«A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata. A Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie», cantava Franco Battiato in uno dei suoi brani più famosi. Era il 1981 quando usciva la canzone-manifesto del cantautore siciliano, ma potrebbe benissimo essere oggi, tra programmi demenziali, idioti del terrore e immondizie musicali (alcune le abbiamo appena sentite all’ultima edizione del Festival di Sanremo). La sua storia – raccontata a cinque anni dalla sua scomparsa nel film “Franco Battiato – Il lungo viaggio” interpretato da un superlativo Dario Aita – è anche la storia di un percorso a tavola. Perché se è vero che siamo tutti ciò che mangiamo, Battiato è anche e soprattutto ciò che non mangiava.

Immagine tratta da Franco Battiato – Il lungo viaggio. Nella foto l’attore Dario Aita che ha interpretato il cantautore siciliano
Con i suoi occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, il cantautore-filosofo ha raccontato la società – ma sarebbe meglio dire la vita e la morte – attraverso il suo sguardo puntato verso l’altrove: una dimensione che ha provato a raggiungere non solo attraverso la meditazione, ma anche attraverso il corpo. Va in questa direzione la scelta graduale di diventare vegetariano.
«Non critico chi mangia carne – aveva raccontato in un’intervista – questa è una mia scelta venuta con il tempo. Per esempio: ho smesso di mangiare pesce in un secondo tempo. In Sicilia frequento degli amici pescatori bravissimi che mi hanno voluto coinvolgere nella pesca di fondo. Alle tre di una notte di agosto ho pescato un pesce, ma quando lui mi guardò e io ho corrisposto il suo sguardo, è come se ci fossimo capiti ed ho deciso di ributtarlo in acqua e da allora non mangio più pesce». A Repubblica ha anche parlato dei benefici della sua dieta vegetariana: «Da quando ho bandito carne e pesce, faccio sogni più belli e so per certo che dipende dal cibo che mangio».
Nel 2005, nella canzone Sarcofagia spiega ancora meglio il concetto, ispirandosi al Trattato di Plutarco Del mangiare carne. «Come può la vista sopportare l’uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi. Non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue le carni agli spiedi crude. E c’era come un suono di vacche. Non è mostruoso desiderare di cibarsi di un essere che ancora emette suoni? Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo», recita il brano.

Copertina del libro scritto a quattro mani da Giuseppe Coco e Franco Battiato
Ma la scelta di Battiato rientra anche in una ricerca costante dell’equilibrio, anzi di quel centro di gravità permanente, che lo ha portato ad una ricerca dell’essenziale anche a tavola, come racconta nel libro “Sowa Rigpa: la scienza della guarigione per un’alimentazione consapevole”, scritto a quattro mani con Giuseppe Coco (Infinito eidzioni, pubblicato nel 2012).
«Sono diventato astemio, non bevo più caffè, non fumo: è successo tutto in maniera spontanea. Quando si arriva a scegliere spontaneamente, come nel mio caso, è da considerare come un regalo. Giravo Musikanten e prendevo sette-otto caffè al giorno! Ora non lo posso più bere. Lo stesso mi accade col vino».

Olive ascolane|Olio Pesce Fritto|Siamo Fritti|Migliori
Nel libro, il cantautore torna anche sulla scelta vegetariana, ricordando l’esperienza “quasi mistica” di mangiare un’oliva ascolana. «Improvvisamente ho sentito milioni di cellule del mio corpo gridare come per ribellarsi. Ho chiesto al cameriere, per sapere cosa ci fosse dentro quell’oliva e mi ha fatto un elenco: carne di maiale, mortadella, salsiccia… Dentro un’oliva c’era una salumeria, in forma atomizzata!».
Se l’artista siciliano non mangiava né carne né pesce, pare invece fosse molto goloso di dolci, soprattutto quelli della tradizione siciliana, che continuava a mangiare anche nei suoi anni milanesi. Di quel periodo, lui stesso racconta di un rapporto abbastanza “casuale” col cibo, che in fondo ricorda quello di qualunque ragazzo fuori sede nei primi anni lontano da casa: «Proveniente dalla Sicilia, senza una lira, preparavo i maccheroni ai quattro formaggi, nel senso che buttavo giù i primi formaggi che capitavano».

Negli ultimi anni della sua vita, Battiato che era tornato a vivere nella sua Sicilia, a Milo, riscoprì sperimentò anche il ritorno alla terra, ai cibi semplici, e alle ricette antiche, ispirandosi ai grandi maestri della filosofia come Platone, Ovidio e Empedocle. Nel libro, infatti, compaiono anche alcune sue ricette, insieme ai suoi ricordi culinari: le uova alla Battiato, i trunzi (una varietà di cavolo rapa, coltivato alle pendici dell’Etna) saltati in padella, le cipolle di Giarratana cotte al forno.
Ricette apprese per lo più dalle figure femminili della sua vita: la nonna, la zia e soprattutto la mamma Grazia, a cui era legatissimo e a cui (secondo quanto si vede nel film, andato in onda il primo marzo su Raiuno) dedicò uno dei capolavori indiscussi della musica italiana: La cura.

Amante di pranzi e cene, intese come momenti di condivisione (lo ha raccontato anche Morgan in una recente intervista a Tv, Sorrisi e Canzoni: «Amava mangiare fuori, stare a tavola per godersi la convivialità. E sa una cosa? Non ha mai permesso a nessuno di pagare il conto, anche se eravamo in 30»), aveva un ristorante del cuore proprio nella sua Milo: I quattro archi, dove ancora oggi c’è un piatto a lui dedicato, il macco di fave Franco Battiato.
Se come lui stesso dichiarava sappiamo che non sopportava i cori russi, la musica finto-rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese, non sappiamo invece cosa avrebbe pensato oggi di carne coltivata, vino senza alcol, musica trap, separazione delle carriere e attacchi missilistici ma ci piace pensarlo su quel ponte immaginario verso l’altrove a sventolare l’unica bandiera che gli piaceva ostentare: quella bianca.
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