel resto del mondo greco. E forse in qualche modo è arrivato fino ai giorni nostri: dal beer pong alla dama alcolica, le variazioni sul tema sono parecchie. Unica regola: bere. 

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