Il Mediterraneo diventรฒ un mare globale dallโapertura del canale di Suez. Quellโevento coincise con lโunificazione dellโItalia. Essa era stato centro passivo del mondo mediterraneo (antico, medievale e moderno), dove si erano scontrati gli imperi e poi le grandi nazioni. E divenne soggetto attivo nelle vicende europee e snodo di un sistema geopolitico tra lโAtlantico e lโOceano indiano. Trovarsi in tale collocazione, comporta che tutti i paesi mediterranei devono in qualche modo rapportarsi con lโItalia sia quando si ragiona sulle possibilitร di sviluppo, sia quando bisogna fronteggiare i conflitti e le emergenze umanitarie. In questo percorso l’agricoltura ha un ruolo fondamentale.

Per il nostro paese, questa considerazione comporta la consapevolezza di dover svolgere la funzione dinamica di centralitร comprimaria del Mediterraneo. Naturalmente senza alcuna pretesa di egemonia culturale, linguistica o economica ma con grande umiltร e con una marcata disponibilitร al dialogo.
Si tratta di collaborare con ciascuno Stato della regione con la coscienza che ogni cultura nazionale ha il suo modo precipuo di guardare al Mediterraneo. Occorre creare un “nostro mediterraneismo” che deve confrontarsi con quello degli altri paesi, partendo dalle nostre specificitร .
La nostra โcultura del Mediterraneoโ dovrebbe poggiare su tre pilastri:
a) la consapevolezza che il nostro paese affonda le sue radici in mondi rurali molteplici di origine millenaria;
b) la coscienza che tale ereditร รจ un bene pubblico vitale per guardare al futuro;
c) la convinzione che tale bene pubblico serva come lievito per umanizzare lโattuale salto tecnologico.

Condizioni di estrema miseria caratterizzavano i mondi rurali del passato. Ma erano accettate dalle popolazioni con โdignitร โ. E tale accettazione costituiva una filosofia di vita, come afferma Friedrich George Friedmann. Una filosofia riconducibile ai pensatori presocratici e, in particolare, a Parmenide, vissuto nella cittร magnogreca di Elea e considerato da Karl Popper il fondatore della tradizione della riflessione critica. Si trattava di culture associate a pratiche comunitarie di diverso tipo: dai riti di ospitalitร nei confronti soprattutto dei piรน indigenti alle veglie serali dedicate a quella che oggi chiamiamo โintergenerazionalitร โ; dallo scambio di mano dโopera tra le famiglie nei momenti di punta dei lavori aziendali allโidea di vicinato coi suoi riti di reciprocitร ; dagli usi civici delle popolazioni sui terreni di proprietร collettiva alle associazioni locali, diffuse soprattutto nel Sud, come chiese ricettizie, confraternite, monti frumentari, monti di pietร , fino alle societร di mutuo soccorso.
Erano forme concrete di relazionalitร con cui gli individui si aiutavano vicendevolmente. Una sorta di โruralitudineโ, rimasta inconsciamente nei nostri caratteri di fondo.
Se oggi siamo quelli che siamo, lo si deve ad alcuni semi che abbiamo ereditato: senso della libertร individuale che si concilia con lo spirito comunitario; intangibilitร della dignitร umana che si integra con lo spirito di fraternitร . Semi rafforzati e stabilizzati, sul piano teologico e filosofico, dalla cultura giudaico-cristiana e dal suo incontro con il mondo greco-romano. E, in piรน, ci caratterizza quellโatteggiamento dubbioso ed esigente che ci proietta sempre verso nuove mete e quel vitalismo che si unisce al senso della misura, al rispetto, allโattenzione a non violare lโร perion, ossia lโillimitato.

