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Da un lato i grandi templi del bere miscelato di lusso, dall'altro un pubblico giovanile assetato di novità ma poco acculturato, che segue le mode decretando il trionfo del Mojito. Eppure, bere bene e easy si può anche quando il cocktail si fa pop... Ecco quattro indirizzi ideali per il fine estate, tra grandi città e locali

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tà marinare.

 

La scena fa ormai parte della storia del cinema, e dunque della cultura popolare: James Bond, reduce da una delle sue tante avventure, si affaccia al bancone del bar di un hotel di lusso (si dice che la famosa battuta sia stata coniata dal barman del Duke’s, prestigioso cinque stelle di Londra) per chiedere un Martini rigorosamente “mescolato, non shakerato”.

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Ma possibile che per bere un Vodka Martini come si deve si debba per forza avere licenza di uccidere, o almeno il portafogli pieno?

In Italia, purtroppo, spesso è così.

Da un lato ci sono club esclusivi e locali per pochi privilegiati dove operano professionisti del bere miscelato che spesso vengono da una lunga gavetta internazionale tra alberghi top, ristoranti e navi da crociera.

Dall’altro, troppo spesso ci sono barman improvvisati, ragazzi che sbarcano il lunario divertendosi, adepti del popolo della notte che han fatto il salto del bancone. Quasi fossero due mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai. Con la conseguenza paradossale che proprio i giovani, affascinati dal mondo esotico e variopinto dei cocktail, non ne conoscono la cultura e trovano un’offerta qualitativamente molto scarsa.

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Puntualmente, infatti, ai grandi concorsi di bartending in Italia figurano quasi solo i barmen dei grandi alberghi, dove si officiano ancora i riti consacrati al bere miscelato di qualità con tutti i frills del caso: location eccezionali, camerieri in guanti bianchi, finger food deluxe, conti spesso stratosferici.

 

Dall’altro lato dell’universo cocktail ci sono i locali per i più giovani: discopub affollati e rumorosi dove nel bicchiere può capitare qualsiasi cosa, o nel migliore dei casi localini di tendenza che servono sbiaditi facsimili dei grandi classici riveduti e corretti con prodotti di bassa qualità, compensati da buffet all you can eat che soddisfano la voglia di socialità e risolvono la cena con un costo contenuto, ma non aiutano certo a diffondere la cultura del bere miscelato tra i giovani.

Così, raccontano i barman italiani reduci da esperienze all’estero, se a Londra o a New York è normale che anche i più giovani apprezzino Tom Collins, Mahattan e Julep, nei bar di casa nostra oramai è difficile proporre qualcosa di diverso dal Mojito, per qualche strano motivo ormai più popolare della Coca Cola: ne è uscita perfino una inquietante versione in bottiglia bell’e pronta.

Eppure, anche sulla scia dell’esempio di Dom Costa, grande barman che ha lasciato il mondo dorato dell’hotellerie di lusso per aprire il suo Liquid ad Alassio (vedi Gambero Rosso di luglio scorso), qualcosa sta cambiando anche da noi: poco alla volta, ad opera di giovani – e meno giovani – appassionati, il bere miscelato esce dai bar dei grandi alberghi e dai club esclusivi per approdare in locali più informali, low profile e spesso low cost, dove la parola d’ordine è una sola: qualità.

 

di Federico De Cesare Viola e Luciana Squadrilli