Enoturismo

La nuova vita delle cantine italiane: dove finisce la degustazione e comincia la cultura

Perché sempre più cantine investono nell'arte? Dalle mostre in azienda alle collaborazioni con musei prestigiosi, così il vino trova nuovi modi per raccontarsi. Il caso di Borgo Conventi

  • 30 Giugno, 2026
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«Il vino è la poesia della terra», scriveva Mario Soldati, e viene da chiedersi cosa penserebbe, oggi, di un mondo in cui il vino si racconta troppo spesso attraverso strategie di mercato e dati di consumo. Eppure quella frase non è del tutto archeologia: c’è ancora chi pensa che una bottiglia sia prima di tutto un luogo, e che quel luogo meriti di essere visitato, raccontato, persino abitato per qualche ora.

Dove i vigneti incontrano l’avanguardia

Borgo Conventi si trova a Farra d’Isonzo, in quella porzione di Collio dove le colline si addolciscono e i filari sembrano disegnati apposta per essere fotografati, anche se, va detto, l’azienda esisteva molto prima che qualcuno pensasse a Instagram. Il nome, intanto, arriva da una leggenda: un feudatario locale, Rizzardo di Strassoldo, dona un appezzamento di terra ai Padri Domenicani, che vi costruiscono un convento. Da lì il toponimo, e da lì, in qualche modo, tutto il resto. Fondata nel 1975 da Gianni Vescovo, tra i primi a portare il nome del Collio fuori dai confini regionali, quando ancora non era un’operazione di branding ma semplicemente un lavoro di pazienza, oggi la tenuta è parte della famiglia Moretti Polegato, nomi che nel vino veneto e friulano ricorrono da generazioni.
Venti ettari in Collio, dieci nell’Isonzo, certificazione Biodiversity Friend: numeri che, presi da soli, dicono poco, ma che insieme raccontano un certo modo di stare sulla terra. Sotto le vigne c’è la ponca, marne e arenarie depositate da un mare che non esiste più, e che oggi regala ai vini del Collio quella sapidità minerale che li rende, userò un termine abusato, ma qui calza, riconoscibili. Friulano, Ribolla Gialla, Sauvignon, ma anche Refosco e Schioppettino: un vocabolario che parla solo la lingua del posto, senza traduzioni internazionali.


Dal 2019 Borgo Conventi è entrata nell’orbita di Villa Sandi, e con essa in un discorso più ampio, e più antico di quanto si pensi, sul rapporto tra vino e arte. Villa Sandi, edificio di scuola palladiana incastonato tra le colline del Prosecco patrimonio Unesco, ospita da anni mostre, concerti, eventi culturali: niente di nuovo, se si pensa che per secoli le ville venete sono state al tempo stesso aziende agricole e luoghi di collezionismo, di mecenatismo, di incontro tra mondi che oggi consideriamo separati. Nel 2024 è arrivata la collaborazione con la Collezione Peggy Guggenheim, attraverso l’adesione al programma Guggenheim Intrapresae: un dettaglio che potrebbe sembrare marginale, ma che in realtà racconta bene un’idea precisa, e cioè che il vino non sia solo un prodotto agricolo, ma parte di un patrimonio culturale più ampio,  esattamente come, qualche secolo fa, lo erano i quadri appesi nelle stesse ville dove si amministravano i vigneti.

Le cantine come luogo di cultura

C’è poi un secondo livello, più quotidiano, in cui questo discorso si traduce. A Borgo Conventi l’estate porta con sé un calendario di appuntamenti che vale la pena guardare non come una lista di eventi. Le passeggiate di Vigneti Aperti permettono di camminare tra i filari e di entrare in barricaia – dove il vino, per dirla semplicemente, sta fermo e cambia, in un processo che ha più a che fare con l’attesa che con la produzione – per chiudere con una degustazione guidata. Da giugno, ogni giovedì, ci sono le serate musicali con aperitivo: due calici, qualche assaggio locale, e una colonna sonora che cambia di settimana in settimana, tra jazz, swing, sonorità brasiliane, flamenco, momenti più intimi con arpa e violino. Per i più piccoli ci sono i laboratori Natur…arte, realizzati con OPS!LAB, pensati intorno a occasioni come il Solstizio d’Estate, mentre i genitori, si godono un calice con vista sulle vigne, che non è un dettaglio da sottovalutare.
Tutto questo, preso singolarmente, potrebbe sembrare poco più che un’offerta di intrattenimento stagionale. Ma è anche, e forse soprattutto, il segnale di qualcosa che sta accadendo in molte cantine italiane: l’enoturismo smette di coincidere con la sola degustazione, e diventa un’esperienza che intreccia paesaggio, cultura locale, persone.

Le stratificazioni del Collio

Il Collio ha un carattere schivo. Le colline che separano l’Italia dalla Slovenia non si impongono con effetti spettacolari: si lasciano scoprire piano, tra filari che seguono il profilo dei pendii, boschi, paesi piccoli raccolti attorno ai campanili. È un territorio che, se lo si guarda solo per quello che produce, rischia di essere raccontato a metà: è anche un archivio di confine, fatto di lingue che si mescolano, di abitudini tramandate, di paesaggi modellati da secoli di lavoro, una stratificazione che non si vede a colpo d’occhio, ma che si percepisce, se si ha tempo.
Ed è forse proprio qui che il dialogo tra vino e arte trova il suo senso più vero: non per rendere il vino più prestigioso, di prestigio, in fondo, il Collio non ha bisogno, ma per restituire profondità a un luogo. Per ricordare che una bottiglia racconta sempre qualcosa più grande di sé: una geografia, una comunità, una storia. Quella poesia della terra, appunto, di cui parlava Soldati, e che, a quanto pare, si può scrivere ancora.

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