Il numero del Vinitaly prende per mano la paura che si respira diffusamente intorno al mondo del vino e la traduce in cambiamento. Siamo andati dietro i silenzi del settore, l’atteggiamento cauto e difensivo, l’incertezza di fondo, l’immobilismo intorno alle solite tematiche. Per farlo siamo stati all’osannato Wine Paris e al tanto vituperato Prowein. Ci siamo confrontati con numerosi Master of Wine internazionali, abbiamo interrogato ristoratori, sommelier, export manager, studiato le nuove rotte dell’export (l’Africa e l’India dove siamo tornati con i nostri tour) e i trend di consumo della GDO. Intorno al vino c’è un clima strano, di attesa continua: anche produttori e comunicatori sembrano improvvisamente in difetto, esitano a raccontare le proprie etichette come hanno sempre fatto, postano meno bottiglie, fanno autocritica, a volte si flagellano. Qualcuno si iscrive perfino in palestra dopo 30 anni.

L’editoriale è stato pubblicato nella rivista di aprile
E, allora, proviamo a ribaltare la prospettiva. E lo facciamo anche attraverso un libro che circola sottobanco tra gli addetti ai lavori, Sbronzi di Edward G. Slingerland. Non è un invito al consumo selvaggio di alcol, ma un saggio brillante, scritto da un professore di filosofia, che unisce ricerca storica, sguardo internazionale e ironia sul neosalutismo. Parte da lontano e arriva a una conclusione che oggi suona scandalosa: l’ebbrezza non è un incidente della civiltà, ma una delle sue condizioni, una sorta di “tecnologia sociale“.
Gli esseri umani non si ubriacano per errore: lo fanno da sempre, in ogni epoca e cultura. Non perché ignorino i rischi, che possono essere devastanti, ma perché l’ebbrezza controllata ha avuto una funzione: costruire legami, sciogliere diffidenze, creare comunità, sviluppare creatività, accompagnare i rituali. I nobili dell’antico Egitto, i primi intenditori di vino al mondo, erano deposti in tombe piene di orci che riportavano accuratamente l’annata, la tipologia e il nome del produttore.
Qualche tempo fa, a pranzo, Nanni Copé (alias Giovanni Ascione) – uno che di vino scriveva prima di produrne di ottimo – raccontava: «Ti rendi conto che con il mio rosso le persone si conoscono, si parlano, si innamorano? Ci fanno l’amore». Il vino non è solo un prodotto: è un sentimento, relazione, connessione. Ora si tratta di traghettare tutto questo dentro un cambiamento reale dei consumi e della vita sociale. Bere meno e meglio, certo, ma soprattutto dare una forma. E, come dice Maurizio Zanella: «Non dobbiamo rompere i coglioni». Sì, perché sappiamo essere incredibilmente noiosi. E se non possiamo più tollerare chi mette sullo stesso piano una vodka al melone e una buona bottiglia di vino, magari da vigna vecchia, allo stesso tempo dobbiamo avere il coraggio di cambiare, guardare altrove, metterci in ascolto.
E smetterla una volta per tutte con la frase più pericolosa di tutte: «Abbiamo sempre fatto cosi».
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