Una vigna specifica a Mazzon, comune di Caldaro (BZ) in Alto Adige, un accordo triennale per produrre tre millesimi di due vini, un Pinot Nero e un Pinot Bianco, una vinificazione precisa, attenta, ma scrupolosa nel preservare ciò che le vigne, il clima, i suoli hanno dato.
Il progetto Temporary Wine di Andrea Moser nasce da qui, dal Run e dal Fly. Quest’ultimo, 100% pinot bianco, prodotto in sole 1280 bottiglie da uve uve coltivate a 500 metri sul livello del mare, è stato inserito tra i 50 Vini Rari selezionati dalla Guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, arrivando a un rating di 96/100. Non una totale sorpresa in effetti, se pensiamo a cosa ci aveva abituato Moser quando faceva il kellermeister alla Cantina di Caldaro e ancor prima quando lavorava da Franz Haas. Proprio il Pinot Bianco di Kaltern, soprattutto quello della linea Quintessenz, faceva (e fa) parlare tanto appassionati e degustatori, per l’eleganza, la finezza, ma anche per la capacità di invecchiare, molto molto bene.

«Fly non è nato per dimostrare qualcosa. È nato, semmai, per togliermi certezze. Per anni ho fatto vino con una bussola molto chiara: controllo, precisione, intervento. La tecnica come rete di sicurezza, pronta a entrare in azione al primo segnale di deviazione. Un rallentamento fermentativo non era un evento da osservare, ma un problema da risolvere. E funzionava. I vini erano corretti, solidi, difendibili. Anche economicamente».
Questo ci ha detto Moser quando gli abbiamo chiesto di parlarci di Fly. E, proseguendo, «Poi è arrivato Fly e con lui un cambio di paradigma che non avevo previsto fino in fondo. Ho deciso di prendermi dei rischi. Non rischi inconsapevoli, né romantici. Rischi mediati, studiati, controllati a monte. La tecnica non è sparita, ma ha cambiato ruolo: da protagonista a guardiana silenziosa. C’è, osserva, misura, registra. Ma interviene solo se davvero necessario. Il resto lo fa il tempo. E la fermentazione».
Una vinificazione, insomma, più rispettosa del tempo, dell’ambiente, del lavoro naturale che fa il mosto. Tutto ciò con consapevolezza, studi, prove fatte in passato. «All’inizio è stato difficile. Aspettare non è mai stato il mio forte. Osservare un mosto che rallenta, che sembra fermarsi, e non fare nulla va contro anni di formazione e di automatismi. Ma Fly mi ha insegnato che non tutto ciò che rallenta sta sbagliando strada. A volte sta solo prendendo fiato. Così ho imparato ad ascoltare di più e a fare meno. A fidarmi dei processi, a lasciare che la fermentazione trovi il suo equilibrio, senza forzarla verso una linearità rassicurante ma spesso artificiale. Non è un approccio ideologico, né una rinuncia alla responsabilità tecnica. È una scelta consapevole di sottrazione. In questo senso, Fly mi ha dato molto più di quanto io abbia dato a lui».

Il Fly Pinot Bianco 2023 AM Project di Andrea Moser è un vino complesso, sfaccettato, ricco di sfumature: sussurra al naso con i suoi toni delicati e timidi, che cambiano in continuazione nel bicchiere e nel tempo. Nonostante il Fly 2023 sia già ora di una compiutezza incredibile, è un vino che ha davanti a sé grandi potenzialità di invecchiamento. Cambierà, evolverà nel tempo, eretto nella sua componente acida, che garantisce freschezza e fragranza, sempre nella sua integrazione perfetta con una materia sapida e saporita, sfumata e dalla profondità disarmante. Un vino genuino, rilassato, libero da orpelli, fronzoli, artifici.
«Ho deciso che i miei vini devono essere l’espressione di un nuovo me stesso: più libero, meno dogmatico, con più dubbi e meno risposte preconfezionate. Fly è questo: un vino che non cerca di essere perfetto, ma vero. Un progetto che non chiude le domande, le apre. E forse è proprio qui che sta il senso di questo percorso: non arrivare a una forma definitiva, ma continuare a interrogarsi, vendemmia dopo vendemmia, su cosa significhi davvero fare vino oggi».
Il Fly nel bicchiere, oggi, parla di anice, fiori bianchi, tocchi di agrume e cenni lievemente speziati. La bocca è tonica, avvolge, ma non è mai pesante, vibra per acidità senza mai essere eccessiva. La fermentazione è avvenuta in un’anfora di sette ettolitri e mezzo e in una barrique usata. Poi l’assemblaggio tra anfora e barrique. Ma questi sono solo piccoli tecnicismi di un vino che più di come è fatto racconta di dove è nato, da quali uve, da quale clima e da quale testa è stato concepito.
L’etichetta è presente nella sezione Vini Rari della guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, dedicata a quei vini pensati ed elaborati in una dimensione artigianale, prodotti in quantità limitate o limitatissime.
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