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I copywriter e gli esperti di comunicazione faranno smorfie di disappunto, ma i produttori di Trentodoc, fino a qualche settimana fa 32, sono passati improvvisamente a 34. Un'occasione persa per snocciolare la celebre filastrocca, ma una conferma del momento felicissimo che attraversa la denominazione, una delle più prestigiose delle

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bollicine italiane.

Lo avevamo scritto più volte in articoli e notiziari. Anche nei momenti più difficili che il mercato ha vissuto di recente c’è stato un settore che non ha risentito – o ha sofferto assai meno degli altri –  della congiuntura. È quello delle bollicine, dello spumante, classico o italiano che sia. E questo ha permesso ad una denominazione importante come il Trentodoc di toccare traguardi storici.

I primi tre trimestri del 2010 hanno fatto registrare un incremento del 15% sulla media delle vendite degli ultimi anni, e se i consumi di fine anno saranno come sempre brillanti, per la prima volta i vignaioli trentini supereranno la soglia dei nove milioni di bottiglie vendute. Un traguardo importante, al quale si è arrivati, partendo dalle 3.000 bottiglie di Giulio Ferrari nel 1902, in poco più di cent’anni.

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Dalla sua la provincia di Trento ha alcune formidabili carte da giocare. La prima è che nei suoi variegati terroir, che vanno dalle colline che affacciano sul Lago di Garda alle vallate dolomitiche che si aprono sulla Valdadige, con vigneti ad oltre 800 metri di quota, il “global warming” è uno sconosciuto… Basta salire più in alto. E questo consente di portare a casa uve di chardonnay (siamo nella provincia che ne produce di più in Italia), di pinot bianco e nero ricchissime di aromi e soprattutto – aspetto fondamentale per chi fa spumante – di acidità. Se a questo aggiungiamo che sul territorio c’è una delle migliori scuole enologiche d’Italia e forse del mondo, che dal 1874 forma gli enologi trentini e non solo (l’Istituto Agrario Provinciale di San Michele all’Adige fondato da Edmund Mach) si capisce che le condizioni per questo exploit c’erano davvero tutte.

I primi a capire le potenzialità del territorio sono stati probabilmente i Lunelli, famiglia legata al commercio del vino che nel 1952 decise di acquistare la Ferrari Spumanti dal fondatore, quel Giulio che oltre a campeggiare sulla loro etichetta più apprezzata, qui a Trento è considerato una specie di eroe nazionale.

Oggi Ferrari rappresenta il Trentino del vino nel mondo con circa 5 milioni di bottiglie di Trentodoc di livello eccellente. E accanto a lei troviamo un comparto in crescita tumultuosa e spumeggiante, composto da grandi nomi della cooperazione come Cavit, MezzaCorona, Lavis, ma anche da piccoli appassionati, autentici récoltant che hanno iniziato con poche migliaia di bottiglie, lavorate manualmente, ma hanno tanta voglia di crescere.

«C’è entusiasmo, voglia di definire regole produttive sempre più orientate alla qualità, c’è voglia di comunicare tutto questo al mondo dei consumatori» dice Fausto Peratoner, presidente del marchio Trentodoc che dal 1980 raccoglie tutti i produttori di spumante trentino sotto il medesimo ombrello. Peratoner è anche direttore generale della Cantina di Lavis, che a sua volta controlla la Cesarini Sforza, tutta dedicata al Trentodoc.

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Lo spumante trentino ha una tipicità che lo rende affascinante e inimitabile, è fresco, scorrevole deliziosamente ricco di frutto e di carezzevoli toni di erbe d’alpeggio dolomitico. Un passepartout ora delicato ora autorevole che ci accompagna dall’aperitivo al demi sec di fine pasto. […]*

*segue sul mensile Gambero Rosso di gennaio 2011

di Marco Sabellico
gennaio 2011