Intervista

"Amiamo il vino italiano": perché l’India è il mercato su cui puntare adesso

Consumi in crescita, giovani curiosi e una percezione premium del Made in Italy: il mercato indiano del vino sta cambiando rapidamente e offre opportunità concrete per i produttori

  • 14 Aprile, 2026
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Incontriamo Sonal C. Holland MW a Mumbai. È formatrice, consulente, relatrice e imprenditrice: nel 2016 è diventata la prima indiana a ottenere il titolo di Master of Wine (Institute of Masters of Wine, Londra). È tra le voci più autorevoli nella diffusione della cultura del vino in India, con la Sonal Holland Wine Academy e altre attività promuove masterclass, degustazioni e training per professionisti e consumatori. Collabora con aziende di vino e spirits su strategia e posizionamento ed è regolarmente invitata come giudice e speaker su trend e opportunità del mercato indiano. È la voce giusta per fare chiarezza sul mercato indiano anche in relazione ai nuovi accordi commerciali.

Il vino in India non è più per pochi

Fotografiamo il momento, qual è il rapporto tra l’India e il vino?

Il consumo di vino in India cresce con costanza da vent’anni, praticamente da quando lavoro in questo settore. In questo periodo ho visto il vino trasformarsi: da bevanda elitista, riservata ai più ricchi, a prodotto molto più mainstream. Oggi, in tutta l’India e in tutte le fasce economiche, il vino viene bevuto in molte occasioni: matrimoni, feste, cene e ritrovi in casa. È diventato anche un simbolo moderno di raffinatezza, successo e aspirazione. E gli indiani lo inseriscono sempre più spesso accanto ad altre bevande. L’India, del resto, è un grande Paese consumatore di alcol: siamo il terzo mercato al mondo per consumo, dopo Cina e Stati Uniti. Questo rende l’India un mercato entusiasmante sia dal punto di vista della produzione sia da quello del consumo.

I principali Paesi da cui l’India importa vino?

L’Australia guida la categoria degli import: circa il 40% del vino importato è trainato da etichette australiane. Il motivo è semplice: marchi di grande volume, prezzi accessibili e presenza capillare nelle città indiane. Inoltre, un recente accordo commerciale con il governo indiano ha ridotto le tasse su alcuni prodotti australiani, accelerando ulteriormente la crescita. Ma non è solo una questione fiscale: l’Australia investe da anni in India con formazione, eventi per i consumatori, iniziative di comunicazione e attività educative. Ne parlo così tanto perché vedo un’opportunità simile anche per i vini italiani.

E com’è percepito il vino italiano?

I vini italiani hanno un grande vantaggio competitivo: in generale il consumatore indiano li percepisce come premium, indipendentemente dalla regione di provenienza. Molti non conoscono ancora tutta la ricchezza del vino italiano – vitigni, denominazioni, territori, stili – ma la scorciatoia mentale è fortissima: «Se è italiano, deve essere buono». È un vantaggio enorme, che l’Italia può valorizzare con attività promozionali ben strutturate, campagne mirate e una presenza costante sul mercato. Il vino italiano può crescere molto in India.

Che cosa bevono i giovani?

I giovani bevono un po’ di tutto, e questa è una buona notizia: in molti altri Paesi i giovani stanno riducendo i consumi, e questo è un rischio per il vino. In India invece sperimentano e sono curiosi.

Vede il bicchiere mezzo pieno?

Direi pieno. Questa è la prima vera generazione indiana che sceglie il vino come parte della propria cultura del bere. Nel mio caso, per esempio, i miei genitori potevano bere vino occasionalmente, ma mio padre è soprattutto un bevitore di whisky: io appartengo sostanzialmente alla prima generazione “wine-driven” del Paese.

Perché sono interessati al vino?

I giovani di oggi non vedono il vino come qualcosa di alieno o culturalmente intimidatorio. Per loro è semplicemente parte dell’offerta, insieme a whisky, tequila, vodka, cocktail e birra. Non sono intimoriti: sono curiosi. Il vino offre molti colori, stili e gusti, e questo li intriga. Fanno domande, vogliono capire, amano le storie dietro le etichette. E il mondo del vino, di storie, ne ha infinite. Per questo lo inseriscono con naturalezza nel loro repertorio: ed è un segnale molto positivo.

L’immagine del vino italiano è legata alla cucina italiana? E questo aiuta?

