Prima dei filosofi greci e dell’Impero romano, la palma da dattero era già coltivata da millenni. Ha accompagnato la nascita delle prime civiltà e continua ancora oggi a produrre uno dei frutti più consumati al mondo. La sua storia affonda le radici nella Mesopotamia di oltre seimila anni fa e attraversa alcune delle più grandi civiltà del Mediterraneo (tema che sarà anche al centro di Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, l’evento del Gambero Rosso che il 19 giugno approderà a Napoli).

Il principale produttore mondiale è l’Egitto. Eppure il dattero che molti europei trovano sugli scaffali dei supermercati spesso non proviene da lì. Gran parte della produzione egiziana viene infatti consumata internamente, alimentando un mercato nazionale enorme. Attorno a questo frutto ruota un’economia globale che vale miliardi di dollari. Negli ultimi anni la domanda è cresciuta particolarmente grazie all’interesse per gli snack energetici e i dolcificanti alternativi allo zucchero raffinato.
Del dattero, poi, non si spreca nulla. Il tronco viene utilizzato per la realizzazione di mobili. Le fronde diventano cesti, stuoie e coperture. Le foglie possono essere impiegate come combustibile, mentre i semi vengono macinati e trasformati in mangime per gli animali.

Pochi frutti possono vantare un legame così profondo con le grandi religioni del Mediterraneo orientale. Nel Corano il dattero è citato più volte e la palma viene descritta come una pianta preziosa. Lo storico Flavio Giuseppe raccontava che nel I secolo d.C. boschetti di palme crescevano nei dintorni di Gerusalemme, Gerico e del lago di Galilea. Anche la lingua conserva le tracce di questa importanza: in ebraico il dattero è chiamato “tamar“, termine che nel tempo è diventato simbolo di grazia e bellezza e che ancora oggi sopravvive in nomi diffusi in molti paesi del mondo. Nella tradizione cristiana la palma è invece legata alla Domenica delle Palme, la celebrazione che ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme accolto dalla folla con rami agitati in segno di festa e riconoscimento.

Non è un caso che il dattero venga tradizionalmente utilizzato dai musulmani per interrompere il digiuno del ramadan. Ricco di carboidrati, zuccheri naturali e minerali, rappresenta una fonte di energia immediata e facilmente conservabile. Per secoli è stato il compagno di viaggio di mercanti, pellegrini e carovane che attraversavano le regioni più aride del Nord Africa e del Medio Oriente. Molto prima dell’invenzione delle barrette energetiche, il dattero svolgeva già la stessa funzione: nutrire rapidamente il corpo in condizioni difficili.
Gli usi in cucina sono molteplici. Oltre al consumo fresco o essiccato, il dattero viene utilizzato per produrre farine, creme, marmellate, sciroppi e snack. In alcune aree si ricavano persino bevande fermentate come vini e liquori. La linfa della palma può essere bevuta, anche se la sua estrazione danneggia la pianta e viene quindi praticata soltanto su esemplari poco produttivi. Perfino il cuore della palma, la parte più tenera e interna, può essere consumato sotto forma di insalata.
Se esiste una parola capace di raccontare il dattero meglio di qualsiasi altra, quella è resistenza. La palma da dattero cresce dove molte altre colture si arrendono: tra terreni sabbiosi, precipitazioni scarse e temperature che superano facilmente i quaranta gradi. Le sue chiome creano ombra, proteggono il suolo e rendono possibile la coltivazione di altre specie. Attorno alle palme nascono oasi, sistemi agricoli e comunità umane. Dove il paesaggio sembra ostile e poco incline alla vivibilità, il dattero costruisce. È una resistenza silenziosa e vegetale, che si manifesta nella capacità di adattarsi.

Il dattero non è soltanto cibo o commercio. Da migliaia di anni accompagna la storia dell’uomo, attraversando civiltà, religioni e rotte commerciali. Una palma da dattero inizia generalmente a produrre i suoi frutti attorno all’ottavo anno di vita e raggiunge la piena maturità dopo decenni. In natura può vivere fino a tre secoli. Forse è anche per questo che continua a raccontare il Mediterraneo come pochi altri frutti: per la sua capacità di resistere, adattarsi e attraversare il tempo.

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