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Per anni è rimasta tra Parma e Modena. Ora Reggio Emilia vuole prendersi la scena

Tre nuove aperture, bistrot, cocktail bar, gelaterie e pizzerie stanno cambiando il volto gastronomico di Reggio Emilia. Non è ancora rivoluzione, ma qualcosa si muove

  • 29 Giugno, 2026
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Reggio Emilia non è mai stata una città “vuota” dal punto di vista gastronomico. Il problema, semmai, è stato un altro: per anni è sembrata sospesa. Stretta tra l’energia narrativa di Modena e il classicismo solido di Parma, ha perso un po’ di slancio, lasciando spazio a un sottobosco di aperture spesso poco incisive, incapaci di costruire una nuova identità. Qualche insegna storica ha resistito, certo, ma senza creare un vero effetto sistema. Adesso, però, si avverte un cambio di passo. Non è ancora una rivoluzione, ma è qualcosa di più interessante: una serie di segnali coerenti, che iniziano a dialogare tra loro.

Reggio Emilia cerca una nuova identità gastronomica

Da Enigma, dentro l’Hotel Astoria, si ha subito la sensazione di essere altrove. Non tanto per l’estetica, semplice ma senza eccessi, quanto per l’approccio. Lo chef Ciro Sieno porta una cucina che non chiede il permesso alla tradizione locale, ma la usa come materia viva e la fa dialogare con le diverse cucine regionali italiane. Il piatto 630 km da Reggio Emilia a Napoli è più di una trovata: è un’idea precisa di cucina.

Il tortello emiliano diventa contenitore di un ragù partenopeo intenso, quasi scuro, mentre la fonduta di Parmigiano Reggiano tiene insieme tutto, con la freschezza del basilico a chiudere il cerchio. È un equilibrio sottile: identità riconoscibile, ma mai nostalgica.

Interessante anche la gestione del menu, che alterna piatti più diretti ad altri più concettuali, senza mai perdere leggibilità. Ottimo il Polpo “alla Luciana” a modo mio ovvero arrostito con aceto di lamponi e a guarnire la foglia di cappero, la polvere di olive nere ed emulsione di pomodoro ed ancora Memoria Partenopea, una particolare pasta e patate con fonduta di provola e basilico. E poi c’è il tema whisky: attorno alla sala una collezione gigantesca, costruita nel tempo: più di 740 bottiglie acquisite in 50 anni e altrettante sono state vendute a un collezionista scozzese. Una particolarità impossibile da non notare appena ci si accomoda.

Enigma

Gilioli, tecnica e profondità

Gilioli si muove su un altro registro. Qui il tono è più raccolto, quasi misurato. Si percepisce subito la mano di uno chef che arriva da un percorso strutturato come quello di Marzapane a Roma, e che porta con sé una grammatica precisa. Non è una cucina che cerca il colpo di scena facile. Piuttosto lavora per sapore, per equilibrio, per profondità.

I piatti hanno spesso una base riconoscibile, vegetale, proteica o territoriale, ma vengono spinti un passo oltre attraverso tecniche pulite, acidità ben calibrate, giochi di consistenze mai invasivi. Da provare, senza dubbio: la pasta fresca, sublime o il quinto quarto, servito a dovere, pulito e sempre con l’equilibrio come elemento principale. Il fatto che la città se ne sia subito accorta non è casuale: Gilioli ha tutte le caratteristiche di quelle insegne che crescono nel tempo, costruendo reputazione piatto dopo piatto. È, in un certo senso, il contrappeso perfetto a Enigma: meno introspettivo, più immediato.

Giglioli

Bar Versini, bistrot libero e contemporaneo

Poi c’è Bar Versini, aperto da novembre 2025 e qui cambia completamente il ritmo. Dentro la Locanda La Concia, il bistrot porta quell’energia che spesso manca alle città di provincia: leggerezza, libertà, voglia di sperimentare senza prendersi troppo sul serio. Il menu è vivo, mutevole, costruito su materie prime molto curate ma trattate con un approccio giocoso. Piatti pensati anche per la condivisione, accostamenti che possono sorprendere ma restano sempre centrati.

Loro parlano di cucina sincera e rispettosa e noi siamo d’accordo. Alcuni esempi particolarmente centrati: il carciofo, pescato del giorno, beurre blanc e radicchio rosa o l’hummus di fagioli zolfino, yogurt, zucchine alla scapece e gamberi. E soprattutto una carta vini che guarda al mondo artigiano, con scelte non banali ma raccontate senza snobismi. È il tipo di posto che si frequenta spesso, non solo per “andare a cena”. Ed è proprio questo il suo valore: crea abitudine, costruisce pubblico, rende contemporanea la quotidianità gastronomica.

Bar Versini

Non solo ristoranti

Queste tre insegne funzionano anche perché non sono isolate. Si inseriscono in una trama che negli ultimi tempi ha già dato qualche segnale molto interessante, a partire da una recentissima apertura in chiave dolce: la Pasticceria Adelina è specializzata in dolci vegani, fa asporto ma si può consumare sul posto grazie ad alcuni tavolini su una terrazza e la qualità è davvero alta, ma non avevamo dubbi visto il curriculum della titolare Elena Clerici.

Ma come accennato c’è tanto altro: dalla Gelateria Capolinea, diventata una piccola destinazione cittadina (da diverso tempo con due sedi, la storica vicina al centro, mentre un’altra in zona residenziale e con proposta che, oltre al gelato, offre caffè specialty, torte e lievitati per una colazione deliziosa), al lavoro sulla miscelazione di Liquidi su Misura (tornato in città e situato in un Rooftop in città) fino a realtà più poliedriche come il Riff, locale aperto da Benny Benassi e Fabio Volo che offrono cucina, drink e musica da urlo grazie a un impianto da mille e una notte.

E ancora cocktail bar ormai consolidati come il Jigger o pizzerie degne dei Tre Spicchi come Piccola Piedigrotta del vulcanico Giovanni Mandara. E che dire di alcune bellissime enoteche: c’è la Dolciaria San Prospero, storica, ma anche il Canalino che fa mescita e offre piatti semplici e sfiziosi. E, ultima ma non ultima Casa Frida, un luogo di cui ci si innamora subito, tra bottiglie, prodotti buonissimi e ceramiche come tazze, tazzine e piattini (anche da mangiare). Insomma, non è ancora una scena compatta, ma per la prima volta si percepisce una conversazione: tra cucina, bere, informalità e fine dining.

Liquidi su misura

Il nuovo dialogo tra cucina, bere e informalità

Forse la parola rinascita è persino troppo grande. Quello che sta succedendo a Reggio Emilia è qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più promettente: un cambio di atteggiamento. Meno timore reverenziale verso la tradizione, più voglia di interpretarla. Meno imitazione delle città vicine, più ricerca di una propria voce. Se queste energie continueranno a crescere, e soprattutto a contaminarsi, Reggio potrebbe finalmente smettere di essere una città “di passaggio” per diventare una destinazione con una sua identità gastronomica contemporanea.

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