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Daniele De Michele, (nella foto a fianco), alias il “gastrofilosofo-dj” salentino Donpasta.selecter, lo incontriamo per una chiacchierata nella platea del Teatro Eliseo a Roma, poche ore prima della performance conclusiva di Soul Food, manifestazione da lui ideata (dice che l'idea gli è venuta mangiando una parmigiana

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di melanzane) che ruota intorno agli aspetti ambientali, sociali e culturali del cibo. Subito dopo tornerà in Francia, dove vive e lavora.

 

Paolo Fresu, (nella foto in basso), trombettista jazz di fama mondiale, lo abbiamo invece intercettato telefonicamente all’aeroporto, in partenza per Parigi, e poi in studio di registrazione a Bologna.

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È lui a firmare la prefazione del nuovo libro di Donpasta, Wine Sound System, dai primi di giugno in libreria. La loro collaborazione (e amicizia) è nata qualche tempo fa in occasione del Festival Time in Jazz che Fresu organizza ogni estate da 22 anni nella sua Gallura.

In comune hanno le origini rurali in quell’Italia “minore” che invece, grazie a personaggi come loro, spesso ci dà lustro ben oltre i confini nazionali, ma anche la passione per la musica, per la Francia e, non ultima, quella per il cibo e il vino. Che, a sentir loro, è imprescindibile dalla musica.

«Mi piace il cibo semplice, adoro la cucina regionale italiana. Per me la buona tavola è fondamentale – racconta Fresu – Prima di un concerto devo mangiare. Se mangio male mi intristisco, se invece mangio bene suono meglio. Star bene a tavola, bere con gli amici, aiuta a rilassarsi ed è un piacere fisico e mentale, proprio come la musica. Molti miei colleghi stranieri non lo capiscono, mi prendono in giro e dicono che noi italiani pensiamo sempre a mangiare. Sarà, ma lo trovo un bellissimo difetto».

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«A me, come a Paolo, interessa soprattutto l’elemento conviviale – dice Daniele – Il vino è da sempre uno strumento di socializzazione. Ma è anche una forma di “resistenza culturale”, un prisma per osservare dinamiche culturali e sociali come l’influenza del mercato sulle scelte dei produttori e sui gusti dei consumatori. Quello che mi interessa sono le storie di produttori-contadini che lavorano a modo loro, spesso senza enologi, e che hanno un profondo rapporto con la terra. Perché fare vino, alla fine, è un atto creativo proprio come fare musica».
Già, la musica. Se nel libro Daniele si è divertito ad abbinare vini e ritmi tra i più vari (per esempio il Frappato di Arianna Occhipinti si associa ai suoni punk dei Beastie Boys), il jazz sembra essere il genere più vicino al vino.

“Vino e jazz sono in sintonia e inseguono lo stesso percorso storico e creativo. Sono mondi universali oggi difficilmente collocabili che parlano una lingua senza geografie: quella del suono e del gusto” scriveva Paolo Fresu nella presentazione di Cookin’ Jazz, edizione del Festival dedicata all’enogastronomia.

 

«È raro trovare un musicista jazz che non ami il buon bere, e non è un caso: la ricerca di una bottiglia d’annata è come quella di un vecchio vinile. Un disco originale di Charlie Parker può dare lo stesso piacere di una bottiglia numerata: si assaporano nello stesso modo, quasi religioso, con una “degustazione” attenta a cogliere sfumature ed emozioni».

 

Ma per Paolo le affinità non finiscono qui: «Il vino, come il jazz, è universale, lo si può apprezzare in tutto il mondo ferme restando le specificità culturali: io sono sardo e non posso suonare come Wynton Marsalis (famoso trombettista jazz di New Orleans, ndr), ma posso aggiungere qualcosa della mia cultura nel mio modo di fare musica. E poi, come il jazz una volta era considerato una musica colta, intellettuale, e oggi è sempre più popolare, anche il vino si è democraticizzato: ormai sono due linguaggi universali».

 

Non a caso, ricorda, la “geografia culturale” di entrambi è fatta di percorsi inversi tra Europa e America, di contaminazioni tra ritmi e barbatelle, di semi che attecchiscono nel Vecchio e Nuovo Mondo dando risultati ogni volta unici.

 

Ma veniamo al dunque: rosso o bianco, e soprattutto: Italia o Francia nel bicchiere? Fresu si dichiara amante dei rossi corposi, con una predilezione sempre più convinta per gli italiani che, dice, negli ultimi anni sono cresciuti molti proprio come il jazz di casa nostra.

 

«Io sono un bevitore curioso – afferma Daniele – da rossista convinto, grazie all’esperienza di Wine Sound System ho amato molto alcuni bianchi biodinamici come quelli di Leon Barral e Angelino Maule.

 

Nel libro prevalgono i vini piemontesi: hanno un che di francese nella costruzione del gusto ma mantengono uno spiccato carattere legato al territorio, e un profondo rispetto della terra. Alla fine sono quelli che più mi corrispondono, ma si tratta sempre di vini particolari, niente Barolo e Barbaresco. Per il resto, ci sono francesi, siciliani, pugliesi… Se non avessi messo almeno un Negramaro non sarei più potuto tornare in Salento!».

