Maltrattato da tutti, snobbato, bistrattato ma sempre presente: tra le pastarelle della domenica, il diplomatico è l’ultimo a essere scelto, e la maggior parte delle volte – se in casa manca una persona agé, per esempio – neanche viene preso in considerazione. Eppure lui resta lì, tra i bignè allo zabaione e le crostatine alla frutta, oscurato dai cannoli alla crema e quelli siciliani: povero, incrollabile diplomatico. E pensare che alcune regioni del Sud se ne sono persino contese a lungo la paternità: nato come torta, ormai da decenni è conosciuto nella sua versione mignon, un quadratino colorato che fa capolino tra pasticcini ben più invitanti. Ma, nonostante in pochissimi lo vogliano… che domenica sarebbe, senza il diplomatico?
Uno strato sottile di pasta sfoglia, un cubotto di pan di Spagna con crema diplomatica spennellato di rosa dall’alchermes, e ancora uno strato di sfoglia. La ricetta non è neanche così banale, e le origini non sono del tutto chiare: campani e siciliani la rivendicano come propria, ma la teoria più accreditata sostiene che la torta sia nata nel Quattrocento grazie a un cuoco del Ducato di Parma. Venne fatta come omaggio a Francesco Sforza Duca di Milano da parte di un diplomatico, e continuò a essere servita durante gli incontri dei diplomatici. C’è poi l’ipotesi campana, secondo cui la torta sarebbe nata a Napoli, dove veniva chiamata «zuppetta», ed era stata creata dal pasticcere alla corte di Re Ferdinando I in onore del Capitano Nelson.

Quel che è certo è che il nome racconta già uno degli ingredienti principali all’interno: la crema diplomatica. Spesso erroneamente confusa con la chantilly – che è in realtà una panna montata profumata alla vaniglia – la diplomatica è una crema pasticcera unita a panna fresca. Leggera, delicata e dal color giallo pallido, la diplomatica è sempre piacevole, ma in questo caso sovrastata un po’ dal gusto dell’alchermes. Che sia questo il vero nemico del diplomatico, il liquore demodé che ha fatto la storia della pasticceria italiana? O forse è colpa di quello strato spesso di pan di Spagna, troppo asciutto e difficile da sigillare con la sfoglia, se il diplomatico non piace poi granché?
Chissà, magari è vero che anche il gusto ha una sua età anagrafica, e alcuni cibi, certi sapori si apprezzano solo in determinate fasce. Il diplomatico in Italia è tradizionalmente «la pastarella dei nonni» (o dei genitori, a seconda della generazione d’appartenenza), quella che piace agli uomini di un tempo, tra i 70 a i 90 anni. Sicuramente non mancano delle eccezioni, ma nella maggior parte delle case, quando c’è di mezzo un vassoio di pastarelle, la scena è sempre la stessa: prima il bignè, il cannolo, un secondo dolcino da tagliare per condividere i sensi di colpa, la glassa spessa che si spezza, la panna che straborda.
E infine lui, il solitario eppure inamovibile diplomatico. Resiliente come pochi, granitico e fiero: se manca un nonno, difficilmente andrà via. Lo scarto di tutti, che però ritorna sempre, omaggio per i più anziani, ricordo per chi non c’è più. Nella sua eterna solitudine, il diplomatico torna sempre a casa.
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