Il terroir viticolo è un concetto recente che assolve a necessità pratiche e ideologiche. Sul versante ideologico, deve riuscire a persuadere il consumatore dell’originalità di alcuni suoi vini, prodotti in ambiti delimitati, su quello pratico ha invece la finalità operativa di favorire una migliore espressione qualitativa del vitigno in determinate condizioni pedo-climatiche. È necessario modificare il concetto di vocazione sensu stricto, che abbiamo ereditato dal concetto francese di terroir, nel quale interagiscono l’ambiente pedo-climatico, il vitigno e il saper fare del viticoltore, con un’espressione di vocazione sensu lato che tiene conto dell’ambiente circostante al vigneto (compreso quello tellurico) e dei suoi rapporti con la vite attraverso i segnali prodotti dalle piante selvatiche, a protezione dai funghi e insetti.
La bio-mimetica è una parola che individua una disciplina moderna, che si basa però sui risultati di 3,8 miliardi di anni di evoluzione, che hanno consentito alle piante di affrontare con varie strategie, le condizioni ambientali più disparate. Nelle piante, a causa della loro traiettoria evolutiva, si sono imposte soluzioni di sopravvivenza e adattamento che solo oggi, con gli strumenti della biologia molecolare, iniziamo a intuire.
La vite è evoluta a partire dall’Eocene (circa 50 milioni di anni fa) assieme alla vegetazione arborea caducifoglia perché, essendo una liana, aveva bisogno di un tutore. In questo rapporto di vicinanza non solo fisica, si sono creati dei rapporti che possiamo definire di collaborazione nel contrasto delle difficoltà ambientali e delle avversità parassitarie, una sorta di dialogo fatto non dalle parole ma attraverso un linguaggio costituito da innumerevoli molecole chimiche che sono prodotte dalle foglie della vite e del suo bionte. Queste sostanze volatili, da un lato, avvertono la vite dei pericoli che sta correndo e, dall’altro, contribuiscono a stimolare all’interno del suo Dna la produzione di sostanze di difesa.
Per ricostruire questo dialogo, il vigneto ha bisogno di un intorno che è rappresentato da un bosco con il quale possa scambiare le molecole che servono alla sua sopravvivenza. Pensare nel segno della vite, significa tornare all’origini della sua domesticazione: un approccio antropologico al modo di operare del viticoltore delle origini, che identifica così l’atteggiamento dei coltivatori primitivi nei confronti delle piante oggetto del loro interesse. Questa sorta di viticoltura si limitava a favorire lo sviluppo della vite nei confronti della concorrenza della pianta arborea tutrice, cercando di portare le sue foglie sopra la chioma. Solo più tardi l’uomo crea dei vigneti “ex situ”, ma lo farà riproducendo il modello di associazione naturale vite-albero, che per molto tempo aveva osservato e valorizzato, con la sua azione di proto-viticoltore, nei boschi. La ricostruzione post fillosserica rompe definitivamente questa alleanza.

È ormai ampiamente dimostrato il nesso causale tra cambiamento climatico e incidenza delle malattie crittogamiche. Infatti, i cambiamenti climatici e le moderne pratiche di gestione del territorio dominate da monocolture e colture ad alta densità come il vigneto, hanno facilitato l’adattamento di patogeni vegetali all’ospite e la loro patogenicità. Parallelamente, quando le temperature aumentano troppo, i meccanismi di autodifesa delle piante vengono messi in difficoltà e smettono di funzionare efficacemente, rendendole più vulnerabili agli agenti patogeni. Le piante coltivate, nonostante i progressi scientifici, stanno paradossalmente diventando sempre più fragili a causa delle pratiche agronomiche che stanno riducendo la biodiversità e la loro naturale resilienza. Più che al contrasto del patogeno, è necessario rivolgere l’attenzione alla pianta che lo ospita e alle reali possibilità di rafforzarla attraverso processi di induzione di resistenza.
La testimonianza emblematica di questo rapporto sono i Vocs (Volatile organic compounds), miscele di sostanze organiche (in gran parte terpeni e composti dell’isoprene) emesse dalle piante, che singolarmente sono inattive e solo in combinazione tra loro esplicano un’azione di contrasto nei confronti di insetti o funghi e per reagire a stress ambientali, come la siccità. I Vocs possono influire sul sistema difensivo delle piante inducendo la sintesi di proteine di difesa e metaboliti (es. fitoalessine) che compromettono la colonizzazione dei parassiti, possono agire come stimoli di priming inducendo cambiamenti epigenetici e l’accumulo di fattori di trascrizione che facilitano un’espressione più rapida delle difese delle piante, migliorando così la tolleranza o la resistenza anche a un futuro episodio di stress.

Questo rapporto positivo tra il bosco e il vigneto che si realizza con distanze tra i 100 e i 200 metri, può essere ottenuto anche artificialmente, selezionando piante con diverse miscele di emissioni di Vocs da utilizzare per nuovi schemi di consociazione, o addirittura co-coltivando la vite con specie selvatiche.
Attualmente, la disponibilità di nuove tecnologie analitiche come la spettrometria di massa rende possibile la rivelazione istantanea e altamente sensibile dell’intero spettro di Vocs, per fornire in tempo reale una valutazione completa della miscela di Vocs (il cosiddetto “volatomo”) emessa dalle foglie delle piante e consentire così uno screening dei profili Vocs delle piante, utili nella selezione di specie arboree che reagiscono favorevolmente a condizioni ambientali mutevoli (come, ad esempio, i colpi di calore), associate a fattori di stress biotici.
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