Con i piedi per terra 
Il mio amico Alessandro Bocchetti, appassionato gourmet e collaboratore delle nostre guide, mi dice spesso che teme una perdita di contatto tra i frequentatori anche assidui di ristoranti di qualità e la critica gastronomica.

Con il risultato che si sta formando, sostenuta da quest&

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rsquo;ultima, una generazione di giovani chef che pensano sempre di più a una cucina sperimentale e a volte più intellettualistica e cerebrale che edonistica.

Il tutto per andare dietro a visioni della gastronomia ispirate dai “guru” del settore, siano essi  famosi critici oppure chef particolarmente carismatici e dalla fama internazionale.

Questo scollamento, che somiglia a quello che avviene in altri settori della cultura, nella musica, nelle arti figurative, ad esempio, rischia di far passare in secondo piano un fatto fondamentale, cioè quello che un piatto ha come funzione essenziale quella di essere mangiato e di dare piacere attraverso questo.

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Non è un dipinto, non è un’opera di architettura, e la sua fruizione ha come fine principale un atto edonistico. A questo si possono collegare poi tanti altri aspetti, dalla valorizzazione delle materie prime, magari territoriali, alla creatività, dalla perfezione nella realizzazione tecnica ad aspetti di cucina eco compatibile.
Ma il tutto deve avere come prerequisito il fatto che deve dare a chi lo mangia un piacere sensoriale ed edonistico.

 Altrimenti viene meno al suo compito fondamentale e presta il fianco ad attacchi e a critiche che tendono a ridicolizzare il ruolo degli chef creativi, additandoli al pubblico ludibrio come personaggi che propongono piatti costosi ed incomprensibili ad un pubblico di ricchi crapuloni ignoranti, che subiscono mode assurde per il solo gusto di sentirsi al passo con i tempi.

Il tutto con la complicità di una critica asservita e in qualche caso persino corrotta. È una storia vecchia. Esiste da quando qualcuno provò a fare qualcosa di diverso da quello che veniva considerato giusto dalla maggioranza.

È accaduto agli impressionisti, a Picasso, a Van Gogh e a Modigliani. Volete che non capiti a Ferran Adrià? Ma il problema esiste, e sta non nella mente dei capiscuola, ma in quella di chi rischia di proporsi come sperimentatore estremo, senza avere carisma e tecnica sufficienti. I grandi creativi, in tutti i campi, sono pochi.

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E tra fare il verso a qualche chef  famoso o dedicarsi a una cucina meno ambiziosa, ma più comprensibile ed apprezzata, e magari meno costosa e più legata ai prodotti del territorio, credo proprio che si farebbe bene a scegliere quest’ultima via ed a tenere i piedi per terra.