Guerre commerciali

"Senza i vini importati, non riusciamo a vendere neppure quelli americani". Appello anti-dazi del trade Usa

La lettera della Us Wine trade alliance al governo Trump spiega perché le tariffe sui vini esteri abbiano colpito prima di tutto il business e il vino made in Usa

  • 30 Giugno, 2026
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Appello della Us Wine trade alliance (Uswta) al rappresentante del Commercio degli Usa, Jamieson Greer, per esentare il settore vitivinicolo dai possibili dazi all’import che il governo statunitense sta valutando ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974. Si tratta di una delle strade alternative dell’amministrazione di Donald Trump che ha come obiettivo il mantenimento del sistema tariffario imposto da aprile 2025, a seguito della clamorosa bocciatura arrivata per mano della Corte suprema.

La lettera dell’associazione americana degli importatori e distributori arriva a pochi giorni dalla data di scadenza (6 luglio) per l’invio di osservazioni sull’avviso di indagine pubblicato il 2 giugno scorso sul Federal register, per una misura che potrebbe imporre tariffe tra 10% e 12,5 per cento. Il governo Trump, in particolare, ha messo sotto osservazione una sessantina di Paesi da cui gli Stati Uniti importano svariate tipologie di beni, che non rispetterebbero le regole e i diritti sul lavoro.

La lettera del trade americano

L’associazione che riunisce i distributori di vino ha ribadito la propri contrarietà ai dazi doganali sui vini in bottiglia chiedendo che i vini premium siano inseriti nella lista di esclusione (Allegato A) del provvedimento fiscale che dovrebbe introdurli. Nel testo della lettera che la Uswta chiede di firmare e di inviare al rappresentante per il commercio Greer, l’associazione ricorda che i distributori americani rappresentano «il 30% delle vendite di vino a livello locale. Conosciamo personalmente ogni cantina di cui vendiamo i vini, consentiamo ai vini americani – recita il testo – di arrivare in ristoranti e scaffali dei punti vendita». Non solo. Le imprese del trade ricordano al governo americano che «senza un portafoglio di vini di importazione non è possibile vendere vino americano».

Casa-Bianca-Usa-foto-Tomasz-Zielonka-by-Unsplash

Fatturato da vini importati a volte tocca 60-70 per cento

Un’alta percentuale del nostro fatturato, a volte fino al 60-70%, deriva dalla vendita di vini d’importazione. Questo si spiega con l’elevata richiesta di una vasta gamma di etichette estere, sia con la più ampia varietà di vini importati, impossibile da ottenere dai produttori nazionali». Equilibrio, credibilità e varietà sono, secondo la Uswta, imprescindibili per il successo di un’azienda di importazione e distribuzione di vino. «Il nostro lavoro richiede un solido portafoglio di importazioni e, quando riusciamo, vendiamo più vino americano. Al momento, i dazi doganali – scrivono – stanno ostacolando questo sistema». In sostanza, i vini d’importazione aprono le porte ai buyer, creano un contesto che consente ai vini nazionali di trovare senso sugli scaffali o in una carta dei vini.

Dazi Usa dannosi per le imprese americane

I dazi doganali imposti da Trump, scrive la Wine trade alliance, hanno significato meno vendite, meno conquiste sul mercato, meno occasioni di crescita per le aziende vinicole americane. I consumatori che non trovano determinati vini di specifiche regioni o introvabili non scelgono in alternativa vini nazionali, ma semplicemente non acquistano più vino.

«Gli aumenti dei prezzi sui vini importati, a causa dei dazi, hanno spinto molti rivenditori a eliminare prodotti dalle liste dei vini alla mescita, interrompere collaborazioni consolidate, ridurre intere categorie di prodotto. I dazi hanno ridotto le nostre vendite, gli stipendi e il tempo per le nostre famiglie. Col calo delle vendite, alcuni distributori sono falliti o hanno effettuato operazioni di fusione tra società, altri hanno licenziato i propri rappresentanti, ridotto le assunzioni, le opportunità di carriera e ampliato i territori di vendita. Ora, a livello nazionale, un minor numero di rappresentanti copre un territorio più vasto con meno tempo a disposizione. Questo – conclude la lettera della Uswta – si traduce in minori visite ai clienti, minori opportunità di presentare i vini e minori possibilità di distribuzione per i produttori americani».

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