Avvertenza: se pensate che il pranzo sia il pasto piรน sacrificabile della giornata, lasciate questa lettura, o al contrario leggete bene le prossime righe, perchรฉ non รจ cosรฌ.
Questo articolo nasce dalla lettura di un articolo pubblicato lโestate scorsa su Esquire in cui la rivista di moda maschile per eccellenza celebrava il ritorno del power lunch, lโalternativa goduriosa e gourmet al pranzo dโaffari: non pesce bollito, insalatina e acqua, ma un vero pranzo, libagioni comprese, per festeggiare un business andato bene, iniziarne uno o rafforzare i legami.
Da quel power lunch โ rito newyorkese celebrato in mille film โ attraversiamo lโAtlantico e mezzo Mediterraneo per capire come sta, da noi, il pranzo. Quello di lavoro, quello che si fa nel mezzo della settimana tra una call e una riunione e che รจ in grande trasformazione. E sancisce il ritorno della schiscetta… Usanza milanese (da cui prende vita il nome), ma ben presente anche in altre realtร come quella indiana e celebrata anche nella serie coreana Squid Game.

L’articolo integrale e altri servizi sulla crisi della trattoria li trovate sul mensile Gambero Rosso in edicola
Capire come sta il pranzo รจ importante per molte ragioni. La prima, lo vedremo, รจ che, nonostante quello che dicono i dietologi di Instagram, resta il pasto piรน importante della giornata per unโalimentazione corretta. La seconda ragione sta nel fatto che storicamente il pasto che si consumava fuori casa era un formidabile impollinatore culturale: a pranzo โ in trattoria e in mensa โ si consumavano le cose che non si mangiavano a casa, si usciva dalla stretta cultura alimentare famigliare e si scoprivano cose nuove.
Terzo motivo di importanza: il pranzo รจ un indicatore di qualitร della vita lavorativa, oltre che di attenzione ai dipendenti e al loro benessere. E questo รจ fondamentale in un contesto in cui il lavoro (anche quello โpulitoโ in giacca e cravatta) รจ percepito come sempre piรน stressante e precario; tanto piรน che lโItalia รจ in fondo alle classifiche di soddisfazione del proprio posto di lavoro con solo il 43% dei dipendenti soddisfatti secondo unโindagine di Great Place to Work del 2025. Come per tanti rituali della nostra societร , la pandemia ha segnato anche per il pranzo uno spartiacque.

Prima del Covid la pausa pranzo degli italiani era un rituale stabile e codificato. Secondo unโindagine Nomisma del 2019, il 43% dei lavoratori consumava il pranzo in ufficio almeno 2-3 volte a settimana, spesso portando cibo da casa, mentre circa il 45% riusciva a rientrare tra le mura domestiche specialmente nei centri minori o quando la distanza casa-lavoro lo permetteva: dove si pranzava, e per quanto tempo, rappresentava il paradigma dello stile di vita rilassato della provincia italiana versus la fretta del lavoro in cittร . Le mense aziendali, le tavole calde e i ristoranti di prossimitร erano ancora parte integrante del paesaggio urbano e della quotidianitร lavorativa: si mangiava fuori meno che prima della crisi del 2008-2011, ma era ancora un rito diffuso.
Lโarrivo del Covid-19 ha rivoluzionato questa routine: gli smart worker sono passati secondo il Ministero del Lavoro da 200mila a circa 1,6 milioni, svuotando uffici e mense, molte delle quali non hanno riaperto. La Fiepet-Confesercenti stima che durante i mesi di lockdown ci sia stata una perdita di circa 250 milioni di euro al mese nei consumi dei pubblici esercizi. Lo smart working non รจ stato solo una comoditร per i lavoratori e un problema di uffici vuoti, ma ha ridisegnato il rapporto tra domanda e offerta di cibo. E ha colpito inevitabilmente lโindotto del food cresciuto attorno alle zone con alta densitร di uffici e capannoni. Noi milanesi non possiamo scordare le contorsioni del sindaco Sala, che prima aveva dichiarato uno smart working generalizzato per tutti i dipendenti comunali e poi era tornato rapidamente sui suoi passi, spinto dalla crisi dei locali del centro vuoti. Il pranzo, oltre che socialitร , salute ed estetica, รจ economia.
Giร nel 2021, secondo un rapporto Coldiretti-Censis, il 57% dei lavoratori italiani si portava il pranzo da casa, contro il 39% pre-pandemia: un cambiamento spinto da motivazioni sanitarie (evitare ambienti affollati), organizzative (molti locali e moltissime mense non avevano riaperto, e non lo avrebbero piรน fatto) e certamente economiche (riduzione del potere dโacquisto).
La tempesta perfetta del post pandemia, con il ritorno dellโinflazione che ha eroso il giร traballante potere dโacquisto degli italiani, ha contribuito a consolidare le abitudini acquisite in pandemia del pranzo portato da casa e consumato spesso davanti al computer, soprattutto tra i Millennials.

