Enoturismo

"Il vino non si comunica in giacca e cravatta". Parla la produttrice che riempie la cantina con dei concerti evento

Federica Fina è produttrice a Marsala e presidente del Movimento del Turismo Sicilia. Oggi la cantina di famiglia fa 5 mila visitatori all’anno grazie anche al lavoro sui social. Prossimo obiettivo? Destagionalizzare

  • 07 Luglio, 2026
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Sicilia: terra di contrasti, di contraddizioni, di paradossi. Come nel caso di cantina Fina, sita a Marsala, ma celebrata per il traminer aromatico, un vitigno di origine alpina che nessuno assocerebbe alle terre calde del Mar Mediterraneo. E che oggi sfida la storia riproponendo il vitrarolo, un vitigno reliquia siciliano che sembrava ormai destinato alle polverose carte dei ricercatori (per il Gambero Rosso, uno dei migliori Vini Rari d’Italia).

«Noi facciamo vini strani, siamo un’azienda dei paradossi», sorride Federica Fina, seconda generazione della cantina di Contrada Bausa e ultima di tre fratelli: Marco cura la gestione generale della cantina, Sergio segue il padre in vigna e in cantina, Federica si occupa di comunicazione, eventi ed enoturismo. «Ricordo ancora quando mio padre Bruno arrivò in cantina nel 2006 dicendo che voleva piantare il traminer a 500 metri, sul versante nord della collina di Erice. Tutti lo presero per matto. Quando, nel 2009, ci fu sufficiente vino per produrre 8 mila bottiglie, alcuni increduli gli chiesero: «Ma a chi lo vendiamo un traminer siciliano?», mio padre rispose: «Intanto imbottigliamo tutto, se poi non si vende me lo bevo tutto io!». Nacque allora Kikè (un chiaro riferimento al nome di Federica; ndr) e da quel momento tutti cominciarono a cercarlo. «Fu il Kikè a farci conoscere – continua Federica – mio padre aveva ragione. All’inizio dicevano: è una moda. Ma sono passati 15 anni: le mode durano molto meno. Così, abbiamo piantato traminer anche a Marineo, a 800 metri. Del resto, in Sicilia c’è la zona giusta per ogni varietà».

Federica Fina

Una frase che tradisce una sapienza antica. Che affonda le radici in una storia importante.

Mio padre diventa enologo tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90. Con l’Istituto regionale siciliano della vite e del vino comincia a collaborare allo studio sperimentale che segnerà la svolta epocale della Sicilia enoica. Il presidente dell’istituto era Diego Planeta e nel progetto erano coinvolti personaggi come Attilio Scienza e Giacomo Tachis. Mio padre lavora al loro fianco nei campi sperimentali realizzati in diverse aree dell’isola per verificare la risposta dei vitigni internazionali. Da quel lavoro emerge l’idea della Sicilia come “continente vitivinicolo”. Con Tachis per più di venti anni mio padre Bruno si fece spugna per cercare di imparare il più possibile da colui che definisce il suo “caro maestro”. È proprio questo il nome del vino che gli ha dedicato dopo la nascita della cantina nel 2005.

Facciamo un salto di venti anni e arriviamo all’ultima sfida: il vitrarolo, ottenuto da un vitigno a bacca rossa quasi estinto, poi riscoperto grazie a un progetto della Regione Sicilia.

È una varietà reliquia: il suo recupero nasce da un’idea di mio padre e di Francesco Pulizzi dell’azienda Pietro Pulizzi: oggi ne produciamo appena 1200 bottiglie. I vitigni reliquia si adattano molto bene al cambiamento climatico e sono versatili sul piano stilistico. Anche in sofferenza d’acqua, il vitrarolo si esprime alla grande. Può essere un rosso del futuro: non ha troppa struttura e può incontrare i gusti emergenti. Siamo concentrati sul vitrarolo, ma pensiamo già ad altre uve reliquia. Stiamo imparando e osservando: la nostra cantina è sperimentale per definizione.

La Riserva dello Stagnone

Tra i due vini “estremi” – il traminer, il vitigno che viene da lontano, e il vitrarolo, il vitigno che viene dal passato – c’è lo spazio per il vitigno principe del territorio marsalese.

Il grillo è la nostra bandiera: è l’uva base del Marsala. Noi ne facciamo quattro versioni. Il Firma del Tempo proviene direttamente dalla Riserva naturale dello Stagnone, un luogo dalle peculiarità geologiche uniche al mondo: il vigneto quasi arriva sul mare, accanto alle saline e alle lagune. Per raccontare quella zona è partito un progetto comune tra cinque produttori: Fina, Intorcia, Mastro di Baglio, Baglio Oro insieme con il progetto Salt West dei tre master of wine Pietro Russo, Gabriele Gorelli e Andrea Lonardi.?

Marsala: terra di sole, luce, vento.

Un territorio unico con paesaggi meravigliosi: le saline, le Egadi, uno dei tramonti più belli al mondo. «Pulcherrima sed ventosa», disse Cicerone. Oggi è scelta dai kiter come punto di incontro per fare kitesurfing. Un territorio che produce ottimi vini perché il vento dà qualità al frutto. E poi ci sono tantissime cantine da visitare: Marsala viene scelta spesso per questo. Del resto, il viaggiatore è un esploratore itinerante.