 

Altro punto in comune tra il Dj e il musicista è la grande sensibilità ambientale: da sempre Donpasta si occupa – anche per il suo “altro” lavoro da economista – di tematiche inerenti allo sviluppo sostenibile.

 

Attenzione condivisa da Paolo: il suo Festival, che già da alcuni anni è legato alla sensibilizzazione ambientale, da quest’anno avrà un’impronta ecologista ancor più netta con iniziative volte a limitare l’”impronta ecologica” della manifestazione e una raccolta fondi per l’emergenza idrica in Angola. Il tema del 2009 infatti, che inaugura un ciclo dedicato ai quattro elementi, è l’acqua.

 

Un controsenso?

 

Non proprio: «L’acqua prelude al vino – dice Fresu – ed entrambi sono legati ai temi della terra e della vita».

Wine Sound System. La musica nel bicchiere
Dopo il successo del precendente libro Food Sound System (30 Ricette del mediterraneo annaffiate di buon vino e buona musica), Donpasta ha deciso di riproporre il gioco degli abbinamenti musicali con il vino, cercando di rendere questo mondo, talvolta percepito come elitario e un po’ snob, alla portata di tutti. Lo affianca un esperto di vini che si cela dietro lo pseudonimo di Candide (termine usato in Francia per chi si avvicina al mondo della degustazione). Insieme, hanno selezionato 30 vini tra italiani e francesi – non i soliti noti, ma bottiglie che fossero espressione profonda del territorio e del rispetto della terra e con un buon rapporto qualità/prezzo – a cui abbinare una musica sulla base di suggestioni sensoriali o del tutto personali. I risultati sono talvolta sorprendenti per lo stesso Donpasta che, giocando il ruolo del “bevitore sprovveduto” procede un po’ per stereotipi, puntualmente smentiti da Candide. Così, si scopre che un bianco strutturato può essere più rock di un rosso, o che un vino di Olivier Jullien, vigneron biodinamico della Languedoc, secondo lo stesso produttore ben si abbina ai ritmi ripetitivi della moderna musica elettronica, seppure quella insolita e “meticcia” del dj britannico Fink. Talvolta alle degustazioni sono abbinati anche piatti o ricette, ma al di là dell’aspetto epicureo quel che interessa è soprattutto raccontare le storie delle persone all’origine dei vini e l’imprescindibile rapporto tra vino e natura, basato sul rispetto: da qui la presenza di molti vini biodinamici e biologici, ma soprattutto di viticoltori “fuori dal coro”, lontani dalla standardizzazione del gusto enologico.

Wine Sound System. Vino e musica
di donpasta.selecter, prefazione di Paolo Fresu
Kowalski Editore
prezzo 11 euro
www.kowalskieditore.it
www.donpasta.com

IL FESTIVAL. Paolo Fresu e il gusto del jazz

Nato a Berchidda, Gallura, nel 1961, Paolo Fresu è uno dei più grandi nomi del jazz internazionale. Ha iniziato a suonare da piccolo la tromba nella Banda Musicale del suo paese, e non ha più smesso. All’attivo ha 25 anni di onorata carriera jazzistica in cui ha messo insieme circa 330 dischi e oltre 2.500 concerti. Spesso accompagnato da grandi musicisti italiani e non, Fresu ha dimostrato che la tromba può essere anche protagonista assoluta (memorabile il suo concerto “a solo” all’Auditorium di Roma nel 2005) e vanta collaborazioni con artisti come Uri Caine, Richard Galliano e Carla Bley. Più vicino al mondo della cultura che a quello mediatico (si è occupato anche di musica popolare, etnografia e progetti con il mondo letterario e teatrale italiano, da Ascanio Celestini a Stefano Benni) oggi vive tra Bologna, Parigi e la Sardegna dove organizza ogni anno in agosto, nel paese natale, il Festival Internazionale Time In Jazz, giunto alla XXII edizione. In alcune annate il Festival ha avuto una netta impronta gastronomica, come in quella del 2006 intitolata Cookin’ Jazz. “Il jazz è come il buon vino strutturato e tanninico. Più invecchia e più è buono ma, come nella moderna filosofia vinicola, si avverte la necessità di innestare il vecchio per sposarlo con le nuove tecniche di produzione ottenendo così prodotti innovativi” recitava la presentazione del festival in cui accanto ai concerti erano previste degustazioni di ricette e prodotti tipici berchiddesi (dalle panadas ai dolcetti con l’abbamele), performace artistiche intorno al cibo, incursioni nel locale Museo del Vino. www.timeinjazz.it

 

 

LA CURIOSITA’. Spirito Jazz
Time in Jazz è molto legato al territorio e ai suoi prodotti. Dalle costole del Festival è nata anche la Grappa In Jazz, realizzata alla distilleria berchiddese Lucrezio R.: un Fileferru (tipica acquavite sarda) realizzata da vinacce di uve di vermentino, cannonau e cagnulari distillate separatamente e poi affinata in barrique: “Un omaggio a Paolo Fresu, alla musica, una celebrazione di passioni comuni che vibrano nelle anse della tromba e nelle serpentine dell´alambicco”. www.lucrezior.com

 

 

Luciana Squadrilli