Certo, cโentrano lโattenzione alla salute e alle porzioni, ma si รจ trattato soprattutto del bisogno di contenere i costi: nel 2023, Federconsumatori stimava che un pranzo domestico costasse in media 3,90 euro, contro i circa 15 necessari per un pasto completo al bar o al ristorante (pasta, acqua, dolce, caffรจ), oltre il 74% in meno. Questo divario si รจ ampliato negli ultimi anni: tra il 2019 e il 2023, il costo medio del pranzo fuori casa รจ aumentato dell’8%, trascinato in particolare dai rincari su caffรจ, acqua e dessert. Parallelamente, il numero dei lavoratori che consuma abitualmente a pranzo cibo preparato a casa ha raggiunto la percentuale record del 78% secondo il Rapporto Censis-Camst 2025.
Sempre secondo questo rapporto, nel 62% dei casi il piatto รจ preparato appositamente per la pausa pranzo, non una rimanenza della cena o cose prese a caso in frigorifero. ร il ritorno prepotente della “schiscetta“, celebrato in un recente articolo sul sito di Gambero Rosso. Il nome in dialetto milanese, una delle poche parole milanesi assurte alla dimensione nazionale, รจ passato dallโindicare una gavetta metallica con gli avanzi della cena a indicare invece un oggetto che puรฒ essere anche di design โ magari passando per il Giappone, con i suoi bento box โ e contenere pasti attenti e bilanciati, a volte anche troppo leggeri.

Spiega il nutrizionista Luca Laudani che, in una dieta bilanciata, lโapporto calorico del pranzo dovrebbe essere quello preponderante nella giornata: 30-35% delle calorie giornaliere, con il rimanente suddiviso tra colazione (15-20%), cena (25-30%) e due spuntini attorno al 5-10% di fabbisogno lโuno. Il pranzo dovrebbe essere bilanciato e vario, tra carboidrati, proteine e grassi โbuoniโ, evitando tanto il โproteinismoโ estremo tanto di moda sui social, quanto porzioni troppo abbondanti che inducono sonnolenza.
Ma si deve mangiare, spiega il dottore: per non arrivare a fine giornata con le pile scariche, rendendo meno e soprattutto facendo danni al momento dellโaperitivo quando saremo portati inesorabilmente a sgarrare. Sarร anche gourmet, ma lโaperitivo difficilmente sarร definibile come elemento di una sana alimentazione bilanciata.
Inoltre โ poichรฉ si mangia con la bocca, gli occhi, ma anche col cervello โ Laudani sconsiglia anche di mangiare davanti al computer, e non solo perchรฉ โ secondo chi scrive โ รจ triste: senza un chiaro stacco, la mente non percepisce che ci stiamo nutrendo e tornerร troppo presto ad avere fame. Bisognerebbe mangiare seduti, possibilmente in un posto diverso dalla propria scrivania. Ma qui e soprattutto in cittร le cose lasciano a desiderare.
Quelle belle cucine aziendali che fanno la loro bella figura in molti film sono ancora e solo appannaggio delle start up piรน innovative, mentre i molti โlavoratori della conoscenzaโ (i cosiddetti โknowledge workersโ occupati nella finanza, nei media o nelle tecnologie dell’Informazione e della comunicazione) quando non si mangiano la schiscetta, optano per lโimmancabile delivery o per lโofferta del supermercato piรน vicino.

