Dopo le parole di Chiara Pannozzo e la valanga di reazioni social che ne รจ seguita, abbiamo deciso di proseguire lโindagine su un tema evidentemente ancora irrisolto: il ruolo delle donne nelle cucine e nei ruoli apicali continua a non essere riconosciuto? E il nome su cui imprenditori e guide scelgono di puntare รจ ancora, molto spesso, quello di un uomo? Per capirlo abbiamo ascoltato una delle voci piรน autorevoli del settore, Valeria Piccini, Shef e patronne di Da Caino a Montemerano.
ร una storia che merita di essere raccontata, quella di Valeria Piccini, shef โ come ama definirsi โ e patronne del ristorante Da Caino insieme al figlio Andrea Menichetti, oggi alla guida della sala e della cantina. Tutto comincia quando, giovanissima, si sposa con Maurizio Menichetti e si ritrova a varcare la soglia della cucina della trattoria di famiglia, quella dei suoceri.
ยซQuando sono entrata in cucina, oltre a mia suocera Angela, cโera una brigata interamente femminile, formata dalle donne del paese. Nella mia esperienza non cโรจ mai stata discriminazione, proprio perchรฉ eravamo tutte donne e quindi, in un certo senso, la discriminazione non poteva esserci. ร con loro, e grazie a loro, che abbiamo ricevuto le tre forchette e le due stelle. Gli uomini sono iniziati ad arrivare soltanto quando le โmie signoreโ si sono forse un poโ intimorite di questo successo: avevano paura di non essere allโaltezza, ma questa era una cosa loro, personale, anche perchรฉ erano grandi e avevano giร lโetร della pensioneยป, racconta Valeria, incalzata da noi per capire se nel settore esista o meno una discriminazione di genere.
ยซNella mia brigata – aggiunge – ci sono sempre state donne e non ci sono mai state discriminazioni di nessun tipo, nemmeno retributive. Forse perchรฉ, essendo io il โcapoโ, certe dinamiche sono impossibili da mettere in campo. Per quanto riguarda, invece, gli imprenditori che preferiscono investire sugli uomini, io ho fatto soprattutto consulenze, perรฒ a quanto pare questa cosa รจ un poโ vera: tutti cercano chef uomini, e alle chef donne viene data meno responsabilitร ยป.

A sostenere questa tesi non ci sono solo le testimonianze delle chef, ma anche dati che riguardano tutti i settori. Secondo il Global Gender Gap Report, redatto ogni anno dal World Economic Forum, l’Italia รจ allโ85ยฐ posto su 148 Paesi, tra le ultime in Europa, per paritร di genere. Solo il 15,3% delle imprese italiane ha una donna come top manager. Il divario, del resto, non riguarda soltanto lโItalia. Come ha evidenziato un recente articolo del Washington Post, su LinkedIn molte donne hanno sperimentato un aumento di visibilitร dopo aver reso il proprio profilo piรน โneutroโ o โmaschileโ, cambiando linguaggio, toni o informazioni sull’identitร . Un fenomeno che riaccende il tema dei bias: anche quando le piattaforme sostengono di non usare dati demografici, lโalgoritmo tende a premiare ciรฒ che storicamente viene percepito come piรน autorevole. Quello che succede su LinkedIn racconta qualcosa di molto vicino a ciรฒ che emerge anche nel mondo della ristorazione: la credibilitร , spesso, non dipende solo dalla competenza, ma da come viene riconosciuta quest’ultima. Se un profilo ottiene piรน attenzione quando appare maschile, รจ perchรฉ esiste ancora unโidea implicita di autorevolezza che ha un genere. In cucina, questo si traduce in dinamiche simili, non necessariamente nella discriminazione quotidiana tra i fornelli, ma nel momento in cui si decide chi guida e chi sia meritevole di fiducia e responsabilitร . ยซNel mio piccolo io valorizzo lโimpegno e le capacitร , che prescindono dal fatto di essere uomo o donnaยป, aggiunge Valeria Piccini, che salutiamo con lโultima domanda: se avesse avuto una figlia femmina, le avrebbe consigliato di intraprendere la sua carriera? ยซAssolutamente sรฌยป.
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