Non direi che sia legata automaticamente, ma la cucina aiuta moltissimo. Oltre alla cucina indiana, che consumiamo quotidianamente a casa, le due cucine più amate sono l’italiana e la “cinese” (sempre più intesa come pan-asiatica, con sushi e altre proposte dall’Asia). Tra le cucine europee, l’italiana è la numero uno. In India ci sono tantissimi ristoranti italiani: dalle pizzerie informali al fine dining. E negli hotel a cinque stelle – dove spesso ci sono tre o quattro ristoranti – uno è quasi sempre italiano. Lo vedo anche in famiglia: se chiedo a mia figlia cosa vuole mangiare, raramente sceglie indiano. Chiede pizza, pasta o sushi. È ciò che amano Gen Z e Gen Alpha: quello che vorrebbero mangiare ogni giorno.

Quindi per l’Italia ci sono buone possibilità di crescita?

Avete ottime possibilità. In generale gli indiani non sono ossessionati dagli abbinamenti cibo-vino: non pensano necessariamente di dover bere vino italiano per forza con piatti italiani. Ma la popolarità della cucina italiana aiuta in modo concreto: le persone frequentano spesso ristoranti italiani e lì i vini italiani sono proposti “di default”. Questo aumenta l’esposizione ai brand, crea familiarità, sostiene i consumi anche sul piano sociale e culturale.

Parliamo della scena vinicola indiana: sta crescendo?

Sì, decisamente. I vini indiani detengono ancora la quota principale dei consumi: circa sei o sette bottiglie su dieci consumate in India sono vini nazionali. Consumiamo circa 2,5 milioni di casse di vino indiano all’anno. Sulla carta esistono più di 100 cantine, ma quelle davvero attive e rilevanti sono meno di 20.

E la qualità?

Migliora anno dopo anno. Assaggio vini indiani da due decenni e posso dire con serenità che il salto qualitativo è stato importante: oggi molte etichette sono buone e alcune sono davvero interessanti.

Quali sono le regioni e i terroir più importanti?

La maggior parte delle cantine si trova a Nashik, intorno alla città di Nashik, a circa tre-quattro ore di auto da Mumbai. Un’altra area significativa è il Karnataka, nel sud-ovest, nell’area di Bengaluru e Mysore. Esistono poi realtà anche a Solapur, nel Maharashtra – lo stesso Stato di Mumbai – ma a circa quattro-cinque ore di auto.

Il riscaldamento globale vi crea problemi?

Siamo da sempre un Paese caldo, potremmo scherzare dicendo che abbiamo “anticipato” noi il riscaldamento globale. Dal punto di vista tecnico, servono condizioni più fresche o vigneti ad altitudini maggiori per ridurre i rischi. Abbiamo però valli, fiumi, laghi e una geografia molto ampia che può aiutare a mitigare. Siamo praticamente un continente… Detto questo, il clima resta una sfida reale per la crescita dell’industria del vino.

Considerando che l’India produceva vino oltre 2.000 anni fa, state recuperando vitigni autoctoni?

Al momento lavoriamo soprattutto con varietà internazionali. Per i rossi: Cabernet Sauvignon, Shiraz, un po’ di Sangiovese e anche Tempranillo. Per i bianchi siamo noti soprattutto per Chenin Blanc, Sauvignon Blanc e Chardonnay, con piccole quantità di Riesling. Pinot Grigio non ancora…

Prevalgono enologi indiani o consulenti internazionali?

In passato i consulenti internazionali erano molto presenti. Grover Zampa – una delle cantine storiche – ha lavorato per anni con Michel Rolland, che ha contribuito a creare La Réserve, a lungo tra le etichette più popolari in India. Fratelli Wines ha collaborato a lungo con l’enologo italiano Piero Masi; oggi è suo figlio Giovanni a guidare le operazioni. Sula, attualmente la cantina numero uno, ha lavorato con Kerry Damskey dalla California. La tendenza però è positiva: i produttori indiani hanno costruito team eccellenti di enologi e winemaker indiani, spesso formati all’estero e rientrati in patria per produrre vini di qualità.

Il futuro del mercato indiano?

Molto brillante. Basta pensare a un matrimonio “importante” di una famiglia borghese medio-alta: non serve essere milionari per avere 500-1000 invitati, tre giorni di festeggiamenti e un enorme consumo di bevande. Se vuoi fare colpo, oggi servi vino. E se è italiano, fai davvero una gran figura. Solo il comparto wedding muove volumi impressionanti, e in più siamo un Paese in crescita demografica. L’India sarà uno dei mercati strategici al mondo per il consumo di vino: i dati economici e demografici lo dicono chiaramente. È il posto in cui investire. Adesso.

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