Viticoltura Usa

In fumo un miliardo di dollari per le vendite di vino statunitense. Ma (forse) il peggio è passato

Sovrapproduzione e inflazione hanno messo in crisi anche le cantine americane nel 2025, ma secondo l'analisi di Silicon Valley Bank un'inversione di tendenza potrebbe arrivare nei prossimi due anni

  • 21 Gennaio, 2026
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Non se la passa bene il vino americano. Osservato attraverso l’ultimo rapporto economico della Silicon Valley Bank, il settore vitivinicolo di uno dei più importanti Paesi produttori al mondo presenta diversi fattori negativi che stanno incidendo sullo suo stato di salute: un eccesso di scorte all’ingrosso, un consumatore che ha cambiato preferenze senza che le imprese riescano a intercettarle a pieno, un divario troppo ampio di performance tra big player che continuano a crescere e piccole che faticano ad adattarsi ai nuovi scenari. «L’era della domanda passiva è finita», ha scritto Rob McMillan, analista di mercato e curatore del report, rivolgendosi a quei produttori vitivinicoli che non hanno ancora messo a fuoco una strategia: «Siamo arrivati a un punto in cui il problema è stato identificato. Ed ora dobbiamo concentrarci a risolverlo».

Il calo delle vendite

Un dato dello studio (pubblicato dal 2018) è che le vendite di vino nel 2025 dell’industria vitivinicola statunitense sono stimate in calo a 74,3 miliardi di dollari (erano 75,5 nel 2024), il che significa che oltre un miliardo di dollari è andato in fumo, assieme a 6,9 milioni di casse di vino (da 335,9 del 2024 a 329 mln del 2025). Dal punto di vista economico-finanziario la situazione resta difficile. Sono ancora in maggioranza le imprese che, guardando ai fatturati, si lamentano dei risultati. Circa metà delle imprese vitivinicole ha valutato negativamente il 2025, mentre per circa un terzo è stato positivo. Il sentiment rispetto al futuro è migliore per Virginia, Paso Robles e Santa Barbara. Sul fronte finanziario, da notare come sia in aumento il divario tra le aziende con grandi ricavi (cresciute in media dell’8%) e le piccole imprese (in diminuzione di circa 10%). L’approccio direct to consumer (DtoC), grazie al perfezionamento dell’offerta enoturistica e alla rete dei diffusissimi wine club, ha pagato di più rispetto alle tradizionali vendite nel canale all’ingrosso.

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Ripresa non immediata e difficoltà di mercato

Il contesto resta complesso. Il problema strutturale dell’eccesso di offerta non è stato ancora risolto. Gran parte delle imprese segnala scorte “in equilibrio” o “leggermente alte”, ma c’è anche un 15% di imprese che ha dichiarato di detenere quantitativi di stock di vino “eccessivi” in relazione alla domanda. Giacenze che, tra l’altro, continuano ad aumentare. La sovrapproduzione, si legge nel rapporto, seppure non generalizzata sta caratterizzando ancora il mercato. Questo anche per via dell’inflazione e dell’aumento dei costi di produzione. Nonostante il 2026, secondo il report di Silicon Valley Bank, sarà ancora un anno difficile – ma non il peggiore – si intravedono timidi segni di miglioramento nel sentiment delle imprese intervistate. McMillan parla di possibile inversione di tendenza tra 2027 e 2028, in assenza di eventi straordinari e imprevedibili.

Rispetto ai prezzi, a soffrire sono i vini sotto la fascia dei 20 dollari (vino quotidiano), mentre le attese di maggior crescita sono per le fasce più alte, tra 20 e 29 e quelle oltre 100 dollari. Un «effetto clessidra» che conferma il trend della spesa dei consumatori. A preoccupare gli analisti è invece una tendenza molto evidente di cui le imprese devono tenere conto: i consumatori più giovani acquistano vino sempre più spesso come regalo piuttosto che per un uso e consumo personale.

 Adattarsi ai gusti dei consumatori

«Pensiamo che la fase più acuta della crisi sia alle spalle – ha concluso McMillan – ma non siamo ancora fuori pericolo». Secondo il report di Silicon Valley Bank, sia il 2026 sia il 2027 saranno ancora anni di sofferenza, tuttavia, l’effetto dell’invecchiamento della popolazione sui consumi di vino diminuirà via via che la fascia d’età dei Millennial, tra i 30 e i 45 anni, entrerà in una fase di vita maggiormente favorevole al consumo di vino, e allo stesso tempo, man mano che cesserà l’effetto sui consumi collegato alla popolazione più anziana. Alla luce di questi scenari, il suggerimento ai produttori nel report è in particolare uno: adattarsi rapidamente ai nuovi gusti.

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