Turismo enogastronomico

"L'Italia è ormai un grande parco giochi del cibo". La critica del New York Times alla foodification dei centri storici

Spritz e carbonare si mangiano l'identità locale italiana, facendo scomparire le botteghe e le attività storiche. Così il turismo di massa ha trasformato interi quartieri in scenografie per stranieri affamati di cliché

  • 20 Ottobre, 2025
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Interi quartieri, vie o piazze dei centri storici trasformate in variopinte mangiatoie per turisti che pullulano delle più svariate offerte e formule per saziare i turisti. Un articolo del New York Times di qualche giorno fa ha messo in evidenza quello che ormai, soprattutto nelle grandi città, vediamo quotidianamente con i nostri occhi: un enorme luna park enogastronomico.

Il caso di Palermo e degli altri centri storici

Un’attenzione particolare il quotidiano newyorkese l’ha dedicata alle vie del centro di Palermo, dove il profumo di arancine fritte, dei cannoli e Aperol spritz  invade l’aria. Su via Maqueda trentuno ristoranti affollano una sola strada offrendo a turisti di ogni provenienza un tripudio di piatti e colori. Ma per il sindaco Roberto Lagalla questa abbondanza è diventata eccesso tanto da imporre uno stop all’apertura di nuovi locali nella zona. «Troppo zucchero rovina il caffè» ha commentato, spiegando che il cuore storico di Palermo «non deve trasformarsi in un villaggio del cibo». La città siciliana però non è un caso isolato. Da Bologna a Firenze, da Roma a Torino, molti centri storici italiani stanno diventando enormi ristoranti a cielo aperto, dove la carbonara viene servita in padelle da selfie e le sfogline lavorano dietro vetrine scenografiche. Gli amministratori temono che il turismo gastronomico, da sempre motivo d’orgoglio nazionale, stia oggi minacciando la stessa autenticità italiana. A Firenze, per esempio, le nuove aperture di ristoranti sono state vietate in oltre cinquanta strade.

Tra “foodification” e gentrificazione

Negli ultimi quindici anni i centri urbani si sono sempre più svuotati dei loro abitanti. Roma, per esempio, ha perso più di un quarto dei suoi residenti e i centri di Venezia e Firenze si sono spopolati ancora più rapidamente. In compenso, il turismo – che rappresenta il 13% del pil italiano – è esploso, trainato da un boom del “food & wine tourism” triplicato in un decennio. Palermo incarna bene questa metamorfosi tanto che, dopo il riconoscimento Unesco del 2015, i visitatori sono aumentati del 50% e il numero dei ristoranti del centro è raddoppiato. Bancarelle di frutta e pesce hanno lasciato spazio a locali che vendono limoncello, tiramisù e “pasta on a stick”.

«È come se fossero arrivati consumatori ciechi e con lo stomaco di ferro», ha commentato al Nyt Maurizio Carta, responsabile della pianificazione urbana. Per molti cittadini, la città rischia di diventare un “parco divertimenti gastronomico”. «Via Maqueda non è più una città, ma un luna park», ha dichiarato al quotidiano la residente Karen Basile, che paragona la vivacità dei locali a “gli ultimi giorni di Pompei”, mentre la Sicilia continua a soffrire disoccupazione e fuga di giovani.

La perdita di identità

La premier Giorgia Meloni ha definito il turismo come «un motore straordinario di ricchezza e benessere» e nel caso di Palermo c’è da evidenziare come i fondi per il turismo abbiano permesso di riqualificare quartieri un tempo segnati dalle bombe della Seconda guerra mondiale e dalla violenza mafiosa. Ma la “foodification” sta cominciando a presentare il suo conto fatto di affitti in crescita, perdita di botteghe storiche, omologazione dei sapori. Persino un fruttivendolo del mercato del Capo ha ammesso di guadagnare a fatica cento euro al giorno.

Le autorità locali, dal canto loro, stanno cercando di virare su un turismo più equilibrato, puntando su conferenze aziendali e nomadi digitali, mentre tendono a limitare nuove licenze per bar e ristoranti. «Così eviteremo che ogni via diventi un monocromo di spritz», ha affermato Carta, ricordando che il celebre cocktail non è nemmeno nato in Sicilia, ma nel Nord Italia.

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