Sembra un pellegrinaggio con decine di persone in coda in attesa di uno sfogliato, che ci sia un freddo pungente o un sole cocente. La scena si ripete da Roma a Milano, da Londra a Seul. Cambiano le latitudini, non il rituale.
«Le bakery intercettano un cambiamento molto concreto nel modo in cui le persone escono e consumano», osserva Dario Fociani, co-fondatore di Aliena Coffee Roasters, Faro e della più recente Luna, realtà che hanno fatto scuola nel panorama del caffè specialty, insieme a progetti come Love nel quartiere Trionfale o Slow all’interno dell’hotel Trame. «La sera è diventata più impegnativa, economicamente e psicologicamente, mentre il giorno è più leggibile, più compatibile con ritmi frammentati, con una generazione che vive una certa incertezza e con quarantenni che restano curiosi ma preferiscono uscire alla luce del sole». È una trasformazione culturale prima ancora che gastronomica, per cui la mattina è energia, promessa, organizzazione della giornata: «La mattina ci si dà la carica e poi si affronta la giornata, va di pari passo con una visione più salutista del corpo che prende sempre più piede e che magari fa sì che le persone siano meno portate la sera a mangiare troppo, male o a bere tanto».

In un contesto in cui l’aperitivo (per non parlare di una cena) può facilmente trasformarsi in una spesa significativa, un pain suisse ben eseguito rappresenta un lusso accessibile: burro, tecnica, tempo e conforto per meno di cinque euro, dieci incluso un ottimo caffè specialty (e ti porti pure a casa un contenuto adatto ai social). Una gratificazione misurata, sì, ma anche senza la complessità organizzativa e la spesa di una cena fuori: «In Italia i salari reali non sono cresciuti in modo significativo in termini di potere d’acquisto, il costo del lavoro resta alto, l’energia è aumentata e molte famiglie hanno meno disponibilità per spese “imprevedibili”.
Le cene diventano più facili da organizzare dentro casa, e un’uscita diurna in bakery resta un momento accessibile ma gratificante». C’è poi una questione urbana, soprattutto nella Capitale: «A Roma continuiamo a essere legati in modo piuttosto vizioso allo spostamento in automobile, senza un reale miglioramento strutturale della mobilità urbana. Le misure restrittive sulla guida e sull’alcol non sono state accompagnate da un salto di qualità nei trasporti pubblici e questo rende l’uscita serale ancora più complessa. Il risultato è che la socialità si sposta verso il giorno».
Ma quella delle bakery è una tendenza globale e strutturata, pianificare un viaggio ormai significa annotare anche gli indirizzi delle panetterie imperdibili, accanto a musei e monumenti. È nato persino un termine: “bakery pilgrims”, pellegrini delle bakery, e in Corea del Sud il fenomeno è stato ribattezzato “bbangjisullae”, dalla fusione di bbang (pane) e seongjisullae (pellegrinaggio). A consolidare il fenomeno hanno contribuito anche Instagram e TikTok dove la fotografia perfetta di un cinnamon roll a Copenaghen o di un croissant a Londra ha trasformato laboratori artigianali in destinazioni internazionali. «I social amplificano, certo, ma non creano il valore dal nulla, al massimo lo rendono visibile. E quando generano trend effimeri ed esagerati, vengono smontati in fretta. Le mode durano poco», precisa Fociani.

Accanto al cambio di abitudini, c’è un dato oggettivo: il livello qualitativo si è alzato. «Dieci anni fa trovare un cornetto buono, fatto con burro serio, farine agricole, tempi lunghi e una tecnica consapevole era raro. Quasi tutti mangiavano margarina, che lo sapessero o meno e non era un bene». Oggi il pubblico percepisce la differenza tra una filiera trasparente e no, tra lievitazioni lente e prodotti industriali, tra materie prime selezionate e ingredienti scelti al ribasso. E oggi la qualità diffusa – anche grazie alle nuove bakery – è diventata tangibile: «Il livello medio è cresciuto moltissimo e il pubblico lo percepisce. Le file non si creano solo per moda, ci sono perché la qualità è riconoscibile». Anche se continuiamo a non spiegarci perché la fila, che è promessa, aspettativa, curiosità condivisa, si formi in alcuni posti e non in altri, a prescindere dalla qualità.
Perché alcune bakery, anche quelle con il contributo del team di Aliena, riescono ad attrarre un pubblico trasversale, italiani e stranieri compresi? «Non esiste una formula segreta. Quando un luogo riesce a unire identità chiara, filiera agricola raccontata con trasparenza, uno staff gentile e una coerenza narrativa stabile nel tempo, diventa riconoscibile. E oggi la riconoscibilità è una moneta forte, soprattutto per un pubblico che cerca autenticità ma anche standard leggibili». Le menzioni su testate internazionali – da Travel + Leisure a Food & Wine fino al The New York Times – sono, secondo Fociani, una conseguenza, non una causa del buon andamento delle loro aziende: «Se il lavoro è coerente e il prodotto è solido, prima o poi qualcuno lo racconta».
Intanto le file davanti alle bakery raccontano un nuovo modo di concedersi piacere, breve, luminoso, consapevole e non rinunciatario. Un rito mattutino che sostituisce l’aperitivo serale e ridisegna la geografia della socialità urbana, dove le star si chiamano babka, cruffin, pain au chocolat e affini, seducenti al palato e all’obiettivo, a un prezzo tutto sommato accessibile.
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