Basta attraversare il centro di Milano allโora di pranzo per capire come vanno le cose: si incrociano numerosi sciami di lavoratori in giacca e cravatta e sacchettino del supermercato di ordinanza e si capisce cosa significhi il dato secondo cui il 90% dei lavoratori pranza con i colleghi. Basta poi addentrarsi in una Esselunga in zona centrale โ sono tutte uguali โ per capire come ormai entrare in un supermercato significhi sfilare davanti a frigoriferi pieni di insalate di pollo, insalata greca, salmone con verdure, vitello tonnato, fagiolini al vapore, riso Venere in tutte le fogge (incredibile pensare che abbiamo vissuto decenni senza riso Venere) da cui scegliere il proprio pranzo. E cโรจ da dire che la corsa al supermercato รจ anche spesso lโunica passeggiata che fa quel 97% dedica che meno di 30 minuti alla pausa pranzo che acquistano in negozio e tornano a mangiare alla scrivania: รจ la scelta preferita della Gen Z, insieme al delivery.
La โmezzaโ โ ovvero lโora di pranzo โ sotto la Madonnina รจ anche segnata dal vorticoso muoversi dei rider, quasi sempre su biciclette elettriche illegali (trasformate in motorini senza targa) per soddisfare la pigrizia e la mancanza di tempo dei โlavoratori della conoscenzaโ: ovvero, nelle parole di Raffaele Alberto Ventura, la nuova classe disagiata che mangia male e vive male (peggio dei boomers, meno inclini a rinunciare a mangiare in un posto a questo adibito e da scegliere in base alla capienza del proprio portafogli).
Insomma, il pranzo รจ diventata lโennesima asticella che divide chi ce lโha fatta da chi fatica. Lo riassume con grande efficacia uno startupper milanese: ยซChi ha fatto lโexit buona (ovvero, chi ha venduto lโazienda in cambio di un bel gruzzolo, ndr) va a pranzo alla Langosteria, gli altri mangiano il pranzo dellโEsselunga o la schiscetta portata da casaยป.
Ecco: Langosteria รจ in effetti uno dei ristoranti che il Financial Times ha incluso nella sua guida โPower dining: the restaurants where deals are made in Milanโ del 2023, che raccoglie sei ristoranti del centro dove pranzo e business vanno a braccetto: non ci potrebbe essere nulla di piรน lontano dal sacchetto in mater b bianco, che contiene una confezione in carta e plastica di mais compresa di forchettina in bambรน e consumata dagli assistenti delle โgrisaglieโ che vi si siedono. E che, a Roma, contendono ai turisti la meravigliosa piazza de Ricci con gli ombrelloni bianchi di Pierluigi dove il power lunch sembra essere ben vivo: niente menu ridotto per il pranzo veloce qui, ma relax, servizio e buoni vini per la continuazione del business con altri mezzi.
Il โmenu del pranzoโ, che รจ stato il tentativo dei ristoranti di sopravvivere ai cambiamenti di abitudine dei clienti, sembra sparito โ come, si parva licet, i panini dai bar, che avevano per primi messo in crisi il pasto con tovaglia โ a favore di soluzioni ร la carte. Niente menu fisso al Rigolo, storico luogo da power lunch in Brera, nรฉ nella gran parte dei ristoranti visitati. Ci crede invece ancora Barbara Agosti, chef dei due mondi (gastronomici) di Eggs (sedi in Brera e a Trastevere) che fa felici i suoi clienti con un business lunch a 20 euro proponendo una selezione di piatti presi dal menu (con porzioni ridotte) che farebbero felice anche il dottor Laudani, oltre che la concentrazione dopopranzo: con antipasto, main course, coperto pane e acqua siamo a 23 euro, a Milano ci fai poco.
A camminare e a guardare cibo ci รจ venuta fame, ma non siamo da power lunch, cosรฌ prendiamo la metropolitana per uno dei posti piรน geniali rimasti a Milano: la Trattoria San Filippo Neri in viale Monza. Un dehors spettacolare e un menu chilometrico, in prevalenza lombardo, da cui pescare il piatto del giorno. Mentre si fanno due chiacchiere con il vicino al tavolo sociale e si osserva la clientela di lavoratori (alla fine della giornata, la San Filippo Neri sfama 500 persone), si riesce a apire bene cosa voglia dire che non basta sfamarsi, ma รจ importante anche partecipare a un rito di civiltร . E allora: piรน pranzi โ seduti, caldi, comodi, rilassati, significativi โ per tutti!
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