I mondi rurali da cui proveniamo sono tipici del Mediterraneo. Un mare che unisce. Un luogo sincronico che esalta la distinzione contro la tragica opposizione. E la capacitร di integrare tradizioni culturali diverse e anche contrapposte. Non erano tanto le produzioni agricole a condizionare quei mondi. Ma lโagricoltura in quanto tale. Questa, intesa come produzione di cibo, รจ frutto di unโevoluzione molto graduale. Per migliaia di anni raccolta di frutti spontanei e coltivazione di specie addomesticate sono coesistite. E nel tempo la prima รจ diminuita nella misura in cui รจ cresciuta lโimportanza dellโaltra.
Lโagricoltura non viene inventata per produrre cibo. Nasce come attivitร dellโuomo per adattare la terra e le acque a forme piรน civili di convivenza umana. Accanto alle comunitร nomadi, sorgono le comunitร stanziali. E con lโagricoltura nascono le religioni, la filosofia, la scienza, la scrittura, i numeri e le prime forme di statualitร .
Nel Mediterraneo non sono le cittร a nascere dalla campagna: รจ la campagna a nascere dalle cittร . Una campagna che รจ appena sufficiente (o addirittura del tutto insufficiente) ad alimentarle. Ma un territorio reso stabile, bonificato, curato mediante lโopera costante dellโuomo, รจ un elemento di sicurezza delle cittร . I contadini mediterranei hanno sempre voluto vivere negli agglomerati urbani (le cittร contadine) โ i luoghi degli scambi โ dove poter svolgere attivitร molteplici e avere rapporti continuativi e fecondi con altre cittร .
Se si legge attentamente il poema di Esiodo Le Opere e i Giorni, scritto tremila anni fa, si puรฒ notare che lโattivitร agricola รจ considerata come un servizio, un rito religioso. Nellโattivitร agricola cโรจ un asservimento ai tempi dettati dal clima, alla resistenza del terreno, alle norme per preservare la fertilitร del suolo.
Anche nella Bibbia, โcoltivareโ si dice โabadโ che letteralmente significa โservireโ. Adamo ha ricevuto in dono il giardino con la finalitร di servirlo. โAbadโ indica il servizio alla terra e viene tradotto anche con il verbo โlavorareโ.

LโItalia, dunque, รจ sempre stata un arcipelago di culture di cui la terra รจ lโelemento essenziale. โHumilemque videmus Italiamโ esclama, sollevato, Enea quando giunge nelle acque calme del mar Tirreno. Questa frase dellโEneide non va tradotta โvediamo lโumile Italiaโ. Lโumiltร dellโItalia รจ semplicemente un richiamo alla โterraโ, allโhumus, a quello splendido avverbio humi che sta a indicare lโatteggiamento di chi poggia โa terraโ lโorecchio quasi a cogliere il pulsare profondo del sottosuolo dove oscuramente germina la vita.
Lโumiltร delle nostre origini non รจ servile, ma dignitosa, indica culture che sono state alla base delle grandi svolte tecnologiche che hanno liberato i contadini dalla fatica e dalla fame e fatto progredire la societร . Le metropoli planetarie del nostro paese sono cresciute con lโapporto determinante di gruppi umani provenienti, a piรน riprese, dalle regioni centro-meridionali.

Per questo, gli italiani si possono considerare un โpopolo di contadiniโ. Quelli, infatti, che migravano dalle campagne nelle cittร industriali non entravano in un limbo tra una cultura che si lasciavano alle spalle e unโaltra che non li accoglieva. Come scriveva Franco Ferrarotti, le culture contadine hanno fornito โquella base dโidentitร e quella sorta di ammortizzatore segreto delle crisi sociali, che in altri contesti hanno dato luogo a fenomeni di sradicamento e di alienazioneโ.
Negli anni Settanta del secolo scorso, viene ripresa unโintuizione di Rocco Scotellaro. Si cominciรฒ, infatti, a considerare la โruralitudineโ, ereditata dai mondi contadini tradizionali, una risorsa per lo sviluppo, un bene pubblico. Da una parte, emergeva il fenomeno dei giovani che occupavano le terre pubbliche e il loro incrociarsi con il movimento basagliano per la chiusura dei manicomi. Da quella fusione nacquero le esperienze pioneristiche di agricoltura sociale. Dallโaltra, sorgevano le agricolture di qualitร e le prime reti degli artigiani del cibo, promosse e studiate dallโINSOR di Corrado Barberis. Questi due fenomeni sono andati per conto proprio, in modo parallelo, per decenni. E hanno raggiunto una loro consistenza negli ultimi ventโanni.