Insomma, il luogo ideale per chi vuole fare turismo in Sicilia…

Io sono totalmente innamorata del mio territorio e della mia città. Ne riconosco la bellezza e le potenzialità inespresse: sento un legame viscerale. Ho il privilegio di vivere qui e di esplorare il mondo: noi siamo ambasciatori della nostra città. Con Generazione Next (il gruppo dei giovani produttori vitivinicoli siciliani aderenti ad Assovini, ndr) vogliamo trasferire questa responsabilità ai giovani e spronarli a tornare in Sicilia. Il nostro territorio è conosciuto più da chi viene da fuori: serve un lavoro di comunicazione anche ai locali. Lo vedo attraverso l’enoturismo: tante visite, ma spesso mancano proprio le persone del posto. È uno dei nostri obiettivi per il futuro.

Difficile in un momento in cui il mondo del vino vive una profonda crisi di comunicazione…

Il mondo del vino ha terrorizzato la gente. I nostri amici vanno in crisi quando devono ordinare davanti a noi produttori. Il vino è stato comunicato in giacca e cravatta, come prodotto di élite. E i giovani si orientano ai cocktail. Serve rendere la comunicazione più accessibile. Anche se parli di cose tecniche puoi farlo in modo gioioso ed energico: il tono cambia tutto e, se raccontato bene, il vino può diventare magnetico. L’enoturismo per me è stata una grande scuola: si rivolge al cliente finale, non coinvolge solo gli intenditori, ti permette di fare un identikit dei consumatori, ha un peso culturale importantissimo per il nostro paese.

Un concerto in vigna al tramonto

Lei hai rivoluzionato il modo di comunicare il vino trasformando la cantina in uno spazio culturale. Come ha fatto?

In primo luogo, i concerti in vigna. Ne facciamo tre ogni anno. Uno è legato a Cantine aperte del Movimento turismo del vino: una vera e propria festa con giochi, musica dal vivo e djset fino al tramonto, che accoglie famiglie e gruppi di giovani. Poi “Kebrillerà”, un evento musicale giunto alla decima edizione che ha visto avvicendarsi artisti del calibro di Jimmy Sax, Vinicio Capossela, Ron e Roy Paci. Infine, dall’anno scorso, “I racconti del maestro”, una rassegna ispirata dall’incontro di mio padre con Giacomo Tachis, nella quale invitiamo personaggi della cultura e dello sport per raccontare chi è stato il loro personale maestro.

Che cosa ha imparato da queste iniziative?

C’è fame di vivere le cantine in modo diverso. Fare festa non vuol dire ubriacarsi, bensì scegliere una comunicazione più pop per accogliere i giovani e le famiglie e raccontare il saper bere consapevolmente. Qui in cantina ho imparato a coinvolgere i bimbi: li trasformo in veri assistenti. Alla fine mi abbracciano e dicono: «Kika, ci siamo divertiti».

È anche diventata una stratega dei social media…

È il nostro mezzo di comunicazione principale. Veicoliamo tutte le nostre attività e iniziative tramite i social: dopo ci chiamano in tanti per chiedere approfondimenti e rispondiamo ai messaggi che arrivano. Ci raccontiamo per quello che siamo: non abbiamo fatto studi, né piano editoriale. Vince l’autenticità: facciamo sentire la gente parte della famiglia. Facebook e Instagram hanno dei target completamente differenti. Linkedin è rivolto al trade e al business. Adesso l’obiettivo è sbarcare su TikTok: comincio a sentirmi un po’ boomer, ma grazie ai miei cinque nipoti ci stiamo divertendo. Vorrei puntare anche sulle newsletter. Ma i social hanno dietro un grande lavoro: deve essere fatto bene. E ogni post richiede tempo.

Da poco è diventata presidente del Movimento Turismo della Sicilia. Che idea ha dell’enoturismo?

La Sicilia è difficilissima da raccontare: è enorme con diversi territori e microclimi. Ma la risposta alla crisi del vino è proprio l’enoturismo: il viaggiatore è un esploratore in cerca di un’esperienza autentica. La nostra cantina ha aumentato le visite del 30%: 5 mila visitatori all’anno. Ma la cantina Florio fa più di 80mila presenze l’anno. Ecco perché questa potrebbe essere una risposta alla crisi del vino. Ma anche nell’enoturismo dobbiamo fare squadra.

Che cosa c’è ancora da fare?

Per esempio, bisogna destagionalizzare i flussi di visita. Al momento le cantine rappresentano un servizio garantito 365 giorni l’anno: noi siamo attrezzati per restare aperti anche la domenica. Ma lo stesso dovrebbero garantire le altre strutture: alberghi, musei e ristoranti dovrebbero essere sempre aperti. Allo stesso modo, bisognerebbe garantire i collegamenti tra le varie parti dell’isola. Il problema principale sono le potenzialità inespresse: spesso c’è pigrizia oppure problemi organizzativi. Ma tra dieci anni vedo una Sicilia più veloce e più smart, capace di custodire la sua vita “lenta” ma reattiva verso il futuro.

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