Grazie a Ken Loach è più famoso lo slogan “pane e rose (bread and roses)”, ma il grido che ha cambiato il corso della storia è “pane, pace e libertà”. Ed è questo, che ricordiamo ogni 8 marzo, da più di un secolo. In decenni di poca memoria, di informazione superficiale, in cui non siamo persone, ma consumatori e consumatrici, la Giornata internazionale della donna si è trasformata nella Festa delle Donne, tra torte mimosa, cene con le amiche e spogliarelli improbabili, nemmeno fossimo a un addio al nubilato. E invece dietro l’8 marzo c’è un cammino lungo, che ha segnato XIX e nel XX secolo.
Spesso si fa riferimento a un incendio in una fabbrica tessile newyorkese, ma in realtà no, con l’8 marzo New York non c’entra niente. O almeno, non come pensiamo noi. A partire dalla metà dell’Ottocento erano, infatti, nati, soprattutto nel mondo anglosassone, diversi movimenti politici che rivendicavano il diritto di voto per le donne, oltre ad affrontare questioni di più ampio raggio nel mondo del lavoro industriale: si discuteva infatti dello sfruttamento delle operaie in termini di salari e orari e di discriminazioni di genere (vi ricorda qualcosa?).
La prima traccia di una ricorrenza dedicata alle lotte femminili risale agli inizi del Novecento, quando il Partito Socialista statunitense raccomandò di riservare l’ultima domenica di febbraio all’organizzazione di manifestazioni per il diritto di voto alle donne: la prima Giornata della Donna viene infatti celebrata il 23 febbraio del 1909 negli Usa. Nello stesso anno, il 22 novembre, a New York inizia un grande sciopero dei lavoratori dell’industria tessile – in maggioranza donne, di cui ventimila camiciaie – che dura fino al 15 febbraio 1910. Quell’anno i partiti della Seconda Internazionale Socialista riconoscono una giornata di lotta per le questioni femminili legate al lavoro (ma non in una data precisa).

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale cambiano le cose, le manifestazioni si sospendono, ci si divide sulla belligeranza. I movimenti politici femminili organizzano manifestazioni per la pace in diversi paesi, protestando per i caduti al fronte e per l’aumento del costo della vita portato dalla guerra, per non dire della fame. Il pane è alimento centrale e il grano, oggi come allora, è strumento di tensione: in Italia, ad esempio, la questione delle farine e del pane si fa urgente quando Russia e Romania (tra i maggiori paesi esportatori di grano), pongono il veto all’esportazione granaria di Stati Uniti, Canada e Argentina. In Russia invece le file per il pane diventano il simbolo della crisi interna e della carenza di cibo.
E qui arriviamo all’8 marzo. È infatti l’8 marzo 1917 che nella capitale dell’Impero Russo, Pietrogrado (oggi San Pietroburgo), le donne organizzano una grande manifestazione che chiede la fine della guerra. Le operaie delle industrie tessili – con il sostegno di metalmeccanici e di varie organizzazioni di lavoratori – marciano sulla Prospettiva Nevskij, l’arteria principale della città, rivendicando a gran voce “pane, pace e libertà”. La repressione zarista arriva, ma i militari non sedano la protesta delle donne, che infonde coraggio alle manifestazioni successive: è una valanga che dà il via al crollo del regime degli zar e alla Rivoluzione Russa. Per questo motivo, nel 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, fissa nella data dell’8 marzo la Giornata internazionale dell’operaia.
Altra guerra, stesse ingiustizie. Il grido “pane, pace e libertà”, che tanto aveva segnato il primo conflitto mondiale, viene riproposto trent’anni dopo anche dagli scioperi del 1943 e 1944 tra Piemonte e Lombardia: partigiane e partigiani, operaie e operai manifestano contro il nazifascismo, la guerra di Hitler e Mussolini e le sofferenze che sta infliggendo agli italiani: nel 1941 è entrato in vigore il razionamento dei viveri tramite la tessera annonaria e già dal 1942 la quota giornaliera di pane a persona scende da 200 a 150 g (mentre speculazione e mercato nero prosperano).
L’8 marzo 1945 la neonata UDI, Unione Donne Italiane, decide di celebrare la prima giornata della donna nelle zone d’Italia liberate. Con la fine della guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l’Italia e vide la prima comparsa del suo simbolo, la mimosa, fiore appariscente e resistente, scelto perché facilmente reperibile in quel periodo in molte zone del paese. Diciamo che le fortune della ricorrenza furono alterne: nata con una motivazione fortemente politica e legata ai movimenti socialisti e comunisti, ha conosciuto una sorta di oblio nel Dopoguerra. Negli anni Sessanta e Settanta qualcosa comincia a cambiare, il clima politico e culturale si fa incandescente, le discussioni sull’aborto e sul divorzio, la questione femminile ritorna urgente.

Nel 1977, con la risoluzione 32/142, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propone ai paesi membri di dichiarare un giorno all’anno «Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la Pace Internazionale» (United Nations Day for Women’s Rights and International Peace), riconoscendo il ruolo della donna negli sforzi di pace e l’urgenza di aumentare l’appoggio a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro Paese.
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