Le va dato atto: Chiara Pannozzo è riuscita a trasformare il locale veronese della famiglia Dalfini, da sempre impegnata nel settore carni, in una meta gastronomica. Ora, però, sente il bisogno di staccare. Non perché ciò che aveva non le piacesse – anzi, sottolinea che da Bue Nero si era costruita una comfort zone in cui è cresciuta più di quanto immaginasse – ma perché vuole rimettersi in gioco, malgrado i limiti della ristorazione in Italia.
«Ho voglia e bisogno di staccare dalla routine, nonostante da Bue Nero mi trovassi in una comfort zone dove sono cresciuta molto. Ma ho iniziato a lavorare a 14 anni e mi sono resa conto che, al di là di quello che cucino – e comunque per me cucinare è una sorta di dipendenza – il mio obiettivo è sempre più quello di conoscere persone nuove, imparare da loro, mettermi in gioco». Un desiderio che Chiara sta trasformando in un progetto concreto: il suo canale YouTube, “Parla Come Magni”, dove porta lo spettatore nel dietro le quinte delle cucine, tra produttori e artigiani. Un titolo che rivela le origini laziali della cuoca, nata e cresciuta a Terracina, ben accolta da Milano, dove ci è stata per otto anni, prima nel team di Carlo Cracco, poi al fianco Eugenio Roncoroni quando stava Al Mercato Burger Bar.
Ed è proprio a Milano, il 30 gennaio da Nestudio, il prossimo appuntamento dei suoi pop-up in giro per l’Italia e nel mondo: «Porterò quattro pizze con le interiora, sarà una serata all’insegna di musica e birrette. Un’altra faccia della ristorazione dove mi ci trovo parecchio a mio agio. A febbraio sarò da Manifattura Culinaria a Empoli, poi all’Osteria Michiletta di Cesena e al Vinificio di Roma (loro anche il recente Forno Ritorno, ndr)».

Ma il pensiero va già al futuro: «Vorrei un posto mio, o comunque far parte di un progetto che non sia un format». Dove? «Vengo da un paesino e sono attratta dalle grandi città. Milano, tra le grandi città italiane, è sicuramente quella più cosmopolita, poi ci ho già vissuto e quando torno per lavoro o per gli eventi mi rendo conto che lì la gente è abituata a muoversi, a girare. Potrò dunque continuare a coltivare contatti e relazioni, perché il lavoro è importante, però non posso passare la vita solo tra casa e lavoro. Non perché lavori troppo, quello non mi pesa, ma perché la vita è fatta anche di altro».
E se non trovasse quello che fa per lei? «Ho sempre detto che posso fare un passo indietro, anche due. Potrei mettermi a fare il capopartita, per dire. Per me l’importante è continuare a fare questo lavoro e farlo bene. Anche perché siamo in un periodo in cui è sempre più difficile trovare qualcuno che voglia davvero fare questo mestiere».
Questo mestiere che rapporto ha con le donne? Essere donna rappresenta un ostacolo? «Posso parlare sinceramente? Se me lo aveste chiesto qualche anno fa avrei detto di no, perché mi sono sempre trovata bene nelle brigate a maggioranza maschili. Ora ho cambiato idea: quante donne vedete sui palchi delle premiazioni gastronomiche? Io sono scoraggiata. Non me ne sono mai preoccupata troppo, però se guardo i numeri e certe situazioni è evidente che un problema c’è. La figura maschile continua a essere percepita come più autorevole, più “forte”, e questo pesa eccome. Non sto dicendo che dovrei essere lì sopra, sul palco delle premiazioni, ci mancherebbe, non voglio sembrare presuntuosa. Però è un peccato, perché sarebbe bello vedere più donne valorizzate nel nostro settore, ognuna con la sua identità e la sua mano». E aggiunge: «Quanti imprenditori investono su una donna? Il primo nome che viene in mente è quasi sempre un uomo, non una donna. È ancora così quando si parla di gestire un ristorante».
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