Nel frattempo, il quadro si รจ arricchito di ulteriori esperienze di agricolture civiche o civili, soprattutto nelle aree urbane. ร del 2005 il Parere del CESE sullโagricoltura periurbana e del 2006 il primo studio della FAO sulla silvicultura e il verde nelle aree urbane e periurbane dellโAsia occidentale e centrale. Nel 2005 nasce la Rete Fattorie Sociali. ร del 2012 il Parere del CESE sullโagricoltura sociale. E nel 2015 viene approvata la legge italiana sullโagricoltura sociale.
Alla radice di queste tendenze cโerano una sensibilitร ecologica e una ricerca di senso espresse da laureati e diplomati di provenienza urbana o di estrazione contadina. Essi guardavano allโagricoltura non piรน con gli occhi dei padri e dei nonni, scappati via dalla miseria o rimasti in campagna per condurre lโazienda di famiglia. Erano, invece, incuriositi e affascinati dalle nuove opportunitร che, in un contesto di relativo benessere, il settore presentava in termini di diversificazione della qualitร dei prodotti e di offerta di nuovi servizi per la societร .
Come abbiamo visto, fin dalle origini lโagricoltura ha prodotto beni pubblici che oggi definiamo โservizi sociali e ambientali per le comunitร โ. Con le due guerre mondiali, ha preso spessore un ulteriore bene pubblico: la sicurezza alimentare (food security). Pertanto, le politiche agricole del Novecento sono state modellate per soddisfare questa crescente esigenza delle nostre societร .
Per produrre cibo sufficiente e di qualitร , lโagricoltura si รจ dovuta collocare in un insieme di relazioni molto intense con lโindustria e con la grande distribuzione. E in tale insieme, raffigurato nellโimmagine โfarm to forkโ, lโanello debole รจ rimasto il settore primario.
Nellโimmaginario collettivo, il cibo sโidentifica con โMasterChefโ, il format televisivo di pietanze culinarie che evocano lโabbondanza. E, dove cโรจ cibo in abbondanza, il mangiare รจ diventato, paradossalmente, qualcosa di molto simile a unโossessione. Sicchรฉ, nuovi miti e riti sostituiscono quelli di un tempo senza che tali metamorfosi siano vissute consapevolmente.
Non vi รจ dubbio che tali trasformazioni hanno indotto nellโagricoltura una sua peculiare crisi di senso. Una crisi destinata ad accentuarsi: lo sviluppo tecnologico impetuoso prefigura, infatti, un futuro in cui la produzione di cibo dipenderร sempre meno dalla terra. Fare le barricate non solo รจ inutile ma sarebbe anche paradossale se si guarda alla storia millenaria delle campagne e alle origini dellโagricoltura.

Le paure degli agricoltori vanno prese sul serio perchรฉ siamo appena agli inizi di una profonda trasformazione. Ma occorre trasparenza e onestร intellettuale nellโinterpretare bene il processo che si รจ aperto. Se lo si osserva attentamente, esso non comporterร un ridimensionamento dellโagricoltura. Si prospetta, invece, un rimescolamento delle sue funzioni e della rilevanza che ognuna di queste avrร in futuro. Rimescolamento di agricolture diverse da governare con intelligenza. Contestualmente alla produzione di cibo, che rimane una sua funzione ineliminabile, lโagricoltura, nelle sue diverse declinazioni, dovrร , infatti, continuare a svolgere, in forme da inventare, ruoli che da millenni interpreta senza alcun concreto riconoscimento sociale. Lo dovrร fare in misura sempre piรน rilevante perchรฉ crescerร nella societร una domanda di senso indotta dal salto tecnologico che stiamo vivendo. E, a fronte di tale domanda, le imprese agricole e le diverse agricolture dovranno sempre piรน attrezzarsi per generare โruralitudineโ, un bene pubblico con cui la societร potrร adattarsi meglio al clima, alla demografia, ai processi migratori e alla rivoluzione tecnologica.

