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Mai dire la verità, soprattutto se sei un agente segreto: il tuo governo potrebbe non gradire affatto, fino ad infangare quella verità, e di lì la tua vita personale.
È quello che succede a Sean Penn – e nella vita vera è successo a Joseph Wilson, ex agente CIA – nel film

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>“Fair game” (proiettato in concorso all’ultimo festival di Cannes) nonostante la moglie Valerie Plame/alias Naomi Watts, anche lei agente segreto, avesse fatto di tutto per dissuadere il marito a dire che la CIA, pressata dal governo, aveva mentito a proposito del presunto programma nucleare irakeno, così dando il suo ok implicito a quella guerra che tutti abbiamo conosciuto bene.

Il pregio del film è quello di non strumentalizzare la vicenda per questioni meramente di parte, al contrario – grazie all’ottima prova dei due interpreti – svolgendo una battaglia civile in nome della verità tout court, a prescindere da colori e schieramenti; d’altro lato a “Fair game” non manca una certa dose di linearità spettacolarizzante, ai limiti dello schematismo, tale da ricordarci che Doug Liman è stato il regista di due film “non spessissimi” quali “The Bourne Identity” e “Mr. E Mrs. Smith”.
Tutto questo fa dunque pensare a “Fair game” come ad un bianco proveniente da un vitigno di struttura che però ha fatto un po’ troppo legno, così che la complessità aromatica e minerale viaggia parallela (e compressa) rispetto alle più facili note vanigliate determinate dall’eccessiva barrique.
Oppure, per dirla con la tavola, ad un ottimo piatto della tradizione come la coda alla vaccinara, dove però senti l’industrialità di un ingrediente, ad esempio del pomodoro, a determinare una crepa rispetto all’armonia complessiva.

Fair game
di Doug Liman
con Naomi Watts e Sean Penn
uscita in Italia: 22 ottobre

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Marco Lombardi
22/10/2010