Cento anni fa, sulle rive del Garda, un gruppo di ragazzi rimasti orfani dopo la Prima guerra mondiale prese una decisione radicale: mettere da parte l’interesse individuale e ricominciare insieme dall’agricoltura. Da quella scelta è nata una cooperativa che ha attraversato fascismo, dopoguerra, gelate devastanti, crisi del vino e cambiamenti climatici, arrivando fino a oggi.
«Quando è nata la cooperativa, nel 1926, i fondatori erano tutti giovanissimi perché i genitori morirono nella Prima guerra mondiale. Si decise di rimboccarsi le maniche e ripartire dall’unica cosa in grado di far ripartire l’economia e dar da mangiare a tutti: l’agricoltura». Massimo Fia, direttore generale di Agraria Riva del Garda, con orgoglio rivendica ogni passaggio storico che questa realtà ha affrontato nel corso degli anni, dalla sua nascita – durante il difficile periodo del ventennio fascista – fino a oggi che spegne le cento candeline. Un percorso virtuoso che l’ha portato a avere il riconoscimento come Cooperativa dell’anno nella guida I Migliori Oli d’Italia 2026/2027 del Gambero Rosso.

Un associazionismo di stampo austro-ungarico che durante il fascismo non è mai stato visto di buon occhio da Mussolini che mal tollerava le realtà autonome e autogestite: «All’epoca ad essere colpita dalle purghe era, addirittura, la banda del paese perché era considerata socialista anche se nella realtà non era così», ci rivela Fia. La fine del fascismo, infatti, è stata una boccata d’aria fresca per tutto il territorio e per il lavoro in cooperativa, in particolar modo grazie al governo De Gasperi e all’avvento dello Statuto Speciale.
«Abbiamo potuto finalmente costituire un vero e proprio tessuto sociale intorno alla cooperativa che ancora oggi, come allora, segue tutte le produzioni agricole dal campo fino alla trasformazione diventando così un imprescindibile punto di riferimento per tutto il territorio». Un iter virtuoso che è stato reso possibile, paradossalmente, proprio grazie alla presenza di tante piccole realtà produttive che 100 anni fa hanno deciso di fare squadra pensando alla collettività prima che al singolo e riempiendo così i buchi lasciati dallo Stato che, soprattutto nel primo periodo, ha offerto più ostacoli che aiuti.

«Siamo partiti proprio dal fatto di mettere al centro le persone e dall’approccio che nessuno si salva da solo. Un concetto che, con il passare del tempo, i soci hanno fatto proprio e lo hanno tramandato alle generazioni successive. Questa è stata, ed è tuttora, la nostra forza», ci spiega il direttore. Un modus operandi che, oltre ai nobili intenti, è stato applicato anche nella quotidianità e nella progettualità del lavoro, portando così la cooperativa a svilupparsi e a crescere – anche a livello di ricerca scientifica e sviluppo – decennio dopo decennio. I soci hanno sempre deciso cosa produrre e con quali modalità contribuendo così a un’evoluzione che andasse incontro alle esigenze agricole e del momento storico. Scelte che hanno portato la cooperativa a costituire la cantina sociale nel 1957 e il primo frantoio a presse nel 1965: «Prima di allora le olive venivano lavorate ancora con le macine trainate dai bovini, per questo si sentiva il bisogno di valorizzare l’olivicoltura e la produzione di olio con un impianto idoneo».
Una continua ricerca sul prodotto che ha visto il contributo importante, a livello scientifico, della Fondazione Edmund Mach che dal 1874 è in prima linea per quanto riguarda sperimentazione e consulenza tecnica nei campi dell’agricoltura, dell’alimentazione e dell’ambiente. Un rapporto e un legame a doppio filo che ha permesso nel tempo di affrontare anche problematiche importanti come quello della gelata del 1985 che ha sterminato gran parte degli ulivi della zona: «Anche in questo caso abbiamo deciso di ripartire dal territorio ripiantando la Casaliva, varietà autoctona di questa zona».

da sinistra: Massimo Fia, Giorgio Planchenstainer, Furio Battelini
La cantina è stata sempre una delle colonne portanti per quanto riguarda il fatturato della cooperativa e la crisi che sta attraversando il vino in quest’ultimo periodo si è riflesso anche nei conti interni. «Stiamo affrontando anche noi, come il resto del mondo, un cambio dei consumi a livello generazionale, ma fortunatamente qui siamo molto forti anche sui vini bianchi e l’ottimo Trentodoc che produciamo e che vanno per la maggiore», precisa Fia. Per l’olio, invece, il problema è un altro: l’alternanza stagionale. La varietà Casaliva, infatti, subisce molto l’alternanza produttiva che obbliga gli olivicoltori ad affrontare, anno dopo anno, cambi repentini di quantitativi disponibili, quindi spesso capita che ci sia molta più richiesta che prodotto.

L’invidiabile posizione geografica ha sempre portato i prodotti di Agraria Riva del Garda a essere venduti ai tanti turisti che affollano queste zone, ormai in qualsiasi periodo dell’anno. Proprio per questo il punto vendita della cooperativa è diventato negli anni un negozio identitario dove viene venduto, addirittura, circa il 35-40% della produzione: «Ma non pensare che a venire sono solo i turisti. Qui viene a fare la spesa anche chi questo territorio lo vive nella quotidianità e sa quali sono e di chi sono le materie prime che vengono lavorate. Il legame tra cooperativa e chi abita questi luoghi non è mai morto, anzi, dopo un secolo è sempre più forte», ci confessa Massimo Fia.
Per quanto riguarda il futuro, il direttore resta coi piedi per terra e ci spiega che vanno portati a termine gli investimenti iniziati nel 2019 e che hanno avuto rallentamenti fisiologici dovuti prima alla pandemia di Covid e poi ai conflitti che stanno attraversando il mondo in questi ultimi anni: «Dobbiamo sicuramente implementare il settore dell’hospitality. Poi spero, e sono convinto, che chi verrà dopo di me nella gestione di questa realtà non perda mai di vista il fatto di ascoltare e interpretare il territorio che viviamo. Così la cooperativa avrà la forza necessaria per i prossimi 100 anni».
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