Lโavvento dellโintelligenza artificiale segna un salto epocale nel rapporto tra lโumanitร con la tecnologia. Si tratta di un traguardo denso di opportunitร a cui mirare con gratitudine e speranza. Lโutilizzo di questa tecnologia puรฒ introdurre importanti innovazioni nellโagricoltura, nellโistruzione, nella cultura, nel campo medico. Puรฒ generare un miglioramento del livello di vita delle popolazioni. Con le applicazioni dellโintelligenza artificiale le organizzazioni potranno essere aiutate a identificare le persone che si trovano in stato di necessitร e a contrastare i casi di discriminazione e di emarginazione.
Occorre riflettere sul salto tecnologico da piรน prospettive. Una maggiore autonomia comporta una responsabilitร piรน grande per ogni persona nei vari aspetti della vita comune. Inoltre, la qualitร delle relazioni umane ne uscirร modificata in modo rilevante. E cresceranno i conflitti tra culture diverse. Soprattutto, ci sarร lโesigenza di valorizzare tutto ciรฒ che รจ umano al di lร delle macchine.
Per questo la societร , man mano che prenderร coscienza dei suddetti problemi, dovrร guardare alle agricolture come ad un giacimento prezioso di saggezza a cui attingere. Eredi di un millenario umanesimo rurale, gli agricoltori sono chiamati a compiere una grande opera di valorizzazione della โruralitudineโ. E cosรฌ contribuire a quel necessario processo di umanizzazione del salto tecnologico che molti invocano.
Per concorrere ad alimentare un pensiero capace di accompagnare il cambiamento, la โruralitudineโ dovrebbe diventare materia di ricerca non solo agronomica ed economico-agraria, ma anche storica, filosofica, sociologica, etno-antropologica e psicologica. Occorrerebbe, dunque, farla entrare a pieno titolo, con il suo carattere interdisciplinare, nei programmi degli ecosistemi di innovazione.
La โruralitudineโ dovrebbe, inoltre, trasformarsi in unโofferta di servizi per tutti, dallโinfanzia agli anziani, dalle comunitร rurali alle comunitร urbane. Unโofferta da promuovere con azioni che dovrebbero entrare a pieno titolo nelle strategie delle reti di imprese e componenti della societร civile.
Occorre, pertanto, eliminare una sorta di contrapposizione tra agricolture diverse: una tecnologica che guarda ai mercati globali e unโaltra tesa a specializzarsi nellโofferta di servizi e proiettata esclusivamente ai mercati locali. Per facilitare un avvicinamento tra modelli agricoli distinti, bisognerebbe che lโinsieme delle agricolture adottino un diverso sguardo etico sullโeconomia.
Si tratta di acquisire il paradigma dellโeconomia civile e di adattarlo alle specificitร agricole. ร una tradizione fondata nel Settecento illuminista da un filosofo ed economista napoletano, Antonio Genovesi, che non distingueva, nรฉ tantomeno separava lโeconomia dalla societร . E questa concezione รจ legata a filo doppio con le millenarie culture agricole del Mediterraneo.
Lโeconomia civile ha molti elementi in comune con lโeconomia mainstream e, come questโultima, ha una molteplicitร di declinazioni. Lโidea di fondo che lega le diverse espressioni dellโeconomia civile รจ che la coesione sociale รจ la premessa dello sviluppo e non il suo esito.
Insomma, ci vuole una visione unificante che investa sia la sfera della conoscenza, sia lโazione collettiva. Una visione e una proposta che portino ad una modifica profonda del modello di intervento pubblico in agricoltura, nellโUe e negli stati membri. E ad un dialogo fattivo, su basi culturali e politiche solide, con gli altri paesi del Mediterraneo.

Il testo รจ tratto dall’intervento di Alfonso Pascale – formatore, studioso e storico dell’agricoltura – al Convegno โConnessioni cittร โ campagne e pianificazione del territorio nella regione mediterraneaโ organizzato da Cerealia, Insor, FIDAF e Confagricoltura tenutosi a Roma il 28 ottobre 2025
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