Provo una certa soddisfazione quando mi metto in fila per mangiare Da Vito. E quando dico fila parlo proprio delle file, sì, quelle che ormai si fanno a Milano per entrare nell’ultima bakery aperta, per mangiare ravioli cinesi in Paolo Sarpi o assaggiare un fluffy pancake (che fastidio! potremmo dire ora citando Ditonellapiaga). Ma quando sono in fila per la tartare di Vito mi sento un po’ come Pippo Baudo ai tempi della sua celebre battuta: “L’ho scoperto io!”. Non è vero, ovviamente. Però è vero che io nel Giambellino ci sono nata e che la carne trita di cavallo cruda di Vito mia madre me la faceva mangiare ogni settimana, il suo rimedio per la mia anemia. Di anni ne sono passati più di trenta.

Questa non è una storia di gentrificazione, per fortuna.
La macelleria equina di Vito si trova nel Mercato Rionale di Lorenteggio. Il mercato è fiancheggiato dai giardinetti di via Odazio, uno dei luoghi più segnati dall’eroina nella Milano degli anni Ottanta, con la piccola biblioteca comunale e la casetta verde del Laboratorio di quartiere Giambellino-Lorenteggio, presidio civico molto attivo nella zona.
Vito Landillo è arrivato dalla Sicilia che aveva quattordici anni, nel 1982, e da quel mercato non si è più mosso. La sua è una famiglia di macellai da cinque generazioni e nel tempo ha trasformato il banco di famiglia in una delle macellerie equine più conosciute di Milano. Quando il mercato rischiava di chiudere, Vito è stato l’unico a battersi perché restasse aperto. Alcuni banchi li ha tenuti in vita lui stesso, pagando di tasca propria pur di non vedere il mercato spegnersi del tutto.

E mentre molti mercati rionali milanesi diventavano spazi semivuoti, lui faceva una cosa semplice e allora insolita: metteva dei tavolini davanti alla macelleria e iniziava a servire la tartare di cavallo appena battuta al coltello, da mangiare sul posto. Poi sono arrivati anche altri piatti cucinati: una cucina semplice, lasagne, parmigiana, arancine, qualche teglia di polpette e i dolci, cannoli e cassate. Tantissimi i clienti lucani, pugliesi e siciliani, più amanti della carne equina. E piano piano qualcuno ha iniziato a prendere il tram 14 verso il Giambellino per vedere cosa stesse succedendo lì.

La storia però non si è fermata alla tartare. Con l’apertura della griglieria il pubblico ha iniziato a cambiare e soprattutto a mescolarsi: i pensionati con il carrello della spesa, gli impiegati degli uffici della zona, gli operai dei cantieri della metro, gli hipster e i gastrofighetti arrivati da altre parti della città, sempre un po’ spaesati tra le case popolari occupate proprio di fronte.
Il quartiere intanto cambia a grande velocità: da una parte la Chiesa San Curato d’Ars che in questi giorni di Ramadan organizza l’iftar, con decine di famiglie cristiane e musulmane sedute alla stessa tavola in oratorio; il Giambell-orto, l’orto urbano nei giardinetti, che ogni tanto viene saccheggiato da chi ha bisogno tra la benevolenza dei volontari che lo curano; qualche casa dell’Aler ristrutturata; l’incredibile progetto della nuova biblioteca – 2000 metri quadri – e i lavori della metropolitana terminati, con la linea blu che collega la fermata Segneri al resto della città.

Il mercato rionale è così di nuovo punto di riferimento della zona, altri banchi hanno riaperto e Vito ora ha aggiunto anche un bar: Bar da Vito. E oggi si fa ancora più fila.
Il sabato a pranzo, si trovano decine di persone, ragazzi di tutte le nazionalità, studenti, vecchi e giovani insieme con una media chiara in mano ad aspettare il loro turno.
Una fila lunghissima davanti a una macelleria di quartiere che ha resistito quando tutto sembrava finire e che, senza cambiare natura, è diventata una destinazione cittadina: è nei video dei creator, dentro le guide, negli articoli e ancora, ostinatamente lì, dov’è sempre stata.
Da Vito Macelleria e Bar, Via Lorenteggio, 177, Milano
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